Gaza, armi non convenzionali

Guerra ‘sperimentale’ e danni collaterali

Ferite e amputazioni non provocate da frammenti di bombe ma da metalli tossici e sostanze carcinogene. La guerra ‘nuova’ e i rischi per la popolazione. Intervista a Paola Manduca, del gruppo di ricerca New Weapons
di Barbara Antonelli

Israele ha firmato nel 1993 la Convenzione di Parigi sulle armi chimiche (sviluppo, produzione, immagazzinamento e uso, CWC in inglese). La convenzione, uno dei maggiori risultati della Conferenza sul Disarmo delle NU, è entrata in vigore nel 1997, ma Israele non l’ha mai ratificata. Così come non ha mai aderito al Trattato sulle armi biologiche e batteriologiche, (BWC) entrato in vigore nel 1975.
Già nel 2006 il gruppo del New Weapons Research – una commissione indipendente di scienziati ed altri esperti internazionali che studiano l’impiego delle armi non convenzionali e i loro effetti – aveva denunciato l’uso di armi con caratteristiche tali da essere in contrasto con le convenzioni di Ginevra (armi termobariche in luoghi aperti, armi senza frammenti), armi usate dall’esercito israeliano che hanno prodotto danni di portata sconosciuta sia in Libano che a Gaza.
A maggio New Weapons ha redatto e diffuso un nuovo report in cui dimostra la presenza di metalli tossici e carcinogeni nei tessuti di feriti a Gaza tra il 2006 e il 2009, durante le operazioni militari condotte da Israele. I tessuti sono stati esaminati partendo da biopsie di ferite senza frammenti effettuate dai medici dell’ospedale Al Shifa di Gaza e sono stati analizzati in tre diverse università (Italia, Svezia e Libano). Ne abbiamo parlato con Paola Manduca, docente di biologia genetica all’Università di Genova e coordinatrice del gruppo di ricerca New Weapons.

Perchè avete scelto un’indagine su ferite non procurate da schegge o frammenti?
Ferite di questo tipo sono state segnalate dai medici di Gaza ma anche del Libano già dal 2006. Indicano che si tratta di armi non convenzionali, di fatto sconosciute o di cui si sa veramente molto poco, soprattutto i cui effetti sono ancora in fase di accertamento e di studio.
Già nel 2006 i medici libanesi e di Gaza ci avevano contattato perchè riscontravano ferite in assenza di frammenti o schegge: per esempio, i pazienti venivano trattati come casi simili a ferite amputanti ma spesso seguivano esiti sconosciuti, in alcuni casi anche la morte del paziente. Nel caso in cui si sono effettuate autopsie si sono riscontrati danni ad organi interni, soprattutto al fegato. In questa ultima ricerca, abbiamo scoperto che queste armi non convenzionali lasciano dei metalli all’interno delle ferite, metalli che si depositano sulla pelle e all’interno del derma.

Da una analisi per misurare la presenza di 32 metalli nelle biopsie, si dimostra la presenza in dosi più o meno elevate, ma sempre maggiori che nei tessuti normali, di sostanze altamente carcinogene (come il mercurio, l’arsenico, l’uranio), di altre potenzialmente carcinogene (ad esempio il cobalto), altre tossiche per il feto (come ad esempio alluminio, rame). Per gli effetti dei metalli vi siete basati su una letteratura medico-scientifica già esistente?
La nostra indagine si è basata su una letteratura medico-scientifica già esistente, ovviamente. Ma le conoscenze rispetto allo spettro di agenti che abbiamo individuato sono relativamente limitate. Si conosce l’effetto della assunzione di alcuni di questi metalli, se assunti singolarmente, come ad esempio nel caso di lavoratori coinvolti in processi che li usano. Ma non si conoscono gli effetti che i metalli possono avere se assunti in associazione e si conosce ancora poco sulla modalità con cui ogni metallo è più o meno in grado di interferire con diversi meccanismi all’interno dell’organismo. Non solo: l’effetto dell’assunzione in eccesso di un metallo può modulare la capacità di trattenere o di espellere un altro metallo, quindi scientificamente ci sono delle conoscenze base ma c’è ancora tanto da fare.

Alcuni dei metalli individuati sono in grado di produrre mutazioni genetiche, che cosa si intende esattamente?
Innanzitutto si possono causare gravi danni all’organismo, anche se non si provocano mutazioni genetiche. Detto questo, alcuni di questi metalli sono noti carcinogeni: è stato cioè dimostrato che possono provocare tumori, il che significa che possono anche provocare mutazioni genetiche. Questi stessi metalli carcinogeni possono anche causare un grave malfuzionamento a livello cellulare, quindi dare luogo a patologie.
Altri dei metalli individuati sono metalli noti perché associati a malattie croniche o in grado di indurre malattie o malformazioni in particolari comparti durante lo sviluppo dell’embrione. In questo caso non si può parlare di mutazione genetica ma di uno sbilanciamento complessivo, un malfunzionamento ereditabile anche se non c’è un danno al DNA. Quindi questi metalli pur non comportando una mutazione genetica diretta comportano una alterazione funzionale, che può anche essere ereditabile e quindi altrettanto grave.

