Desmond Tutu: “Gaza derubata del futuro. Il mondo rompa il silenzio”

 di Umberto De Giovannangeli

Lei mi chiede cosa ne è della gente di Gaza un anno dopo l’inizio di quella terribile guerra? La risposta è angosciante: è rimasto il dolore, è rimasta la rabbia, la percezione di un’assenza di futuro. Sono rimasti gli sguardi persi nel vuoto dei bambini di Gaza, a cui è stata rubata l’infanzia. Un anno dopo è rimasto ed anzi si è ancor più rafforzato il senso di ingiustizia unito alla presa d’atto del silenzio complice con cui i leader mondiali hanno continuato ad avallare quello che era e rimane un crimine contro l’umanità.

 

A parlare con questa forza è l’arcivescovo Desmond Tutu, Premio Nobel per Pace, l’uomo che assieme a Nelson Mandela ha simboleggiato agli occhi del mondo la lotta al regime dell’apartheid in Sudafrica. «Oggi come ieri – sottolinea Desmond Tutu – mi sento di rivolgere lo stesso appello, lo stesso monito, ai Grandi della Terra come all’ultimo degli umili dotato di una coscienza civile: se rimanete neutrali in una situazione di ingiustizia, come quella patita dalla gente di Gaza, avete scelto la parte dell’oppressore». Sostenitore della disobbedienza civile e della resistenza nonviolenta, l’arcivescovo sudafricano denuncia l’arresto operato dall’esercito israeliano di Abdallah Abu Rahma, coordinatore del Comitato Popolare di Bil’in contro il Muro e gli insediamenti, protagonista di una campagna di cinque anni di protesta nonviolenta e la sfida legale contro il muro.

«Ho incontrato Abu Rahmain agosto, quando ho avuto occasione di visitare Bil’in, – racconta Tutu – Sono rimasto impressionato dal suo impegno per la pacifica azione politica, e il suo successo nel mettere in discussione il Muro che separa ingiustamente il popolo di Bil’in dalle loro terre e le loro alberi di olivo. Mi appello alle autorità israeliane affinché liberino Abu Rahma immediatamente e senza condizioni». «L’arresto di Abu Rahma – insiste il Nobel per la Pace – e le accuse che gli sono state rivolte sono parte di una escalation condotta dai militari israeliani per cercare di spezzare lo spirito del popolo di Bil’in. Ma devono rendersi conto che non può spezzare lo spirito di coloro che lottano per la libertà e la giustizia». Gli attivisti di Bil’in, incalza Tutu, «mi hanno riportato alla mente Gandhi, che era riuscito a rovesciare il dominio britannico con mezzi non violenti, e Martin Luther King, che aveva ripreso la lotta di una donna nera che era troppo stanca di dover andare sul retro di un autobus segregazionista».

Ma allora, cosa è cambiato a un anno di distanza? «Se qualcosa è cambiato, è cambiato in peggio. Gaza resta una prigione a cielo aperto, isolata dal resto del mondo. Una prigione in cui sono rinchiusi quasi un milione e mezzo di palestinesi, in maggioranza bambini, adolescenti, donne. Di quali colpe si sono macchiati per subire questa condanna? Nella tragedia di Gaza si rispecchia l’ignavia e il silenzio complice di quanti potrebbero fare e non fanno. Di fronte ad una situazione di palese ingiustizia non si può essere neutrali. Perché ciò significa sostenere l’oppressore».

Israele aveva giustificato l’azione militare come esercizio di autodifesa dal lancio dei razzi Qassam contro Sderot e le città frontaliere. «Da mesi quei lanci si sono fermati ma l’embargo contro Gaza e la sua gente continua. Il diritto di difesa non contempla punizioni collettive e il coinvolgimento della popolazione civile in operazioni di guerra. Non va dimenticato che la maggioranza dei palestinesi morti o feriti nell’operazione Piombo Fuso erano civili. Civili inermi. A Gaza sono stati commessi crimini di guerra che attendono ancora di essere sanzionati. Un anno dopo, Gaza è ancora in atto una tragedia umanitaria di fronte alla quale il mondo non può continuare a chiudere gli occhi. Perché se la verità fa male, il silenzio uccide».

Il direttore generale dell’Unrwa (l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi) John Ging, nel raccontare la tragedia di Gaza, ha posto l’accento sulla devastazione psicologica, oltre che su quella materiale, che colpisce soprattutto i ragazzi di Gaza.

«Mi ritrovo totalmente nelle considerazioni di Ging, una persona straordinaria per l’umanità e la dedizione di cui ha dato prova anche in quei terribili giorni di guerra. Anche io, visitando Gaza, sono rimasto colpito, scioccato, dall’assenza di speranza, dalla disperazione, dalla certezza che le cose non potranno far altro che peggiorare che pervade i ragazzi di Gaza. Quei ragazzi non sanno più immaginare un futuro. E questa è una condizione inaccettabile, inumana. Alla quale non dobbiamo rassegnarci».

Lei ha chiesto a più riprese la liberazione di Gilad Shalit, il giovane caporale israeliano da oltre tre anni prigioniero a Gaza. I prossimi potrebbero essere giorni decisivi per la trattativa con Hamas.

«Sono vicino ai genitori del giovane soldato e prego con loro perché possano finalmente riabbracciare il loro ragazzo. E lo stesso spero che possano fare le famiglie degli oltre 8mila palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, diversi dei quali sono detenuti politici nel pieno senso del termine, membri del parlamento palestinese imprigionati senza processo. Tra loro c’è gente innocente, come pure attivisti .politici e dimostranti nonviolenti, come il mio buon amico Abu Rahma. Il buon esito della trattative non sarebbe solo un gesto umanitario di straordinaria valenza, ma sarebbe anche prova di lungimiranza politica sia dei governanti israeliani sia dei dirigenti di Hamas. Un seme di speranza che va coltivato con amore e determinazione».

(L’Unità, 28 dicembre 2009)

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