“Gaza in assedio permanente”

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Giuseppe Acconcia, 

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Intervista a Ilan Pappé. Secondo lo storico israeliano: «Il governo di Tel Aviv spera di lasciare Striscia e Cisgiordania nelle stesse condizioni in cui le ha tenute in questi anni»

«Siamo più vicini alla Terza Inti­fada». È il com­mento di Ilan Pappé, sto­rico israe­liano e diret­tore del Cen­tro euro­peo per gli studi pale­sti­nesi all’Università di Exe­ter in Gran Bre­ta­gna, sull’escalation di vio­lenze nel con­flitto israelo-palestinese dopo l’avvio dell’operazione «Mar­gine pro­tet­tivo». Pappé è tra i prin­ci­pali soste­ni­tori della cam­pa­gna glo­bale Boi­cot­tag­gio, disin­ve­sti­mento e san­zioni (Bds) che da anni ha lo scopo di pro­muo­vere pres­sioni poli­ti­che ed eco­no­mi­che con­tro Israele per la fine dell’occupazione dei ter­ri­tori pale­sti­nesi. «I con­ti­nui attac­chi in corso raf­for­ze­ranno la cam­pa­gna inter­na­zio­nale di boi­cot­tag­gio con­tro il governo israe­liano (Bds), allon­ta­ne­ranno l’Autorità nazio­nale pale­sti­nese (Anp) dal pro­cesso di pace e ina­spri­ranno le poli­ti­che israe­liane nei con­fronti dei pale­sti­nesi, ovun­que essi si tro­vino», denun­cia Pappé.


Neta­nyahu tenta di tro­vare un pre­te­sto per cer­care di man­te­nere lo sta­tus quo che è cam­biato con la for­ma­zione di un governo di unità nazio­nale tra Fatah e Hamas. Di sicuro, vor­rebbe distrug­gere poli­ti­ca­mente Hamas in Cisgior­da­nia e tenerla calma ancora una volta nel ghetto di Gaza. In ultima istanza, Neta­nyahu spera di lasciare Gaza e la Cisgior­da­nia nelle stesse con­di­zioni in cui le ha tenute da quando è diven­tato pre­mier. Hamas non vuole che que­sto si rea­lizzi ma Neta­nyahu sta usando tutta la sua forza con la spe­ranza di poter costrin­gere il movi­mento pale­sti­nese ad accet­tare lo sta­tus quo.Qual è l’obiettivo del pre­mier Ben­ja­min Neta­nyahu con l’operazione «Mar­gine protettivo»?

Per­ché per l’esercito israe­liano non era abba­stanza distrug­gere i tun­nel tra Israele e Gaza per chiu­dere il conflitto?

Distrug­gere i tun­nel non ferma Hamas. Hamas avrebbe voluto accet­tare un ces­sate il fuoco di lunga durata, dal 2012, ma gli arre­sti israe­liani di suoi lea­der e atti­vi­sti in Cisgior­da­nia sono per il movi­mento pale­sti­nese un atto di guerra in sé. Hamas ha aggiunto nei nego­ziati la richie­sta della fine dell’assedio, per la quale sta com­bat­tendo dal 2006. Il movi­mento aveva siglato un accordo non scritto con Israele per un ces­sate il fuoco di lunga durata nel 2012 con lo scopo di veri­fi­care se l’assedio potesse essere rimosso con mezzi diversi dalla lotta armata. Ora la situa­zione è cam­biata. Hamas vuole il rila­scio dei pri­gio­nieri e l’assicurazione inter­na­zio­nale che l’assedio venga alleg­ge­rito, se non rimosso.

Hamas può rinun­ciare ad alcune delle sue richie­ste, per esem­pio sulla fine dell’embargo, rila­scio dei pri­gio­nieri poli­tici e zona marit­tima di libero scam­bio a Gaza?

Fran­ca­mente a nes­suna di que­ste richie­ste Hamas vor­rebbe rinun­ciare, potrebbe, per ragioni tat­ti­che, voler atten­dere per la fine com­pleta dell’embargo e la zona marit­tima di libero scam­bio a Gaza.

Qual è il filo rosso che uni­sce il colpo di stato mili­tare del 2013, per­pe­trato in Egitto dall’ex gene­rale Abdel Fat­tah al-Sisi, con i pre­senti attac­chi di Israele su Gaza?