Puoi farci qualche esempio di metalli e degli effetti tossici o patologie provocate?
Abbiamo trovato alte percentuali di alluminio, per esempio, che è un tossicante, è associato a malattie dell’apparato nervoso e all’alzheimer e anche all’incidenza di malformazioni infantili. È un metallo che viene anche assorbito dalla pelle e quindi è in grado di oltrepassare la placenta e danneggiare l’embrione. Anche il molibdeno è assorbito dalla pelle, è fetotossico e può provocare patologie croniche nell’apparato riproduttivo.

Si può quantificare quanto a lungo le sostanze rilasciate dalle armi rimangono nel derma?
Non abbiamo alcuna certezza sul raggio di diffusione nel corpo di queste sostanze.

Si può quantificare quale sia il raggio di esposizione ai metalli?
Per quanto riguarda la diffusione nell’ambiente, per esempio, i filtri delle munizioni al fosforo, che hanno una densità relativamente bassa perché sono di materiale spongioso (se la munizone è esplosa in aria, come a Gaza, dove la pioggia incendiaria che abbiamo visto nelle immagini è una pioggia di filtri imbevuti di fosforo) si diffondono per un raggio di 250-500 metri. I filtri sono di bassa densità, mentre i metalli contenuti in queste munizioni hanno una densità maggiore e quindi probabilmente si disperdono diversamente, ma non possiamo dire se si espandano su un raggio più ampio.

Si può quantificare l’esposizione della popolazione?
Uno dei metodi più diretti per conoscere il livello di esposizione ambientale, anche riconosciuto dalla Agenzia per l’energia Atomica (IAEA), è quello che abbiamo usato in una precedente indagine, cioè l’analisi dell’accumulo di metalli nei capelli. Abbiamo individuato tracce di metalli carcinogeni e tossici come uranio, tungsteno e alluminio nei capelli di un centinaio di bambini palestinesi che vivono nelle zone colpite dai bombardamenti, che rivelano un’esposizione avvenuta nei mesi tra agosto e dicembre 2009.
I metalli tendono a permanere nei capelli per tempi diversi, alcuni per anni, altri per periodi più brevi, e il fattore durata dipende dal metallo e dall’equilibrio dall’organismo. Sui tempi di permanenza della contaminazione così rilevata si può dire davvero poco. Possiamo però dire per certo che chi li ha assunti e accumulati è sottoposto a un rischio che si estende nel tempo se non cambia la esposizione ambientale o se non si riesca a produrne la eliminazione degli eccessi ed il riequilibrio dell’organismo.
E in un posto come Gaza, dove la popolazione è imprigionata da un assedio che dura da oltre tre anni, è possibile anche solo pensare a una bonifica del territorio?
Visto che i palestinesi della Striscia di Gaza non possono né uscire né entrare e vivono in una condizione di sovraffollamento, la bonifica del territorio non è certo praticabile. Inoltre visto che la popolazione civile continua a vivere in condizioni abitative precarie, anche in tende, i bambini continuano a giocare tra le macerie degli edifici bombardati, il livello potenziale di esposizione è ancora più elevato. I crateri di bombe sono contaminati da metalli carcinogenici e l’uso di armi senza frammenti (che contengono metalli) hanno probabilmente lasciato questi metalli che vengono inalati non solo nel momento dello scoppio e dalla persona ferita, ma anche dalle persone che in quell’area continuano a vivere. Il rischio di contaminazione non c’è solo per le persone coinvolte direttamente ma anche per quelle non colpite.

Si può risalire con certezza alla tipologia delle armi e al marchio di fabbricazione?
Per le armi al fosforo sicuramente sì, perché si sono ritrovati in numero abbondante diversi involucri di armi. Sono convinta che si potrebbe risalire anche ad altre armi, così anche in Libano, perché sono state conservate. Occorrerebbe qualcuno che facesse questo tipo di indagine.
Le munizioni al fosforo ritrovate sono di produzione statunitense. Per bombe più grandi come quelle a frammentazione, in cui l’involucro esplode, è più difficile identificare i numeri che farebbero risalire al tipo d’arma e non mi risulta che nessuno lo abbia fatto.

Gaza si differenzia da altre situazioni come l’Iraq o l’Afghanistan?
Gaza, come pure il Libano, sono gli unici luoghi da dove, a partire dal 2006, sono arrivate a noi diverse informazioni sull’uso delle armi non a frammentazione, e dove per certo sappiamo che sono state sperimentate le armi cosidette a danno collaterale limitato. Mentre nessun report simile ci è arrivato dai medici dell’Iraq. Dalla guerra in Afghanistan in poi si sono sviluppati sistemi di nuove armi, spesso modificando quelle già esistenti, sono state usate armi amputanti o armi a bassa intensità, anche mirate non a uccidere ma a colpire precisi soggetti, o modulate in intensità quali quelle usate in Libano e Gaza contro bambini. L’Iraq e l’ Afghanistan sono luoghi però da cui qualsiasi osservatore è stato mandato via e in buona parte è fuggito anche il personale medico, pertanto è molto difficile avere informazioni, date le condizioni di sicurezza, e anche chi sa parla poco. A Gaza ed in Libano i dati sono stati più accessibili e anzi sono stati gli stessi medici a rivolgersi a noi. Le armi al fosforo usate a Gaza sono simili se non identiche a quelle usate in Iraq.

Nena News

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