Gaza, essere donna ai tempi dell’assedio israeliano

Jamila, “la donna di ferro”, lavora in una fabbrica di cemento per sfamare la famiglia, dimezzata dai bombardamenti israeliani. Esempio della vita a Gaza.

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lunedì 13 maggio 2013 09:10
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di Rossana Zena

Betlemme, 13 maggio 2013, Nena News – Jamila Abu ‘Ashibe e’ una ragazza palestinese di 25 anni che vive a Gaza. Jamila – o come la chiamano i suoi colleghi, “la donna di ferro” – è la prima donna gazawi a lavorare in una fabbrica di cemento. Tutti i giorni, Jamila, riempe e carica sacchi di cemento, da 50 chili l’uno, su camion destinati alle imprese edilizie di tutta Gaza. Non è certo il primo duro lavoro che la giovane ragazza svolge: da quando aveva 16 anni lavora nel settore dell’edilizia, costruendo mattoni, guidando camion e gru.

Jamila – che in arabo significa “bella” – si è ritrovata in una cava di cemento, impegnata in un lavoro maschile e pesante perchè è l’unica persona della sua famiglia in grado di lavorare: sia il padre che la madre sono invalidi e deve sfamare gli 8 figli di 4 fratelli uccisi durante durante i vari attacchi militari israeliani contro Gaza. 

In un intervista all’agenzia stampa palestinese Ma’an News, Jamila ha dichiarato: “All’inizio mi vergognavo ad essere l’unica donna in mezzo ad un gruppo di lavoratori uomini, ma la necessità è virtù, e ho preferito fare questo lavoro anziche andare a mendicare per le strade che è sicuramente più vergognoso. Anche i miei colleghi all’inizio erano stupiti ed imbarazzati a lavorare con una ragazza, ma poi, quando hanno saputo quali condizioni di vita mi hanno portato ad una simile scelta, hanno accettato la situazione senza problemi“.

Perchè non un altro mestiere? L’originale scelta di Jamila è stata dettata da due ragioni: primo, l’incapacità di svolgere lavori tradizionalmente femminili come cucire e cucinare; secondo, e più importante, la differenza di guadagno. Perchè nel campo dell’edilizia il salario è indubbiamente più ingente e, dovendo sfamare 10 persone, ha pensato che fosse la possibilità più pesante ma anche più redditizia per la sua famiglia.

Il suo datore di lavoro, Abu Fu’ad, la descrive come una ragazza forte e astuta, che rifiuta qualsiasi tipo di favoritismo o aiuto da parte dei suoi colleghi, aggiungendo un elemento che non va dato per scontato in un mercato del lavoro, quello palestinese, ancora estremamente maschilista: Jamila guadagna quanto i colleghi maschi.

E come accade in tanti Paesi europei e come le donne italiane sanno bene, la giornata di lavoro di Jamila non finisce quando termina il turno alla fabbrica di cemento. Continua a casa, dove la giovane deve prendersi cura della sua famiglia e accudire le pecore e le capre che tengono in giardino. 

Nella Striscia il tasso di disoccupazione si attesta intorno al 41%. Gran parte degli occupati lavora nel settore pubblico, che tenta così di coprire il gap della mancanza di impieghi. Gli ultimi bombardamenti, durante l’operazione israeliana “Colonna di Difesa”, hanno ulteriormente danneggiato infrastrutture e aziende, mai completamente ricostruite dopo “Piombo Fuso”.Uniche fonti di sostentamento – in un’enclave dalla quale non si può uscire e nella quale importazioni ed esportazioni sono controllate e gestite unilateralmente da Israele – sono i tunnel illegali con l’Egitto da un parte, la pesca e l’agricoltura dall’altra, resi quotidianamente una sfida dalle durissime restrizioni imposte dal governo israeliano.

“L’assedio israeliano contro Gaza non rende la vita facile a nessuno, non siamo l’unica famiglia in una situazione simile. E’ difficile soprattutto se sei donna e se sei sola – dice Jamila – Non mi sono mai arresa e ho sempre cercato un lavoro onesto che mi permettesse di continuare a vivere in maniera dignitosa. Nonostante tutto”. Nena News

 

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=74365&typeb=0&Gaza-essere-donna-ai-tempi-dell-assedio-israeliano

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