Gaza, “Piombo fuso”: un altro colpo di spugna

adminSito  lunedì 13 agosto 2012 21:33

 Il 12 agosto un soldato israeliano, coinvolto nella morte di Majeda e Raya Hajjaj, ha raggiunto un accordo con la procura militare: scontera’ solo 45 giorni per uso improprio .

di Davide Tundo*

Roma, 14 agosto 2012, Nena News – Il 3 gennaio 2009 l’esercito israeliano iniziava l’invasione terrestre della Striscia di Gaza, dopo circa 8 giorni di bombardamenti e incursioni aeree a vasta scala. Quella notte i carri armati israeliani entrarono nell’area di Johor Ad-Dik, zona agricola ad est della Striscia e distante solo 1,5 km dal confine con Israele (c.d. Green Line). La famiglia Hajjaj, circa 16 persone, si era rifugiata nel primo piano del loro edificio allorché alle 7 di mattina del 4 gennaio un carro armato israeliano colpì l’edificio, ferendo Manar Abu Hajjaj, di 13 anni.

Sotto fuoco israeliano e tra le fiamme ormai propagatesi nello stabile, la famiglia Hajjaj decise di uscire allo scoperto per trovare rifugio nella vicina casa della famiglia Assafadi, distante circa 300 metri.

Un totale di 27 civili, membri delle due famiglie, vi si trovava allorché intercettarono un messaggio radio israeliano che ordinava ai residenti della zona di abbandonare le proprie abitazioni e dirigersi verso i principali centri abitati. Nel racconto che fece uno dei sopravvissuti, Salah Abu Hajjaj, al Palestinian Centre for Human Rights di Gaza (PCHR-Gaza), si apprese peraltro che la Croce Rossa e la Mezzaluna Rossa, allertate dai civili, informarono questi di non poter raggiungere l’area perché dichiarata off-limits dal comando israeliano in quanto zona militare.

Non rimaneva altra scelta che uscire nuovamente allo scoperto, seguendo gli ordini impartiti dall’esercito israeliano, ancor più che la piccola Manar necessitava di cure mediche urgenti. Così questo gruppo di 27 persone, di cui la metà bambini e diverse donne e anziani, abbandonò il loro ultimo rifugio dirigendosi lentamente verso un’area aperta ad ovest di Johor Ad-Dik in cui pensavano, agitando vistosamente stracci e lenzuoli bianchi in aria alla luce del giorno, di essere ben distinguibili per i soldati israeliani.

Erano civili disarmati e impauriti, con un ferito al seguito. Nel cammino si vennero a imbattere con alcuni carri armati israeliani, distanti circa 150 metri. Decisero di fermarsi per farsi riconoscere come civili, confidando che come tali non sarebbero stati presi di mira. Al contrario, senza preavviso né ulteriori segnali, i carri armati israeliani aprirono fuoco contro il gruppo che in preda al panico iniziò a correre verso l’edificio che si erano lasciati alle spalle, il loro ultimo, ora lontano rifugio. Il fuoco israeliano impazzava indiscriminatamente.

Nella fuga non tutti riuscirono a trovare scampo. Majeda Hajjaj, 37 anni sorella di Salah, raggiunta dai colpi morì immediatamente. Raya Hajjaj, 64 anni madre di Salah, venne invece ferita al braccio e all’addome, morendo poco dopo. Il resto del gruppo, che aveva dovuto abbandonare le due donne nella concitata fuga a causa dell’intensità degli spari israeliani, riuscì a rientrare nell’edificio della famiglia Assafadi, dove rimase altre 24 ore prima di riuscire questa volta a raggiungere un’area ad est di Johor Ad-Dik. La piccola Manar fu portata finalmente in un ospedale, oltre un giorno dopo essere stata ferita. I 24 civili superstiti vennero accolti presso una scuola dell’UNRWA del campo di rifugiati di Al Bureij.

Solo dopo 11 giorni il comando israeliano autorizzò l’accesso di un’ambulanza per recuperare i corpi di Majeda e Raya. Quando ormai questa si trovava nelle prossimità del luogo dell’incidente, il comando israeliano revocò all’improvviso l’autorizzazione. Fu solo il 18 gennaio, a seguito del cessate il fuoco israeliano, quando la famiglia Abu Hajjaj riuscì a tornare a casa per recuperare i corpi di Raya e Majeda. Quest’ultima era stata ricoperta dai soldati israeliani con pannelli di alluminio e spianata da un bulldozer. Del suo corpo rimanevano due tronconi. Nei giorni precedenti, la casa della famiglia Abu Hajjaj fu occupata dai soldati israeliani, che ne ricopersero le pareti con graffiti offensivi, come peraltro accadde spesso durante i 23 giorni che durò l’offensiva su Gaza. Nelle vicinanze, i segni della devastazione erano visibili ovunque: una tranquilla area agricola, dove non si era registrata attività alcuna né presenza della resistenza palestinese, era stata distrutta. La morte di Majeda e Raya è uno dei 36 incidenti, peraltro “illustrative of the main patterns of violations”, documentati nel rapporto (c.d. Goldstone), commissionato dalle Nazioni Unite a un gruppo di esperti indipendenti per far luce sulle violazioni del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani occorse nel contesto dell’offensiva israeliana sulla Striscia di Gaza di dicembre 2008-gennaio 2009.

