Gaza: la formula israeliana per una dieta da fame

REDAZIONE 25 OTTOBRE 2012

 

di Jonathan Cook – 24 ottobre 2012

Sei anni e mezzo fa, poco dopo che Hamas aveva vinto le elezioni nazionali palestinesi e assunto il controllo di Gaza, un altro dirigente israeliano descrisse la reazione pianificata da Israele: “L’idea,” disse, “consiste nel mettere i palestinesi a dieta, ma senza farli morire di fame.”

Anche se Dov Weisglass era consigliere di Ehud Olmert, il primo ministro dell’epoca, pochi osservatori considerarono quel commento come più che un’iperbole, una descrizione presumibilmente spiritosa del blocco che Israele stava per imporre alla minuscola enclave.

La settimana scorso, tuttavia, è finalmente emersa la prova che dimostra che questa divenne davvero la politica israeliana. Dopo tre anni di battaglie legali condotte da un gruppo israeliano per i diritti umani, Israele è stato costretto a rivelare il documento cosiddetto delle “Linee rosse”. Elaborato agli inizi del 2008, mentre il blocco si inaspriva ancora di più, il documento del ministero della difesa esponeva proposte su come trattare la Gaza governata da Hamas.

Dirigenti della sanità misero a disposizione calcoli sul numero minimo di calorie necessario perché gli 1,5 milioni di abitanti di Gaza non soffrissero di denutrizione. Tali cifre furono tradotte nei carichi di camion di cibo che si ipotizzava Israele dovesse consentire ogni giorno.

I media israeliani hanno tentato di presentare queste raggelanti discussioni, tenute in segreto, nella luce migliore possibile. Persino il quotidiano liberale Haaretz ha descritto eufemisticamente questa forma estrema di conteggio delle calorie come finalizzata a “garantire che Gaza non morisse di fame.”

Ma leggendo tra le righe emerge un quadro piuttosto diverso. Anche se il ministero della salute israeliano aveva stabilito che gli abitanti di Gaza avevano bisogno di una media di 2.279 calorie ciascuno per evitare la denutrizione – il che richiedeva 170 camion al giorno –gli ufficiali dell’esercito trovarono una serie di pretesti per ridurre i camion a una frazione della cifra originale.

La realtà fu che, in quel periodo, una media di soli 67 camion – molto meno della metà del minimo richiesto – entrarono quotidianamente a Gaza. E ciò in confronto con i più di 400 camion di prima dell’inizio del blocco.

Per ottenere questa grande riduzione gli ufficiali ridussero i camion sulla base di una valutazione eccessivamente ottimistica di quanto cibo poteva essere coltivato localmente e delle differenze nella “cultura ed esperienza” dei consumi alimentari a Gaza, una logica mai spiegata.

Gisha, l’organizzazione che si è battuta per la pubblicazione del documento, osserva che gli ufficiali israeliani hanno ignorato che il blocco aveva gravemente compromesso l’attività agricola a Gaza, con una penuria di semi e di polli che aveva portato a un’enorme caduta della produzione di cibo.

Anche il personale dell’ONU ha segnalato che Israele non ha tenuto conto della grande quantità delle forniture dei 67 camion quotidiani che non è mai arrivata a Gaza. Ciò perché le restrizioni israeliane ai valichi creavano lunghi ritardi mentre il cibo veniva scaricato, controllato e poi caricato su nuovi camion. Molti articoli si deterioravano restando al sole.

In aggiunta a ciò, Israele ha ulteriormente corretto la formula in modo che sono stati raddoppiati i trasporti di zucchero povero di nutrienti mentre erano grandemente ridotti, a volte della metà, i camion che trasportavano latte, frutta e verdura.

Robert Turner, direttore delle operazioni dell’agenzia dell’ONU per i rifugiati nella Striscia di Gaza, aveva osservato: “I fatti sul terreno a Gaza dimostrano che le importazioni di cibo sono scese in misura consistente al di sotto delle linee rosse.”

Non occorre essere esperti per concludere che l’imposizione di questa “dieta” in stile Weisglass avrebbe comportato denutrizione diffusa, specialmente tra i bambini. Ed è esattamente quello che è accaduto, come un rapporto fatto filtrare dal Comitato Internazionale della Croce Rossa aveva rilevato all’epoca: “La denutrizione cronica è in costante ascesa e le carenze di micronutrienti sono motivo di grande preoccupazione”, riferiva agli inizi del 2008.

Le proteste di Israele che il documento era una mera “prima bozza” cui non è mai stata data attuazioni sono scarsamente credibili e, comunque, fuori tema. Se i politici e i generali erano stati informati dagli esperti della sanità che Gaza necessitava di almeno 170 camion al giorno, perché hanno sovrinteso a una politica che ne autorizzava solo 67?

