GAZA, DOVE MUORE LA VITA E IL TEMPO…

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Quanto è spaventoso contemplare i dettagli del tempo e della vita da un piccolo spazio che non supera i 365 chilometri quadrati! Sei a Gaza. Situazione durissima, dove i sogni dei giovani nascono morti, fame e disoccupazione, povertà e code di mendicanti, in tutti i luoghi, superano ogni percezione. Commercianti in carcere, altri in stato di fermo per questioni finanziarie, oltre ai suicidi a ripetizione. Lo spettro dell’ingiustizia verso i parenti è più doloroso di altri. I valichi affollati di fuggiaschi dalla fame e dalla morte, abbandonati al loro destino di morte per annegamento sulle sponde del Mediterraneo.

Storie: le loro storie di immigrazione e di morte hanno bisogno di scrittori e narratori da tutto il mondo, per raccontare le tragedie, le storie di una disumanità inverosimile.

Il tunnel è buio, e non si vede nessuna luce alla fine. Slogan distribuiti per dare speranza, incontri per una riconciliazione che vagabonda in tutto il mondo, in tutte le città e gli alberghi di lusso, e non porta nessun beneficio agli abitanti di Gaza. Gli antidolorifici quotidiani non arricchiscono e non diffamano nessuno, specialmente quando ci si accorda affinché i risultati degli incontri portino a … non accordarsi.

E la ferita di Gaza continua a sanguinare ancora. I fanciulli continuano ad andare a scuola a stomaci vuoti, e altri vengono spinti al confine per le marce di non ritorno, per tornare indietro cadaveri.

È una contemplazione a freddo, che potrebbe portare all’esplosione; come ha detto Darwish: “Il tempo a Gaza non è un elemento neutro, non guida la gente alla meditazione più fredda, ma la spinge all’esplosione e al crash con la verità.”

Se stai in questo luogo, ti chiedo solo di guardare te stesso ogni mattina, per notare la differenza, e di guardare il tuo cuore, che ti scioccherà per quello che ha dentro; indossa la tua vista ed esci di casa per ascoltare i dolori dei passanti dai piccoli fori dei marciapiedi, e i sussurri di frustrazione nascosti nei crepacci dei negozi.

Così saprai per davvero che siamo un popolo in lotta con la vita, abbiamo bambini senza infanzia, anziani senza vecchiaia, giovani senza gioventù, abbiamo il nostro calendario che è legato al numero degli anni di assedio e alla successione delle guerre.

Qui la strada verso la morte dura pochi secondi, ma noi ci siamo impegnati alla vita. Tutto quello che succede non ti fa prevedere né il tempo né gli eventi. E non scommettere sulla sopravvivenza: improvvisamente scoppia una guerra, a volte una tregua; qui c’è l’embargo!

Gli eventi ti cambiano in un lampo; subire un lutto e ricevere le condoglianze per la perdita di un amico, di un fratello, di un marito, di una moglie, di una sorella o di un parente: in pochi secondi cambia la vita, si rischia di perdere l’ultima persona cara perché né la fortuna né il diritto le stavano concedendo il permesso di trasferimento per curarsi. Non sorprenderti molto, potresti seppellire da vivo parti del tuo corpo per amputazione, coinvolto nell’accusa di terrorismo per aver partecipato a una marcia pacifica.

Fermati in qualche angolo e segui la bussola del tempo, in differenti orari: file di ore rubate davanti alle banche, in cambio di pochi Sheqel, di aiuti e doni; anni persi negli elenchi dei disoccupati e di attesa di un lavoro, giovani che hanno superato i trenta senza lavoro né matrimonio, bambini che vendono i loro sogni sulle strade. Donne che lottano, invano, per una vita che restituisca il favore, come le bolle di sapone restituiscono l’aria all’aria.

Mucchi di inutili certificati di lauree ed esperienze sono come certificati di morte accumulati nei registri.

Vite che non sono soggette ai calcoli del sole e della luna o al numero di ore della notte o del giorno; non ci si preoccupa per lo scorrere del tempo o per il fuso orario. Noi abbiamo le nostre coordinate, che differiscono dal resto della terra e coincidono con il calendario delle quote di energia elettrica e la data degli stipendi, le quote di coupon e aiuti alimentari, e quanto spetta ai feriti di guerra e agli altri.

Qui invecchiamo prima rispetto alla nostra età, oltrepassiamo la vecchiaia senza aver assaporato il gusto della gioventù. Cosi passa il tempo, la vita non è più una vita, e rimane la domanda: quando potremo vivere, nella Striscia di Gaza, un vita che sia una vita? Questi conflitti hanno prodotto sofferenze, perdita della patria e perdita dell’identità nazionale.

Testo di Sameera Hiles, elaborato e tradotto da Bassam Saleh

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