Gaza e i media. Un giornalista e un filosofo a confronto

 

Anche in Francia il modo in cui i mezzi d’informazione riportano l’offensiva su Gaza fa discutere. Il filosofo Henri Lévy sostiene che “per i media Israele è sempre il colpevole”. Alain Gresh riprende le sue argomentazioni ricordando ai lettori le impunità israeliane.

 

 

di Stefano Nanni

 

Tra i due in passato ci sono già state diverse querelle sulla questione israelo-palestinese, ma non solo. Tanto che il quotidiano progressista Le Monde Diplomatique, nel 2008, ha pubblicato un dossier http://www.monde-diplomatique.fr/dossier/BHL  per riassumerle.

Tornano a scontrarsi il filosofo Bernard-Henri Lévy e il giornalista Alain Gresh, entrambi di origine ebraica, sul modo di narrare quanto accade in Israele e Palestina. 

Polemiche – riconducibili alle critiche che l’opinione pubblica che ha come riferimento Le Monde rivolge alle posizioni conservatrici e filo-israeliane di Lévy – che anche questa volta non si sono fatte attendere.

“Rimettiamo le cose a posto”. Esordisce così il filosofo, conosciuto in Francia con l’abbreviazione BHL, in un articolo sul proprio sito intitolato “Obscenité”: quelle che a suo parere si starebbero verificando in questi giorni nel modo in cui buona parte di giornalisti e opinionisti francesi stanno raccontando l’offensiva israeliana su Gaza.

“Liberare i palestinesi dalle menzogne di Bernard-Henri Lévy”, gli risponde Gresh.

Di seguito riportiamo, in parte, come i due costruiscono e smontano le rispettive affermazioni, a partire dal secondo articolo in cui l’autore commenta, paragrafo per paragrafo, le tesi di BHL.

 

LO SCONTRO

 

“Tsahal – acronimo ebraico delle Forze Israeliane di Difesa, ndr – ha evacuato Gaza, unilateralmente, senza condizioni, nel 2005, su iniziativa di Ariel Sharon.Non c’è, da allora, più alcuna presenza militare israeliana su questo territorio che è controllato, per la prima volta, dai palestinesi.”

“Prima menzogna”, asserisce senza mezzi termini Gresh.

“Gaza resta, per le Nazioni Unite, un territorio occupato. La sola differenza è che i carcerieri sono fuori dalla prigione […] e non soltanto sottomettono la Striscia a un blocco totale, ma impediscono a Gaza di esportare le sue produzioni agricole mentre il 35% delle sue terre coltivabili e l’85% delle acque dedicate alla pesca sono parzialmente o completamente inaccessibili ai gazawi a causa delle restrizioni israeliane”.

“Le persone che l’amministrano e che, tra l’altro, non sono giunte al governo dalle urne ma attraverso la violenza e alla fine di un confronto sanguinoso con altri palestinesi nel 2007, non hanno più con l’ex-occupante alcun tipo di contenzioso territoriale come lo aveva, mettiamola così, l’OLP di Yasser Arafat.”

La replica si incentra su quanto avvenuto nel 2006 e facendo un paragone con gli americani: “Anche se c’è stata una guerra civile palestinese, Hamas a vinto elle elezioni democratiche nel 2006, sia in Cisigiordania che a Gaza. E che significa: le persone che l’amministrano non hanno più un contenzioso con Israele?? E’ più o meno il linguaggio usato dagli americani durante la guerra del Vietnam, quando dicevano che il Nord non aveva alcuna pretesa territoriale! La questione, ricordiamolo, è l’edificazione di uno stato palestinese che il governo israeliano rigetta.”

“Delle rivendicazioni di un Arafat come quelle, oggi, di Mahmoud Abbas, si poteva considerare che erano eccessive, o mal formulate oppure inaccettabili: ma almeno esisteva la possibilità di un compromesso politico. Mentre ora, con Hamas, prevale un crudo odio  non negoziabile […]— solo una pioggia di razzi e di missili lanciati secondo una strategia che non ha altro obiettivo che la distruzione dell’ ‘entità sionista’[…]”

“Eccessive le rivendicazioni di un Abbas che reclama il 22% della Palestina storica?”, si chiede Gresh.