I due regimi, israe­liano ed egi­ziano, cre­dono che i mili­tari pos­sano for­zare il popolo ad accet­tare la loro legit­ti­mità e le loro visioni. Quando demo­cra­ti­ca­mente il popolo elegge gruppi della galas­sia dell’Islam poli­tico la rea­zione è di solito di non rispet­tare que­sta scelta nel nome della demo­cra­zia (l’esempio sto­rico che si usa con­tro gli isla­mi­sti è l’ascesa al potere di Hitler con mezzi demo­cra­tici, ma que­sta com­pa­ra­zione è solo il risul­tato dell’islamofobia, non è basata su fatti reali). Nel caso di Israele, non è impor­tante che i pale­sti­nesi eleg­gano demo­cra­ti­ca­mente una lea­der­ship isla­mi­sta o seco­lare, il governo israe­liano ten­te­rebbe comun­que di distrug­gerla con la forza. Anche il regime egi­ziano pro­ba­bil­mente a que­sto punto non tol­le­re­rebbe un’opposizione libe­rale o di sini­stra. In merito alla Stri­scia di Gaza, entrambi gli stati vogliono lasciarla nell’oblio e cre­dono che ghet­tiz­zarla basti per la rea­liz­za­zione di que­sto scopo.

La media­zione egi­ziana nel con­flitto tra Israele e Hamas sta pro­lun­gando il con­flitto? È cam­biato qual­cosa rispetto alla pre­si­denza Morsi?

Fino a que­sto punto gli egi­ziani non sono stati inter­me­diari one­sti. È pos­si­bile che stiano cam­biando paral­le­la­mente al coin­vol­gi­mento di nuovi attori arabi, inclusa l’Anp. Ma la loro osti­lità verso Hamas impe­di­sce al governo egi­ziano di gio­care un ruolo costrut­tivo. Il valico di Rafah era stato aperto durante la pre­si­denza di Moham­med Morsi. Il fatto che ora resti chiuso è una puni­zione per il soste­gno che Hamas ha accor­dato a Morsi.

Eppure in Egitto non esi­ste un movi­mento pro-Palestina, come nel 2003. Perché?

L’élite mili­tare egi­ziana vede Hamas come un nemico e alcune sezioni seco­lari della società con­si­de­rano Hamas come una costola dei Fra­telli musul­mani: il loro prin­ci­pale nemico. Ma il sen­ti­mento pre­va­lente in Egitto è la spe­ranza di vedere un governo, di qual­siasi colore esso sia, che fac­cia molto di più per la Pale­stina e i palestinesi.

Stati uniti e Unione euro­pea hanno gio­cato un ruolo per met­tere fine agli attac­chi israe­liani su Gaza?

No, le élite poli­ti­che in entrambi i casi hanno accet­tato la nar­ra­tiva israe­liana dell’auto-difesa e con­ti­nuano a con­ce­dere l’immunità ad Israele, al con­tra­rio di quello che le loro società vor­reb­bero che facessero.

L’Iran sta soste­nendo Hamas o non vuole appog­giare il movi­mento pale­sti­nese a causa dell’opposizione dimo­strata alla lea­der­ship di Bashar al-Assad in Siria (posi­zione con­di­visa con i Fra­telli musul­mani egiziani)?

La resi­stenza di Hamas ad Assad ha posto il movi­mento pale­sti­nese con­tro gli inte­ressi ira­niani. Sem­bra ci siano nuove con­nes­sioni tra Hamas e Teh­ran ma è ancora pre­sto dire se sono significative.

Ha soste­nuto la cam­pa­gna per un imme­diato embargo mili­tare verso Israele, a cui hanno ade­rito intel­let­tuali e arti­sti di tutto il mondo, da Brian Eno a Roger Waters, perché?

È una cam­pa­gna poli­tica e morale che ha l’obiettivo di cam­biare il discorso mon­diale in merito alla Stri­scia di Gaza. L’operazione israe­liana è ancora vista come un atto di auto-difesa invece è neces­sa­rio rico­no­sce che si tratta di cri­mini di guerra.

Come valuta la coper­tura media­tica del conflitto?

I media main­stream sot­to­scri­vono ancora la nar­ra­tiva israe­liana, che con­si­dera che il con­flitto a Gaza sia ini­ziato quando Hamas ha lan­ciato i mis­sili su Israele. Que­sta rico­stru­zione manca di con­te­stua­liz­za­zione sto­rica, sia imme­diata sia nel tempo dimen­ti­cando le azioni di Israele con­tro Hamas in Cisgior­da­nia a giu­gno e il loro legame con l’attuale ondata di violenza.

 

“Gaza in assedio permanente”

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