Secondo la IV Convenzione di Ginevra del 1949, di cui Israele è parte, i civili (e altri individui “hors de combat”) sono “protected persons” in tempo di guerra e come tali devono essere riconosciuti e tutelati dalle forze combattenti. I principi di distinzione tra civili e obiettivi militari, di proporzionalità e precauzione nell’attacco, e la limitazione nell’uso di determinate armi, svolgono difatti la funzione di eliminare, o almeno ridurre, pericoli e danni, tanto fisici come materiali, alle persone civili. Tali principi sono vincolanti all’essere unanimemente considerati come diritto internazionale umanitario consuetudinario. In effetti Israele, pur non avendo ratificato il Protocollo Addizionale alla IV Convenzione di Ginevra in cui sono stati codificati nel 1977, é tuttavia tenuto al rispetto di tali norme fondamentali, ispirate a precetti universali di umanità.

L’uccisione di Majeda e Raya, per le circostanze in cui si è prodotta, è avvenuta in chiara violazione del principio di distinzione e può integrare altresì, in quanto “intentional attack against civilians”, un crimine di guerra secondo l’art. 8 (2) (b) (i) dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale. Inoltre nel caso di specie appare chiara la reiterata violazione da parte delle forze armate israeliane dell’obbligo di prestare assistenza ai feriti e provvederne una celere evacuazione, come disposto dalla IV Convenzione di Ginevra. Infine il diritto internazionale umanitario consuetudinario impone alle parti combattenti, e senza dilazioni ingiustificate, di cercare ed evacuare i corpi delle vittime, i quali dovranno essere trattati rispettosamente.

La sospetta commissione di gravi violazioni del diritto internazionale umanitario e la possibile commissione di un crimine di guerra imponeva a Israele di indagare, prontamente e conforme agli standards internazionali, l’attuazione dei propri effettivi implicati al fine di individuare e castigare le responsabilità penali individuali ai diversi livelli. Tale obbligo è stato peraltro ribadito dal rapporto Goldstone in relazione a tutti gli altri incidenti in esso documentati e a quelli di cui si avesse avuto conoscenza, quest’ultimi un numero indubbiamente più alto dato l’ingente bilancio di vittime palestinesi (circa 1,419 di cui l’82% civili).

Ebbene a distanza di più di 3 anni, giustizia non è stata ancora fatta per la morte di Majeda e Raya Hajjaj.

Il 12 agosto un soldato israeliano della brigata Givati, operante nella zona e al tempo dell’incidente in cui morirono Majeda e Raya Hajjaj, inizialmente indagato per omicidio involontario, ha raggiunto un accordo con la procura militare israeliana per cui sconterà soltanto 45 giorni di prigione per “uso improprio di armi”.

L’accordo, sottoposto al tribunale militare di Jaffa, dovrà da questo essere ratificato, ma difficilmente vi saranno colpi di scena, dato l’assenso anzidetto dell’ufficio del Military Attorney General (MAG), cui una consolidata giurisprudenza della Suprema Corte israeliana concede ampi margini discrezionali nella decisione di aprire o meno indagini penali ed eventualmente rinviare a giudizio militari israeliani, cosi come sulla qualificazione giuridica dei supposti di fatto e sulle pene risultanti.

A seguito della mediazione tra la procura militare e il difensore del soldato, e una sommaria valutazione delle contrastanti dichiarazioni testimoniali rese dai soldati israeliani coinvolti e dai civili palestinesi presenti, quest’ultimi peraltro mai sentiti per un ulteriore riscontro, la versione avallata dalle autorità inquirenti israeliane ha escluso una responsabilità penale, anche colposa, del soldato nella morte di Majeda e Raya Hajjaj. 

Rimane quindi senza responsabile un atto di efferata crudeltà, un crimine di guerra perpetrato contro un gruppo di civili indifesi, l’ennesimo colpo di spugna dell’apparato investigativo e giudiziario israeliano nei riguardi delle vittime civili palestinesi di operazione Piombo Fuso. Nena News

*Davide Tundo, dottorando in Diritti Umani, Giustizia Internazionale e Democrazia dell’Università di Valencia (Spagna) e collaboratore del Palestinian Centre for Human Rights di Gaza (PCHR-Gaza).

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=32299&typeb=0&Gaza–Piombo-fuso–un-altro-colpo-di-spugna

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