GAZA, TRA BOMBE E FRAGILI TREGUE. – di Patrizia Cecconi (aggiornamenti)

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Come preannunciato da Israele l’inferno a Gaza è iniziato nel pomeriggio di ieri in risposta al potente missile lanciato all’alba non si sa da chi e caduto nei pressi di Tel Aviv superando serenamente l’iron dome, il sofisticato sistema antimissilistico israeliano, stranamente spento. Due misteri strettamente collegati l’uno all’altro.

Nessuno ha rivendicato il lancio del missile e sia Hamas che Jihad hanno respinto con decisione ogni responsabilità. Ma Israele lo ha detto pubblicamente molte volte che tutto ciò che proviene da Gaza, da chiunque sia fatto, è considerato responsabilità di Hamas. Per assurdo, anche di un’eventuale infiltrazione del Mossad per favorire i piani del premier Netanyahu, sarebbe responsabile Hamas e, dato che Hamas viene a torto identificato con Gaza, il popolo gazawo paga perché Israele ha deciso così.

In quest’ultima occasione Gaza sta pagando da molte ore e i bombardamenti sono proseguiti durante la notte  perché il cessate il fuoco che doveva entrare in vigore alle 22, accettato dal governo della Striscia con la mediazione egiziana, è stato respinto da Israele. Circa un’ora più tardi Israele poneva le sue condizioni per arrivare al cessate il fuoco. Condizioni di cui anche un bambino avrebbe colto la capziosità, non casuale ma strumentale al non essere accolte. Una delle condizioni ad esempio era quella di accettare i bombardamenti senza rispondere. Il lettore, dopo aver letto questa riga dovrà scegliere se considerarla un errore di chi scrive o una burla di Israele. E’ una feroce burla. A questa, Hamas ha risposto NO.  Era certo e non solo prevedibile. Altra condizione imposta ad Hamas è la fine della marcia del ritorno. Ma chiunque, qui a Gaza, sa che la marcia del ritorno finirà il 30 aprile. Allora cosa vuole Israele? Vuole far credere che è suo merito averla stroncata e buttare al macero le richieste di legalità che sono costate ai gazawi oltre 255 martiri e circa 30.000 feriti? Hamas ha risposto no.

Davanti a questo tipo di condizioni emerge una considerazione tanto semplice da potersi definire anche banale e cioè, ma cosa c’entrano queste richieste con il motivo dato alla rappresaglia in quanto risposta al missile?  Sono richieste assolutamente strumentali  tese ad ottenere risposta negativa per poi dire al mondo che Hamas non ha accettato il cessate il fuoco? Pensiamo di sì.  E’ un copione vecchio ma sempre valido per i  media  che sotto il fascino israeliano  ripetono la cantilena dettata da Israele, come mostrano  i nostri media mainstream in particolare nei servizi televisi.
Quindi, se ci si pone la domanda per tentare di avere una risposta, la risposta più verosimile è quella di umiliare Gaza, governo e cittadinanza in un unico colpo, per poter vantare la propria forza davanti a un elettorato sensibile al tema mai obsoleto di distruggere Gaza nella sua spina dorsale.

La risposta è stata sintetizzata nello slogan che ha dato vita alla grande marcia del ritorno un anno fa e che tradotta in Italiano fa più o meno così: “o grandi sulla terra o martiri sottoterra“ dove per “grandi” si intende “uomini con la propria dignità di esseri umani liberi” che è quello che Israele, oltraggiando ogni legge internazionale e umanitaria nega o tenta di negare al popolo palestinese.

 

I media hanno assecondato il gioco dell’assediante dichiarando che Hamas non ha accettato le condizioni del cessate il fuoco e, in tal modo, giustificano i criminali bombardamenti proseguiti per tutta la notte ponendo l’attenzione solo sulla risposta della resistenza palestinese che ha lanciato decine di razzi oltre il confine dell’assedio.

Nel momento in cui scriviamo Gaza è ancora sotto lo snervante ronzio dei droni che non si è mai interrotto e che seguitano a volare bassi, ma la mediazione dell’Egitto sembra aver raggiunto finalmente l’obiettivo ieri mancato per rifiuto di Tel Aviv, quindi Israele, pur non avendo “spezzato le reni” alla Striscia di Gaza , può tornare a casa e il gioco elettorale può riprendere in attesa che il 9 aprile l’elettorato decida se Bennet sostituirà Netanyahu al ministero della difesa, carica precedentemente occupata da Lieberman ed avocata a sé dal premier dopo le dimissioni del falco dei falchi, o se Gantz prenderà il posto del premier perché più degno e meno inquisito, non per stragi ma per corruzione, of course, o se l’attuale premier seguiterà a “regnare” sullo Stato ebraico grazie anche ai calorosi supporti americani del suo padrino Donald Trump e delle lobby ebraiche che sostengono entrambi.

Intanto, vuoi per abitudine, terribile abitudine, ai bombardamenti, vuoi perché fiduciosi nella tregua nonostante la sua incertezza, i gazawi hanno ripreso la loro vita quotidiana. La musica dell’autobotte che vende acqua potabile avvisa che si può scendere a far rifornimento, i carrettini trainati dagli asini e carichi di arance e di fragole stanno tornado agli angoli delle strade e, dove gli aerei con la stella di David hanno lasciato il segno, si contano i danni e si curano i feriti. Ovviamente di tutto questo i media mainstream non daranno adeguata informazione perché in fondo… è normalità, non fa notizia.

 

Patrizia Cecconi
Gaza, 26 marzo 2019 

 

 

GAZA, TRA BOMBE E FRAGILI TREGUE. – di Patrizia Cecconi (aggiornamenti)

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