“Inoltre, contrariamente a ciò che pretende il ‘nostro filosofo’, non ci sarà alcun accordo politico fintanto che i governi israeliani non applicheranno il diritto internazionale e non ritireranno l’esercito dai territori occupati”, tuona il giornalista, che poi si sofferma sulla posizione Hamas, che BHL “deforma totalmente.

Se dobbiamo parlare della ricerca di una soluzione politica, Hamas è forse ben più moderata di un Avigdor Lieberman, noto militante di estrema destra. Paradossalmente, se quest’ultimo fosse stato eletto in un paese europeo BHL sarebbe stato il primo a chiederne la rimozione.”

E quando Israele infine decide di rompere con mesi di ritegno […] e constata con terrore che il ritmo dei bombardamenti è di, in media, 700 in 200 giorni, e che l’Iran ha iniziato a consegnare ai suoi protetti dei FAJR-5 che possono raggiungere  il cuore del paese […] e dunque si risolve a reagire, che cosa succede? Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU […] si  riunisce d’urgenza per discutere, non  tanto dell’eventuale  sproporzione, ma dello stesso principio di legittima difesa israeliano”.

“Ancora un’altra falsità”, ribatte il giornalista.

“Come nel 2008, è stato il governo israeliano che ha rotto la tregua. Tra giugno e novembre, allora, regnava il cessate il fuoco ed è stata un’uccisione mirata delle IDF a provocare l’escalation. Basta consultare i rapporti settimanali delle Nazioni Unite sulla situazione alle frontiere per constatare chi ha scatenato le violenze”.

E non finisce qui. Lévy se la prende con il ministro degli Affari Esteri britannico “al quale non auguro affatto di ritrovarsi con un paese sotto attacco terrorista, che minaccia lo stato ebraico di perdere, facendo il suo lavoro di protezione dei propri cittadini, gli ultimi scarni sostegni che lui stesso ha la bontà di riconoscere, sulla scena internazionale”.

E con la responsabile delle diplomazia europea, Catherine Ashton, rea di aver messo sullo stesso piano,“secondo il suo stile ipocrita, degli estremisti da ambo le parti e condanna l’escalation di violenza, come nella notte hegeliana, dove tutte le vacche sono diventate grigie”.

“Queste dichiarazioni europee non devono trarre in inganno. Tutti sanno che, dopo anni, l’Unione Europea sviluppa relazioni bilaterali con Israele, indipendentemente dalle azioni di quest’ultimo nei Territori Occupati, indipendentemente dalla costruzione delle colonie, indipendentemente dalla regolare violazione dei diritti umani”, replica Gresh. 

Opinione che trova conferme, tra l’altro, nell’accordo commerciale firmato recentemente tra Bruxelles e Tel Aviv e dagli stessi dati che la Commissione Europea fornisce in merito ai rapporti che intercorrono tra i due. Dati che fanno di Israele il partner commerciale più importante per l’UE nel Mediterraneo.

L’ultimo paragrafo dell’articolo di Lévy suona come un’accusa a tutti coloro che a suo dire stanno mal informando, e con una certa ignoranza, su ciò che accade a Gaza in queste ore.

“Di fronte a questo cinismo, di fronte a questi due pesi e due misure che fanno sì che un arabo morto è degno di nota solo per incriminare Israele, di fronte a questa inversione di valori che trasformano l’aggressore in aggredito e il terrorista in resistente,[…] di fronte a cotanta ignoranza […] non c’è che una parola da dire: oscenità!”

Accuse che Alain Gresh riconsegna al mittente: “BHL si riferisce senza dubbio alle proprie argomentazioni per giustificare l’ingiustificabile”.

21 novembre 2012

http://www.osservatorioiraq.it/gaza-e-i-media-un-giornalista-e-un-filosofo-a-confronto

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