GAZA: BOMBE SUL DEPOSITO DI MEDICINALI

Un rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanita’ denuncia la carenza di farmaci nella Striscia. Secondo l’ultimo inventario compiuto nel Central Drug Store di Gaza, 183 sui 480 farmaci essenziali e 160 su 700 materiali monouso hanno raggiunto il ‘livello zero’ di magazzino.

DI NUNZIO CORONA

Gaza, 10 febbraio 2011, Nena News – Non potevano colpire un obiettivo piu’ appropriato i caccia israeliani che l’altra notte hanno bombardato, nei pressi della citta’ di Gaza, un deposito di materiale sanitario e medicinali. Otto i palestinesi rimasti feriti. Il portavoce militare israeliano riferisce che l’operazione, intesa a colpire un tunnel di collegamento con l’Egitto usato dai militanti di Hamas, e’ stata in risposta a cinque razzi lanciati martedì scorso dalla Striscia di Gaza sul territorio israeliano.[1]

E’ proprio di questi giorni il rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanita’ (OMS) che denuncia la preoccupante carenza di farmaci nelle strutture sanitarie della Striscia che mette in pericolo la vita di molti ammalati.[2] Secondo l’ultimo inventario compiuto a meta’ gennaio nel Central Drug Store (CDS) di Gaza, 183 sui 480 (38%) farmaci essenziali e 160 su 700 (23%) materiali monouso indicati dalla lista del Ministero della Sanità hanno raggiunto il ‘livello zero’ di magazzino. A confronto, nel dicembre 2010 la situazione era di 165 farmaci e 144 materiali monouso assenti. Va ricordato che sono classificati come “essenziali” i farmaci e i medicinali (compresi siringhe, materiale da medicazione, filtri per dialisi, ecc.) che, di fatto, sono indispensabili per fornire assistenza sanitaria e cure mediche fondamentali. Sono indicati come a ‘livello zero’ le quantità presenti nel magazzino centrale non sufficienti a coprire i bisogni di un mese e che quindi richiedono un immediato rifornimento. Ospedali e cliniche periferiche possiedono ovviamente in genere un certo quantitativo di scorte nelle loro farmacie interne che non e’ necessariamente riflesso nei livelli del magazzino centrale.

Nonostante la situazione politica creatasi nella striscia di Gaza nel giugno 2007 con l’avvento al potere di Hamas, spetta al Ministero della Sanità di Ramallah di rifornire  le strutture sanitarie governative sia della Cisgiordania sia di Gaza. Non meraviglia quindi che le percentuali di ‘livello zero’ di medicinali presenti nel CDS della Striscia siano, da quella data, progressivamente aumentati: 14% nel 2007, 16% nel 2008, 18% nel 2009 e 24% nel 2010.

Il 2 febbraio scorso il Ministero di Ramallah ha inviato a Gaza un notevole quantitativo di farmaci che tuttavia, si stima, potra’ coprire soltanto parte dei bisogni (130 sui 183 mancanti). Gli effetti di una tale situazione sono difficili da apprezzare in tutta la loro gravita’ sia per l’interdipendenza esistente tra alcune medicine al fine dell’impatto terapeutico, sia per le diverse capacita’ che singole persone e gruppi possiedono per far fronte a situazione critiche come la mancanza di farmaci salvavita.

Il trattamento farmacologico dei tumori, per esempio, si basa in genere sulla combinazione di piu’ farmaci il cui effetto si potenzia a vicenda. L’assenza di uno soltanto di questi medicinali mette gravemente a repentaglio l’esito finale della cura e spesso ha anche un profondo impatto psicologico sul malato, che magari puo’ all’improvviso decidere di abbandonare il trattamento. Cosa avvenga di queste persone, divenute invisibili al sistema sanitario, non e’ dato il piu’ delle volte di sapere. L’OMS stima che, nell’ospedale di Shifa all’inizio di febbraio, 260 pazienti erano sottoposti a chemioterapia, ossia assumevano farmaci anti-tumorali. Per 100 di loro tuttavia almeno uno dei componenti la cura non era disponibile, con notevole rischio per la vita del malato.

Di fronte a situazioni critiche, una qualsiasi popolazione sviluppa in genere una capacità di risposta che le permette di sopravvivere facendo leva su risorse nascoste o inutilizzate in condizioni normali. La gente di Gaza e’ maestra in questa abilità: un tipico esempio sono i tunnel scavati sotto il confine con l’Egitto per rimediare al blocco economico imposto da Israele. Se allora mancano medicine all’ospedale governativo, i malati si possono rivolgere alle strutture private non-profit o dell’UNRWA, l’organizzazione delle Nazioni Unite che assiste i rifugiati palestinesi. In casi estremi ci si rivolge al mercato privato che ovviamente richiede una disponibilita’ finanziaria non comune nel contesto di Gaza.

I medici, da parte loro, trovano il modo di adattarsi alla difficile situazione prescrivendo farmaci alternativi che tuttavia possono essere meno efficaci o avere effetti collaterali indesiderati. Per alcuni pazienti si puo’ rendere addirittura necessario il trasferimento in ospedali fuori Gaza, eventualita’ abbastanza difficile da realizzare sia per questioni logistiche sia per la necessità di autorizzazioni speciali da parte delle autorita’ militari israeliane. Un possibile indicatore degli effetti della progressiva carenza di medicine che sta colpendo i servizi sanitari di Gaza sta nel numero dei pazienti inviati all’estero a curarsi per malattie tumorali passato da 165 nel 2009 a 394 nel 2010.

Anche l’osservatore impotente di questi tragici fatti finisce per crearsi strategie di difesa per proteggersi contro un livello di indignazione che rischia di sopraffarlo. Siccome il deposito bombardato a Gaza conteneva anche grossi quantitativi di aiuti umanitari, e’ possibile individuare nell’evento un risvolto paradossalmente meno negativo. Considerato, infatti, l’impegno in termini di tempo e risorse necessari per a) selezionare e classificare, secondo denominazione, quantita’ e data di scadenza, i cumuli di medicinali catapultati a Gaza da tutto il mondo benevolente; b) analizzarne i vari campioni allo scopo di assicurarsi della qualita’ e della sicurezza del materiale donato e, infine, c) gestire in modo prudente e sicuro la parte (in genere preponderante) inutilizzabile o pericolosa di cui disfarsi, il rogo procurato dall’ennesimo bombardamento israeliano su beni e strutture palestinesi potrebbe essere visto come letteralmente una “benedizione dal cielo”.

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