GAZA SENZA PACE – di Patrizia Cecconi

 

di Patrizia Cecconi

Mentre i droni seguitano a volare basso portando pessimi presagi, mentre si verificano i danni a persone e cose provocati durante la notte da una ventina di bombardamenti con F-16 israeliani ai quali hanno risposto altrettanti lanci di razzi da Gaza invertendo, questa volta, l’ordine abituale di lanci da Gaza e risposta da Israele, si prova a guardare alla situazione politica sul piano sociale perché in questo periodo i movimenti della base, a partire dall’organizzazione della “grande marcia del ritorno”, sembra siano quelli che richiamano con prepotenza un’attenzione che i media non sembrano ancora disposti a concedere.

Dopo la repressione , a Ramallah  da parte della polizia dell’Autorità palestinese della manifestazione popolare a sostegno dei fratelli di Gaza, arriva la repressione della manifestazione a Gaza da parte della polizia di Hamas. Temi delle due manifestazioni: gli stessi!

Di Ramallah si è già scritto e ormai il fatto è uscito dalla cronaca, di Gaza non risulta ci siano stati reportage forse perché la situazione di chiusura imposta da Israele ha anche questi risvolti: o si sta direttamente sul posto e si ha la possibilità di essere voce che scavalca il confine imposto, o ciò che avviene e che ha importanza apparentemente solo locale resta confinato  nel locale. Lo avevamo già notato per alcune manifestazioni di donne intorno all’8 marzo. Uscivano dagli stereotipi che vogliono Gaza chiusa a qualunque istanza che suoni come progressista e, quindi, solo stando sul posto e potendo direttamente testimoniare era stato possibile “stupire” tanti sedicenti informati che le donne gazawe non sono solo ijiab o niqab e accondiscenza, ma sono molto di più.

Ora, tornando alle manifestazioni attuali, ci si chiede cosa abbia spinto l’Autorità locale, cioè Hamas, a reprimere la manifestazione indetta dagli ex-prigionieri politici che chiedevano all’Autorità palestinese “di Ramallah” l’interruzione della punizione collettiva consistente nel taglio dei salari ai dipendenti pubblici. Se lo scopo dell’Anp era quello di indebolire Hamas con queste sue misure restrittive, lo scopo reale raggiunto è stato invece quello di rendere la popolazione gazawa sempre più povera e di conseguenza sempre più preda di “buoni” donatori capaci di fornire sussidi di sopravvivenza.

Ma perché è intervenuta la polizia a bloccare le richieste dei manifestanti in piazza Saraya, una delle piazze centrali di Gaza city? Al comitato degli ex-prigionieri, riconosciuti partigiani contro l’occupazione, si sono uniti molti altri cittadini e gli slogan gridati all’unisono chiedevano all’Anp l’eliminazione delle sanzioni ma chiedevano  anche di porre fine alla divisione Fatah-Hamas e ripristinare l’unità che è uno dei messaggi che dal 30 marzo ad oggi vengono lanciati, con esempio pratico, dai campi della “grande marcia”.

Il FPLP, terzo partito sia a Gaza che in Cisgiordania, e che in un certo senso si pone tra Hamas e Fatah, ha condannato l’interferenza poliziesca ed ha  riaffermato il diritto del popolo palestinese a continuare la sua lotta nazionale e democratica per porre fine alla divisione e a tutte le sue ripercussioni catastrofiche compreso il peggioramento dell’economia gazawa dovuto alle restrizioni imposte dall’Anp.

La sua condanna verso la polizia di Hamas è inequivocabile, come si legge nella dichiarazione pubblica, il FPLP definisce “inaccettabile l’intervento dei servizi di sicurezza di Hamas contro la folla di manifestanti in Piazza Saraya in risposta alla chiamata degli ex-prigionieri per porre fine alla divisione, ripristinare l’unità e togliere le sanzioni su Gaza”.

Da parte di Fatah è arrivata analoga condanna con la pubblica dichiarazione che “il tentativo da parte di Hamas di infiltrare i suoi membri in mezzo al sit-in che richiedeva la fine della divisione e il ritorno all’unità nazionale… (dimostra che) Hamas non vuole l’unità …. ma cerca mezzi di pressione per spingere la comunità internazionale a separare Gaza con il pretesto della situazione umanitaria”.

Ovviamente Hamas rigetta le accuse, come avviene in tutti i contesti del mondo quando la polizia è accusata di andare contro le richieste condivise dalla popolazione. Lo abbiamo visto a Gaza, a Ramallah, ma lo vediamo regolarmente nel nostro paese, che non ha neanche l’assedio o l’occupazione militare a giustificare i comportamenti delle proprie cosiddette forze dell’ordine quando reprimono manifestazioni di piazza.

Quel che ad una prima analisi sembra il motivo più credibile della repressione di questa manifestazione le cui richieste  apparentemente coincidono  con le stesse richieste di Hamas, è il fatto che il popolo in piazza si appellasse ad Abu Mazen per convincerlo ad eliminare le sanzioni e non facesse appello ad una rimozione di Abu Mazen in quanto considerato ostacolo all’ottenimento di quanto richiesto.

In conclusione, se questo tentativo di analisi è giusto, quel che ne risulta, sia qui che a Ramallah, è che la divisione ai vertici delle due formazioni politiche che governano separatamente le due parti di Palestina, è il vero ostacolo alle istanze del popolo palestinese. Istanze sentite in tutta la Palestina, ma particolarmente sofferte dai palestinesi di Gaza.

Una speranza di soluzione la si ritrova, al momento, solo nel messaggio inviato, non solo a parole ma nell’esempio concreto, dal “popolo delle tende” cioè da quella parte di popolazione protagonista in prima persona della “Grande marcia del ritorno” che porta avanti la sua richiesta di riconoscimento dei diritti sanciti dall’Onu sotto un’unica bandiera, quella palestinese, accantonando ogni divisione politica interna in nome della lotta contro l’unico nemico considerato comune: l’occupazione israeliana e l’assedio di Gaza.

E mentre le manifestazioni si svolgevano e si reprimevano, a Gaza continuavano a morire i feriti della grande marcia, inermi, animati solo dal desiderio di vivere da uomini liberi. L’ultimo martire, piccolo martire tredicenne, devastato, così ci dicono, da un proiettile ad espansione che lo ha colpito all’addome, dopo alcuni giorni di inutile agonia si è spento, proprio mentre a Gaza si manifestava, tra l’altro, per raggiungere quell’unità che i martiri della Grande marcia reclamano a gran voce. Intanto i droni seguitano a volare bassi….

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