Gaza: curare gravi infezioni in un contesto di assedio e isolamento

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Gaza: curare gravi infezioni in un contesto di assedio e isolamento

© Jacob Burns/MSF

Stiamo affrontando l’enorme sfida di curare i pazienti che hanno sviluppato infezioni alle ossa dopo essere stati colpiti dalle armi da fuoco dell’esercito israeliano durante le proteste a Gaza nell’ultimo anno. É un percorso di guarigione molto complesso: le ferite richiedono mesi- se non anni- di bendaggi, operazioni e fisioterapia e le infezioni limitano la guarigione, considerando che molti dei pazienti sono resistenti agli antibiotici.

La stanza ora è coloratissima: le pareti e il secondo letto vuoto sono coperti dai disegni. Un camaleonte. Dei Tucani. Una tartaruga. Ma quando Ayman si è svegliato, la stanza era vuota. L’infermiera di fronte a lui indossava un camice e dei guanti blu inusuali. Ayman è una delle oltre mille persone a Gaza che soffrono di gravi infezioni ossee dopo gli attacchi dell’esercito israeliano. Le manifestazioni durante le quali sono stati colpiti sono ormai in corso da più di un anno, un bagno di sangue settimanale.

Oltre 7.400 palestinesi sono stati feriti da proiettili e la metà dei quali sta soffrendo di fratture esposte, vicino la ferita, dove l’osso è rotto.

Le ferite da arma da fuoco sono facilmente predisposte a infettarsi. Se un oggetto estraneo sporco penetra la pelle, è fondamentale pulire la ferita per diminuire i rischi di un’infezione. A Gaza con ferite come queste, dove le lesioni sono enormi, le ossa sono scheggiate, e le cure difficili, si rischia che la ferita rimanga aperta più a lungo e il rischio in un’infezione è altissimo. A complicare ancora di più la situazione sono gli alti tassi di resistenza agli antibiotici che normalmente vengono utilizzati per queste ferite, resistenza spesso causata da un abuso di antibiotici.

Questo rende ancora più difficile curare le persone come Ayman, che per guarire deve prendere antibiotici più forti che comportano forti effetti collaterali, oltre ad essere più costosi. Inoltre, per prevenire la diffusione di batteri resistenti all’interno dell’ospedale e per proteggere gli altri pazienti, Ayman, deve rimanere in una stanza isolata per sei settimane.

“Mi sembra di stare in prigione” dice Ayman. “Non mi piace stare da solo. Potrei stare un anno in un reparto normale ma qui penso solo al giorno in cui me ne andrò”. Per questo abbiamo degli operatori sociali e dei counselor per supportare i pazienti durante le loro cure.

Spesso si mette in contatto i diversi pazienti in isolamento per tirali su di morale. “Dobbiamo adottare delle precauzioni ma ci piace farli uscire dalla stanza per cantare, ballare, fare sessioni educative con loro e gli altri pazienti” spiega Amal. Curare queste infezioni sarebbe difficile in qualsiasi parte del mondo, ma a Gaza lo è ancora di più. Con un sistema sanitario prostrato dagli effetti dell’oltre decennale blocco israeliano, i conflitti politici palestinesi e le restrizioni egiziane alla circolazione, stiamo lavorando per garantire cure che sarebbero altrimenti inaccessibili.

“Abbiamo lavorato con il Ministro della Salute per migliorare l’attività di laboratorio in modo da analizzare i campioni ossei, aspetto cruciale per una corretta diagnosi delle infezioni e quindi per capire quali antibiotici avranno effetto”, racconta Aulio, coordinatore medico.

Questo è il primo laboratorio in grado di analizzare i campioni ossei a Gaza: prima, ogni campione veniva spedito in laboratori israeliani per essere analizzato. Ora nel laboratorio dell’ospedale di Gaza, l’equipe utilizza piccoli campioni di osso infetto per far crescere il batterio nelle piastre di petri. Le diverse basi chimiche di queste piastre permettono ai microrganismi di svilupparsi, di mostrare quali tipi di batteri sono presenti e di misurare la loro sensibilità ai diversi antibiotici. È attraverso questa serie di test fondamentali che le nostre equipe riescono a diagnosticare il tipo di infezione e a trattarla con il corretto antibiotico.

Intanto Ayman aspetta, prende per quattro ore ogni giorno i suoi antibiotici per via endovenosa, le equipe mediche monitorano le sue condizioni per assicurarsi che l’infezione batterica si stia riducendo e che i medicinali non causino nessun effetto collaterale. “Voglio ritornare a fare il pasticcere” dice Ayman. Per farlo dovrà sottoporsi ad altri interventi, ma non può operarsi finché non combatte l’infezione batterica. Per lui si prospetta un percorso molto lungo e difficile di guarigione.

https://www.medicisenzafrontiere.it/news-e-storie/news/gaza-curare-gravi-infezioni-in-un-contesto-di-assedio-e-isolamento/

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