Gaza, imprigionata, e la riconciliazione

admin | February 23rd, 2012 – 12:36 am

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A parlare di politica, ci si dimentica dei luoghi. A parlare di politica palestinese, ci si dimentica di Gaza. Gaza che non cambia, che è sempre la stessa prigione. Gaza dove la gente è molto arrabbiata perché non c’è elettricità, e bisogna far andare i generatori che son stati comprati a caro prezzo per ovviare alla luce che va e che viene. La luce gestita dalla grande centrale elettrica che non può più erogare energia per l’intera giornata, perché non ha il carburante necessario.

L’elettricità arriva per sei ore al giorno. Poi, ci si arrangia. Con i generatori e poco altro. Eppure tutto, all’apparenza, sembra normale, in una città dimenticata che normale non è. Neanche se, rispetto al periodo precedente al dramma della flotilla e ai morti della Mavi Marmara, ci sono  più prodotti di prima sugli scaffali. Gli ascensori funzionano, almeno a Gaza City,  e anche le macchine del caffè e i computer. Ma il carburante non c’è: l’accordo con gli egiziani che il premier Ismail Haniyeh è andato a contrattare al Cairo non è ancora arrivato. O almeno, i suoi risultati non sono ancora arrivati agli utenti. E la gente di Gaza non nasconde il suo disagio.

Perché Gaza è ancora una prigione a cielo aperto. Nonostante alcuni cambiamenti siano evidenti. I lavori in corso, soprattutto. A Gaza City è tutto un cantiere. Strade e palazzi. Appartamenti. Costruzioni.  Il lavoro c’è, in un territorio che è ancora chiuso all’esterno. Il valico di Rafah, infatti, funziona per chi ha un visto, ragioni sanitarie, di studio, di lavoro. Per il resto, si sta alla finestra.

La nostra finestra è il mare, continuano a ripeterti. Il mare, calmissimo, che è sempre lo stesso, sempre blu, e che apre sempre il cuore, a vederlo mentre si scende per le strade che arrivano sulla piccola marina. Il mare, la finestra che fa dimenticare che si è dentro una prigione di 400 chilometri quadrati.

La politica palestinese, intanto, lavora. Molti dei massimi dirigenti di Hamas non erano a Gaza, martedì. Erano al Cairo, per una riunione con la leadership della diaspora. Argomento: l’accordo di Doha, sottoscritto da Mahmoud Abbas e Khaled Meshaal circa due settimane fa e mal digerito dagli altri dirigenti del movimento islamista palestinese.

Il nodo di fondo era la mancata consultazione degli organi del movimento da parte del capo dell’ufficio politico. Questa la ragione per la quale la riunione del Cairo era di quelle importanti, come ce ne sono – peraltro – già state nella storia ultraventennale di Hamas. Una riunione che, per mettere tutti intorno al tavolo i dirigenti del movimento, doveva tenersi per forza di cose all’estero. Al Cairo, appunto.

Alla fine, i dissensi sembra siano stati ricomposti. Almeno, questo è stato detto alla stampa, da Izzat al Resheq, che ha confermato che Hamas aderisce ai principi dell’accordo di Doha. A Gaza lo davano per scontato, che la dirigenza avrebbe raggiunto una posizione comune. Di certo, però, la discussione pubblica degli scorsi giorni, e soprattutto le durissime parole usate da Mahmoud A-Zahhar verso Meshaal, dice che Hamas sta cambiando. E le rivoluzioni arabe hanno avuto il loro ruolo, nel cambiamento.

In gioco è la (parziale) trasformazione di Hamas, a causa dei nuovi equilibri interni. Non solo il peso della constituency di Gaza, ma anche le diverse voci di Hamas della Striscia. Perché Hamas, a Gaza, non è omogenea. Anche se praticamente a tutti non è piaciuto il modo in cui Meshaal ha deciso, ex abrupto, di sottoscrivere la dichiarazione di Doha e accettare il nome di Mahmoud Abbas come futuro premier del governo di unità nazionale. Per chi vuole, però, far parte dell’onda del Secondo Risveglio arabo, la riconciliazione interpalestinese non è solo un passo obbligato. È la chiave stessa per un possibile futuro di Hamas nel nuovo panorama arabo. Anzitutto, perché uno sdoganamento di Hamas è immaginabile solo se il movimento islamista palestinese è considerato parte della serie di partiti islamisti che sono già protagonisti dei nuovi governi post-rivoluzioni. L’atteggiamento della politica occidentale verso i partiti islamisti è già cambiato, anche se solo per Realpolitik, e non certo per una riflessione seria sulle ragioni del loro consenso elettorale.

La riconciliazione – se solo si realizzasse, e non è detto che si realizzi – significa soprattutto che la regola aurea del Secondo Risveglio arabo è la compresenza al potere delle diverse anime politiche. Il modello che viene citato a Gaza, da alcuni esponenti di Hamas, non è tanto l’Egitto, dove la transizione è ancora nebulosa. È la Tunisia, dove i diversi poteri vedono uomini dai colori politici molto diversi: un presidente di sinistra, un premier islamista… Per l’ala pragmatica di Hamas, a Gaza, la vera chiave per aprire i confini, e dunque un altro capitolo nella storia nazionale, è mettere assieme i pezzi del puzzle politico palestinese. Non c’è solo alta politica, nei loro ragionamenti. C’è l’amministrazione del giorno per giorno, a Gaza, che ha cambiato il modo di percepire i compromessi della politica. Almeno per alcuni dei dirigenti.

Non si parla, dunque, solo di energia elettrica, nella capitale egiziana, visto che l’Egitto dovrebbe fornire a Gaza carburante o elettrodotto. Ciò che, insomma, serve a non lasciare al buio l’oltre milione e mezzo di persone che vivono nella Striscia.  E soprattutto a non far vivere loro un’esistenza sospesa, alle dipendenze da chi gestisce i muri –  il reale muro di cemento che parte come un serpente a sud di Ashkelon e continua lungo il confine con Israele, e quel muro di sabbia e potere e diplomazia che chiude Gaza a sud, verso l’Egitto.

Mahmoud Abbas è al Cairo, perché oggi c’è in agenda un incontro con le fazioni sulla riconciliazione. E quel governo di unità nazionale che dovrebbe essere presieduto da Abu Mazen. Sempre che i nuovi equilibri interni di Hamas abbiano partorito un nuovo modus vivendi.

Poca fantasia, per la playlist. Tom Waits, Downtown Train.

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