GAZA. “L’Occidente non può rimanere indifferente”

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04 set 2014

Secondo l’attivista Andreasson, a Gaza durante l’attacco israeliano, la ricostruzione della Striscia richiederà parecchi anni: “Israele voleva mettere in ginocchio l’economia legale”.

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 L’ospedale Al Wafa di Gaza, distrutto durante l’offensiva Margine Protettivo

di Giovanni Vigna

Mantova, 4 settembre 2014, Nena News – Charlie Andreasson è un attivista svedese che presta servizio a Gaza e ha vissuto sulla propria pelle l’offensiva israeliana “Margine protettivo”. Andreasson, testimone della distruzione della Striscia, ha deciso di farsi portavoce delle istanze del popolo palestinese che vive a Gaza e desidera che l’Occidente sappia cosa succede su quella sponda del Mediterraneo martoriata dalla guerra.

Charlie, qual è la situazione a Gaza dopo la fine dei bombardamenti? Quali sono le emergenze da affrontare?

Gli attacchi israeliani hanno colpito principalmente le strutture civili come ospedali, centri di cura, istituti scolastici, scuole dell’Onu, università e aziende, ad esempio una fabbrica di scarpe, un saponificio, una fabbrica di biscotti, persino un magazzino di dolci, i caffè della spiaggia, oltre ai laboratori, all’unica centrale elettrica, alle infrastrutture per l’acqua, a quelle per le acque di scarico e case private. I bombardamenti degli ospedali rappresentano una violazione dell’articolo 18 della IV Convenzione di Ginevra. Tutto ciò costituisce un duro colpo per l’economia di Gaza. Probabilmente la ragione degli attacchi israeliani era mettere in ginocchio l’economia locale. Quando si tratterà di procedere alla ricostruzione, sarà necessario focalizzarsi sull’energia, sull’acqua e sulle acque di scarico. Ma la guerra ha lasciato anche 100mila palestinesi senza casa. È necessario trovare una soluzione per queste persone, finché non sarà possibile costruire nuove abitazioni.

Cosa pensano i palestinesi di Gaza dell’atteggiamento dei paesi occidentali e arabi che sono rimasti a guardare senza intervenire per fermare l’offensiva israeliana?

Non è la prima volta che il mondo chiude gli occhi davanti alle violazioni dei diritti dei palestinesi da parte di Israele. Questo può spiegare perché la gente a Gaza, adesso, sia dalla parte della resistenza, comprese le persone che, durante i periodi di pace, non la sostengono in alcun modo. I palestinesi sono coscienti di essere soli, sanno che nessuno vuole proteggerli e che nessuno farà in modo che Israele ponga fine alle violazioni dei diritti umani e delle risoluzioni dell’Onu. Sono convinti che solo la resistenza li possa salvare. Allo stesso tempo, intravedo la possibilità che tutto questo, un giorno, possa finire. Molte persone che incontro mi pregano di scrivere quello che vedo e di pubblicarlo sui giornali occidentali, per far sapere a chi sta nella propria casa, davanti al computer e alla televisione, ciò che accade a Gaza. I palestinesi non mi chiedono di esagerare le cose o di mentire ma di scrivere quello che vedo e di riportare la mia esperienza, nella convinzione che i leader occidentali si assumeranno le proprie responsabilità se la gente scoprirà la verità smettendo di credere alla propaganda israeliana.

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L’attivista Charlie Andreasson

Quanti anni serviranno per ricostruire Gaza?

Tutto dipende da quanto materiale sarà fatto entrare a Gaza e dai tempi con cui le materie prime potranno arrivare a destinazione. Ovviamente dipenderà anche dalla volontà del mondo di sostenere la ricostruzione di Gaza. Ma ci vorranno anni.

È ragionevole pensare che le richieste di Hamas non ancora accolte (fine dell’embargo, rilancio dell’aeroporto e del porto, apertura dei valichi eccetera) possano essere soddisfatte in futuro?

Tutte le richieste di Hamas sono già incluse negli Accordi di Oslo e negli accordi successivi. Per questo motivo tali richieste dovrebbero essere già state tradotte in fatti. Il mondo ha accettato tali richieste, Israele ha firmato gli accordi, tuttavia il premier israeliano Netanyahu ha dichiarato che nessuna delle richieste di Hamas sarà realizzata. Questo è il motivo della guerra. Gli israeliani non erano interessati a mantenere il silenzio sulla drammatica condizione dei palestinesi. In realtà volevano rinforzare l’assedio di Gaza e, cosa più importante, potenziare l’attuale politica di colonizzazione del territorio che non appartiene a Israele, ovvero la Cisgiordania e Gerusalemme Est. Israele ha interpretato l’unificazione strategica tra i partiti di Gaza e Ramallah (Hamas e Fatah, ndr) come una minaccia a questo progetto di espansione. Di conseguenza, per rispondere alla sua domanda, no, non sono molto ottimista e, se le richieste non saranno accolte, è probabile che la guerra ricomincerà.