Non possono esserci dubbi che la dieta concepita per Gaza – in modo molto simile al blocco israeliano in generale – era intesa a costituire una punizione collettiva, diretta contro ogni uomo, donna e bambino. L’obiettivo, secondo il ministero israeliano della difesa, era di scatenare una “guerra economica” che avrebbe generato una crisi politica che avrebbe condotto a una rivolta popolare contro Hamas.

In precedenza, quando Israele aveva attuato il suo disimpegno nel 2005, aveva presentato il ritiro come un segno della fine dell’occupazione di Gaza. Ma la formula delle “Linee rosse” indica piuttosto il contrario: che, in realtà, i dirigenti israeliani hanno intensificato il loro controllo, gestendo le vite degli abitanti di Gaza a livello quasi di dettagli microscopici.

Possiamo avere il dubbio – considerate le esperienze di Gaza negli ultimi anni – che esistano negli archivi di Israele altri documenti, tuttora segretati, preparatori di esperimenti analoghi di ingegneria sociale? Gli storici del futuro sveleranno che i dirigenti israeliani avevano preso anche in considerazione il numero minimo di ore di elettricità necessarie agli abitanti di Gaza per sopravvivere, o la quantità minima di acqua o lo spazio minimo vitale per ogni famiglia o i livelli più elevati praticabili di disoccupazione? Formule di questo genere sono probabilmente dietro:

  • la decisione di bombardare l’unica centrale elettrica di Gaza nel 2006 e di bloccarne poi la riparazione appropriata;
  • il rifiuto di approvare un impianto di desalinizzazione, l’unico modo per prevenire un eccesso di trivellazioni che avrebbero contaminato la falda acquifera sotterranea di Gaza;
  • la dichiarazione di zona interdetta di larghe fasce di territorio agricolo, con la conseguente spinta delle popolazioni rurali nelle città e nei campi profughi già sovraffollati;
  • e il continuo blocco delle esportazioni, che decima la comunità commerciale di Gaza e assicura che la popolazione resti dipendente dagli aiuti.

Sono precisamente queste politiche israeliane che hanno indotto le Nazioni Unite ad avvertire in agosto che Gaza diverrebbe “inabitabile” entro il 2020.

In effetti, la logica del documento sulle “Linee rosse” e di queste altre misure si può rinvenire in una strategia militare che ha visto la sua apoteosi nell’”Operazione Piombo Fuso”, il feroce attacco a Gaza dell’inverno 2008-2009.

La dottrina Dahiya era il tentativo israeliano di aggiornare il suo tradizionale principio della deterrenza militare per far fronte a un Medio Oriente in cambiamento, in cui la sfida principale che esso affrontava consisteva nella guerra asimmetrica. Il nome Dahiya deriva da un quartiere di Beirut che Israele rase al suolo nel suo attacco del 2006 contro il Libano.

Il “concetto della sicurezza”, secondo il nome che l’esercito israeliano gli diede, comporta la distruzione totale dell’infrastruttura di una comunità per precipitarla talmente nei problemi della sopravvivenza e della ricostruzione che altri interessi, tra cui il contrattaccare o il contrastare l’occupazione, non sono più praticabili.

Nel primo giorno dell’offensiva contro Gaza, Yoav Galant, il comandante in carica, spiegò succintamente lo scopo: era di “rispedire Gaza decenni indietro nel passato”. Matan Vilnai può aver avuto la stessa idea quando, mesi prima dell’Operazione Piombo Fuso, avvertì che Israele si stava preparando a infliggere a Gaza una “shoah”, il termine ebraico per olocausto.

Vista in tale contesto, la dietra di Weisglass può essere intesa come semplicemente un ulteriore affinamento della dottrina Dahiya: un’intera società rimodellata per accettare la propria sottomissione mediante una combinazione di violenza, povertà, denutrizione e lotta permanente per risorse limitate.

L’esperimento della costruzione della disperazione palestinese, non occorre dirlo, è sia illegale sia grossolanamente immorale. Ma alla fine certamente si sfilaccerà, e forse più presto che tardi. La visita dell’emiro del Qatar, questa settimana, per donare centinaia di milioni di dollari di aiuti, è stata la prima di un capo di stato dal 1999.

I ricchi paesi petroliferi del Golfo hanno bisogno di influenza, alleati e di un’immagine migliorata in un Medio Oriente nuovo distrutto dalle rivolte e dalla guerra civile. Gaza è una medaglia, sembra, di cui possono desiderare di disputare il possesso da parte di Israele.

Jonathan Cook ha vinto il premio speciale Martha Gellhorn 2011 per il giornalismo. I suoi libri più recenti sono “Israel and the Clash of Civilisations: Iraq, Iran and the Plan to Remake the Middle East (Pluto Presso) [Israele e lo scontro di civiltà: Iraq, Iran e il piano per rifare il Medio Oriente” e “Disappearing Palestine: Israel’s Experiments in Human Despair” (Zed Books) [La scomparsa della Palestina: esperimenti israeliani con la disperazione umana]. Il suo sito web è: www.jkcook.net.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/israel-s-formula-for-a-starvation-diet-by-jonathan-cook

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2012 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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