Gaza, se i media non raccontano il fatto non esiste – di Patrizia Cecconi

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Eccoci qui, in questo lembo di terra fatto di tutto, violenza e dolcezza, speranza e disperazione, guerra imposta e pace tentata, creatività e rassegnazione, resistenza tenace e sogni di fuga, distruzioni e ricostruzioni…. Eccoci qui.

Chi ha sentito notizia dei 41 feriti di ieri durante la “Marcia del mare”? Pochi, pochissimi.

Se i media non raccontano, il fatto non esiste. Se il fatto non esiste, Israele può seguitare (è vero che lo farebbe lo stesso) a reprimere senza neanche subire la minima critica da parte della società civile. Da parte delle istituzioni non ci speriamo più, i complici non si criticano, o si giustificano o si sostengono direttamente senza indugi.

Ma la società civile no, la società civile, per quanto la sua voce sia flebile una voce ce l’ha. Allora lasciamola nell’ignoranza dei fatti di modo che quando arriveranno quegli altri fatti, quelli che si vogliono far conoscere, la sua consapevolezza sarà falsata in partenza.

La Marcia del mare, quella che ieri ha visto il ferimento di 41 persone, è una sorta di eco della Grande marcia del border di terra e si svolge in un punto a nord della Striscia (a Beit Lahya) ogni lunedì da circa tre mesi ma pochi ne parlano. Anche quando i militari dello Stato ebraico uccidono sparando a distanza, dal mare, a chi manifesta pacificamente sulla spiaggia, pochi ne parlano. Se poi non c’è neanche il morto il silenzio è quasi totale anche sui social.

Potere dell’assuefazione alla BANALITA’ DEL MALE di cui Hannah Arendt parlava a proposito del nazismo!

Bene, diciamolo noi, per poco che possa servire vale sempre la regola che il poco è infinitamente lontano dal niente. E poi questo è il compito dei giornali indipendenti e dei giornalisti che ci lavorano.

Allora, ieri alla Marcia del lunedì sulla spiaggi di Beit Lahya contro l’assedio, gli assedianti hanno sparato come sempre alla grande, tanto i proiettili non hanno un alto costo e comunque, all’interno di Israele, c’è chi è disposto a pagarlo, quel costo, anche in forma di tasse destinate alla repressione delle giuste rivendicazioni del popolo palestinese.

Dei numerosi proiettili sparati, parte “vivi” e parte ricoperti di gomma, 36 sono andati a segno, vale a dire che hanno colpito i manifestanti e ad essi si sono aggiunti i micidiali tear gas che hanno costretto al ricovero per soffocamento 5 cittadini gazawi.

Nessun problema, occhio non vede e cuore non pena, dice un vecchio adagio, e possiamo seguitare a finanziare la ricerca israeliana, vedi ultimo premio R.L.Montalcini al docente israeliano di chimica, gentilmente offerto con tanto di omaggio da parte dei viceministri pentastellati affiancati al mondo accademico (v. https://www.radioradicale.it/scheda/556845/cerimonia-di-consegna-del-premio-rita-levi-montalcini-per-la-cooperazione-scientifica).

Se Israele le sue ricerche le usa per affinare armi che poi testa sui palestinesi non è un problema che ci riguarda, noi italiani siamo per il sostegno alla ricerca…. non in Italia magari, ma quella è un’altra storia!

Bene, nonostante tutto la vita a Gaza procede.

Una cosa che ormai ci è chiara è che Israele e i suoi diretti e indiretti sostenitori stanno tentando di ottenere la trasformazione del popolo gazawo in un ammasso di disperati che sentendosi vittime elemosinano carità. Chi elemosina è disposto ad accettare quel che gli viene concesso, pur se il prezzo è la perdita della dignità e, alla fine, l’abbandono della lotta. Israele lo sa bene, chi non lo sa bene sono le tante associazioni e i tanti amici del popolo palestinese che, involontariamente, si fanno portatori del progetto israeliano per puro sentimento umano che altri sanno ben utilizzare.

Ma Israele sa anche che c’è uno zoccolo duro che non accetta elemosina e che non intende fuggire, lasciando che la pulizia etnica della Palestina si completi motu proprio. E’ con questo zoccolo duroche l’assediante deve fare i conti. E non solo l’assediante.

Intanto, mentre l’energia elettrica prolungata accarezza il sogno di una possibile normalità, il ronzio dei droni è costante e solo il richiamo dei muezzin riesce a coprirlo. I gazawi ormai lo conoscono così bene che hanno ribattezzato i droni “zannana” per quel fastidioso continuo zzz, zzz che li controlla e li minaccia dal cielo, ma riescono anche a riderci.

Questa è Gaza, il luogo più strano che io conosca, quello dove si impreca contro il nemico e dopo pochi secondi si ride di quello stesso nemico come se fosse un povero sciocco che si illude di spegnere questa strana, incredibile e leggermente folle vitalità che appartiene più o meno a tutti i gazawi.

Solo convincendoli che il loro futuro non esiste e che non ha senso lottare per conquistarlo si potrà spegnere la forza interiore di questo spicchio di popolo. Per questo sono all’opera psicologi e saggisti vari, alcuni addirittura in buona fede. Ce la faranno solo se riusciranno a intaccare quello “zoccolo duro” che non si arrende.

Per ora sembra difficile che possano riuscirci, sebbene la devastazione del tessuto sociale che stanno tentando di porre in opera non va sottovalutata.

Gli americani regalavano ai nativi sopravvissuti e resistenti le loro coperte per l’inverno. Ma era un regalo avvelenato, ora i pochi indiani rimasti vivono nelle riserve. Questo le leadership palestinesi lo sanno. I palestinesi che ancora parlano con “accento politico”, quale che sia la fazione cui appartengono, sperano che i loro leader non lo dimentichino.

 

Patrizia Cecconi

Gaza city, 20 novembre 2018

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Gaza, se i media non raccontano il fatto non esiste

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