Lei è coinvolto nel progetto dell’Arca di Gaza, che aveva l’obiettivo di creare un network internazionale per commerciare all’estero i prodotti palestinesi. Tale iniziativa ha qualche speranza di essere realizzata?

Al terzo giorno di guerra, l’Arca è stata colpita e ridotta in mille pezzi. È stato un messaggio forte, rivolto non solo a noi ma a tutto il mondo, che è stato informato del fatto che Israele non accetterà alcuna forma di commercio o esportazione dei prodotti palestinesi. Adesso a Gaza è consentito commerciare all’estero solo il 3% di ciò che si esportava prima dell’assedio: tale divieto sta distruggendo l’economia molto più dei problemi che riguardano l’importazione delle materie prime. Distruggendo l’Arca di Gaza, Israele si è dimostrato consapevole di non essere in grado di fermare i progetti dei palestinesi con mezzi diplomatici e politici. Gli israeliani sono costretti a usare la violenza militare. E, ovviamente, quando si tratta dei crimini di Israele, il mondo rimane zitto. Il progetto dell’Arca di Gaza, per il momento, è morto ma è stata programmata una nuova “Flotilla”, un gruppo di imbarcazioni che salperà, speriamo, tra pochi mesi.

In tutte le guerre sono i civili ad avere la peggio. Qualche analista sostiene che il ripetuto lancio di razzi da parte di Hamas possa aver provocato la reazione, certamente sproporzionata, di Israele. L’evidente disparità delle forze in campo non avrebbe dovuto suggerire ai leader di Hamas un atteggiamento meno aggressivo e più cauto al fine di preservare la popolazione civile dai bombardamenti?

Innanzitutto vorrei ricordare che Israele ha violato tutti i precedenti accordi stipulati con i palestinesi e che lo Stato Ebraico rappresenta il potere occupante. I coloni israeliani rubano sistematicamente ai legittimi proprietari sempre più terra, sottraendola al futuro Stato di Palestina. Qualunque cosa si possa pensare della resistenza e dei razzi che sono stati sparati contro Israele, rimane il fatto che i combattenti palestinesi hanno il diritto, sancito dalle leggi internazionali, di resistere contro l’occupazione. Ora, la “pioggia di razzi” è iniziata dopo che Israele ha avviato la caccia all’uomo in Cisgiordania in seguito al rapimento e all’uccisione dei tre giovani ebrei. Si può discutere sulla tesi secondo la quale la resistenza (non solo Hamas ma anche altri gruppi) abbia fermato la rioccupazione di Gaza da parte di Israele. Come abbiamo visto, Israele ha colpito le scuole, gli ospedali e le abitazioni dei civili. La mia opinione è che sarebbe infantile credere che Israele avrebbe risparmiato le infrastrutture civili se la resistenza fosse stata meno aggressiva. Evidentemente l’obiettivo di Israele era danneggiare l’economia palestinese e la possibilità di costruire uno stato economico funzionale, insieme al resto della Palestina.

Che cosa pensa della pubblicazione sul sito www.stoptheism.com dei nomi degli attivisti dell’International Solidarity Movement (Ism) e dell’invito a segnalarli all’esercito israeliano affinché quest’ultimo li uccida? Lei è presente nella lista. Si sente in pericolo?

Ho visto la lista, è un invito all’omicidio ma, finché sono a Gaza, non sono in pericolo. Chi potrebbe chiamare l’Idf (le Forze di Difesa Israeliane, ndr) per farmi uccidere nella Striscia di Gaza? Qui tutti i civili rischiano la vita sia durante la guerra che in tempo di pace. Noi attivisti siamo in pericolo quando andiamo a fare da scudi umani per proteggere i contadini nella buffer zone. Per usare la terminologia di Amnesty International, possiamo definirci difensori dei diritti umani ed è questo, forse, che innervosisce chi si nasconde dietro a questo sito. Gli artefici della “lista nera” non sopportano il fatto che noi volontari trattiamo i palestinesi come esseri umani. L’uomo che si nasconde dietro al sito si chiama Lee Kaplan. Non ho paura di lui, per me è un folle, ma ho motivo di avere paura dei suoi cosiddetti fan. Al momento abbiamo contattato un avvocato che sta valutando se la pagina web dove è stata pubblicata la lista con i nostri contatti possa essere chiusa. Nena News

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