Gaza: guerra in vista?

admin | November 12th, 2012 – 4:51 pm

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Ogni tanto bisogna leggere Alex Fishman, sul più diffuso quotidiano israeliano, Yediot Ahronot. Bisogna leggerselo per capire cosa pensano i dirigenti politici, e soprattutto quelli di sicurezza e forze armate. L’editoriale di oggi fa tremare le vene ai polsi, poiché parla di un vero e proprio intervento militare, oltre i raid che in questi ultimi giorni hanno già provocato morti, feriti, distruzione dentro la Striscia di Gaza. Parla – Alex Fishman – di una “operazione militare limitata, per spingere Hamas in una situazione in cui senta di poter perdere il potere su Gaza”: E poi spiega il perché: “Israele non ha interesse a rimpiazzare Hamas con elementi più estremisti”. Tradotto: meglio Hamas dei salafiti. Meglio detto: mentre in Occidente non bisogna parlare con Hamas, in Israele si pensa ora – dopo anni in cui è stato detto il contrarfio – che è meglio che Hamas controlli Gaza, piuttosto che mettere la Striscia nelle mani di settori ancor più radicali.

La strategia israeliana, secondo la lettura di Fishman, è lineare [sic!]. Le forze armate israeliane non possono far la figura di “una banda di impotenti smidollati, incapaci di difendere la popolazione civile [del sud di Israele] dagli attacchi provenienti da Gaza”. E dunque, l’intervento militare non è solo una ipotesi sul tavolo, ma – in pratica – una realtà. “Se fossi un abitante di Gaza – dice l’editorialista – non manderei a scuola i miei bambini, nei prossimi giorni. Se possibile, sposterei la mia famiglia sulla spiaggia, sino a che tutto sbollisce”.

Peccato che la spiaggia, a Gaza, non è molto lontana dai centri abitati. Anzi. Peccato che esiste un capo profughi – ora quartiere di Gaza City – densamente abitato che si chiama, per l’appunto, Shati, spiaggia. Peccato che in una Striscia di 400 kmq è ben difficile che si possa spostare la famiglia in un posto più sicuro. A Gaza, insomma, non ci sono rifugi.

Se le forze armate non possono dare l’immagine di non proteggere la popolazione civile nel sud di Israele, colpita dai razzi delle fazioni armate palestinesi, è singolare che – per migliorare la propria immagine – debbano colpire l’altra, di popolazione civile…

Andiamo però oltre, oltre il dato umano, sempre meno importante per i contendenti, e parliamo di strategia. Di cinica strategia. Le elezioni israeliane sono previste per la seconda metà di gennaio. E la storia recente insegna che è possibile che una guerra pre-elettorale sia tra le opzioni possibili. Quello che non torna è che il governo israeliano pensi di poter guadagnare, da una guerra. L’ultima volta – era appunto a novembre, novembre 2008, dopo i risultati delle presidenziali americane che videro la prima vittoria di Obama – l’allora premier Ehud Olmert decise l’escalation su Gaza. E alla fine di dicembre partì l’Operazione Piombo Fuso.

Ebbene, Olmert uscì sconfitto dalla guerra pre-elettorale, che fece invece vincere le consultazioni politiche anticipate a Bibi Netanyahu, allora all’opposizione e allora oppositore di una operazione militare su Gaza. Ora, che è saldamente al potere, Netanyahu vuole usare la stessa strategia di Olmert. E, a quanto dicono le schermaglie di questi ultimi due giorni sul Golan occupato, potrebbe addirittura avere due fronti aperti, a sud verso Gaza e a nord verso la Siria. Che senso ha? Ha senso preelettorale? E il governo israeliano vuole ancora una volta mettere in imbarazzo l’appena (ri)eletto Obama coinvolgendolo in un sostegno a Israele sui fusti dei cannoni diretti verso la Striscia? Netanyahu vuol forse far dimenticare a Obama di aver appoggiato, senza neanche tanto nasconderlo, il suo avversario Mitt Romney?

Fishman, nel suo editoriale, dice che gli americani hanno dato luce verde a un limitato intervento militare a Gaza. Ma ne siamo proprio sicuri? Obama, appena rieletto, deve far dimenticare molti errori, al mondo arabo. Ha una guerra civile siriana che è ormai diventata una vera e propria quotidiana carneficina, di cui poco si sa come si riusciva a sapere e vedere poco nella prima fase della guerra nei Balcani. Ha i paesi confinanti con la Siria che risentono profondamente di quello che succede a Damasco e ad Aleppo, compresa quella Giordania su cui gli USA hanno investito nel corso del loro coinvolgimento in Iraq, come investirono sulla Thailandia, retrovia del pantano vietnamita. Washington, poi, deve ricostruire una solida alleanza con l’Egitto guidato dall’islamista Mohammed Morsy.

C’è veramente bisogno, per gli Stati Uniti, di aggiungere una nuova Operazione Piombo Fuso in un carnet – ahimè – già pienissimo?

Detto questo, la cinica analisi delle strategie politico-militari dimentica lutti, cadaveri, bambini e adolescenti ammazzati. Ha senso, tutto ciò?

Mi consolo, ma è consolazione magrissima e senza alcun sollievo, con i Genesis. Cinema Show.

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