Generazione checkpoint

MARTEDÌ 9 OTTOBRE 2012

 

di Muin Masri

Quanta sofferenza e umiliazione ci sono nel varcare la linea della frontiera immaginaria? Fu Charlie il più famoso della storia. I checkpoint sono i “non luoghi” per eccellenza, di pessima architettura e traspirano di desolazione e apatia. Non delineano una frontiera, ma tracciano punti nevrotici all’interno della stessa città. Non servono per controllare documenti, ma per rendere impossibile la vita.

Oramai da noi in Palestina ci sono più checkpoint di qualunque altro posto sulla terra e con il tempo sono divenuti una specie di cartina al tornasole che misura il tempo e la distanza. Quanti checkpoint occorrono per arrivare a destinazione? Quanti checkpoint dista una città da un’altra? Anche il concetto d’attesa è radicalmente mutato. Una persona ferma ad un checkpoint è un essere sospeso, la sua giornata può andare avanti o tornare indietro, tutto dipende da tanti fattori senza nessuna logica tra di loro, sono variabili come una giornata d’autunno.

I checkpoint hanno un’aria minacciosa nonostante le piccole dimensioni più che sufficienti, però, per contenere soldati, mitra, fari, sacchetti di sabbia e filo spinato. Praticamente è un allungamento della prima linea e tutta la gente in attesa là fuori è vista come nemici da respingere il più lontano possibile. I checkpoint non hanno niente di umano, sguardi, gesti e parole vengono scambiati con una cattiveria sordomuta e un odio animalesco reciproco tra chi deve perquisire e chi deve essere perquisito. Se non fosse per il sole che spacca le pietre, il vento e la pioggia si potrebbe benissimo pensare di essere all’inferno.

Non si può nemmeno dire che Dio è assente, ogni tanto accadano dei miracoli; ci sono donne palestinesi che hanno partorito ai checkpoint e ci sono donne israeliane straordinarie che hanno fondato un movimento (“Machsom watch”) per presidiare i checkpoint monitorando il comportamento dei soldati e cercando di aiutare la popolazione palestinese a passare senza troppe umiliazioni.

I checkpoint non rispettano nessuna regola scritta e se ne fregano della Convenzione di Ginevra. Per questo chi è costretto a compiere un viaggio è consapevole dei rischi che corre, infatti non è consigliato a vecchi, donne, bambini e deboli di cuore; se bisogna proprio andare a trovare un parente, all’università, a lavorare o a pregare in un’altra città è meglio armarsi di pazienza e portare con sé cibo e medicine, l’attesa può durare ore e non sempre va a buon fine. Tutto dipende dalle circostanze, quelle che determinano la vittima e il carnefice. Capita di trovare il soldato “quasi” umano e tutto si risolve in pochi attimi, ma sei consapevole di essere stato fortunato perché spesso non è così; sovente l’attesa è lunga e la perquisizione è disumana: tutto viene ribaltato compreso il corpo stesso dello sfortunato viaggiatore e non certo per cercare chissà cosa, ma per pura violenza psicologica.

Molti cercano di aggirare i checkpoint, ma in Palestina è diventato quasi impossibile, sono ovunque come una ragnatela: alcuni sono fissi e molti altri nascono come i funghi dopo la pioggia. La popolazione, stanca e rassegnata, oramai viaggia solo in caso di necessità primarie, mai per piacere.

L’occupante israeliano in questi quarant’anni ha cambiato spesso politica e metodi e a noi non rimane che adeguarci a suoi gusti e capricci: da occupante militare permanente è passato ad una libertà di movimento limitata così ogni generazione ha preso il suo nome: generazione profughi, generazione coprifuoco, generazione intifada, generazione kamikaze e generazione checkpoint.

Ogni generazione porta dentro di sé un’invisibile ferita sottile e profonda diritta al cuore. Pochi gli indenni, pochi coloro che riescono ancora a riflettere ed amare, il resto è pieno di rabbia e odio. Nessun essere umano vorrebbe essere umiliato così tanto e a lungo.

Molti inviati e giornalisti occidentali hanno documentato e fotografato i nostri chechpoint, ma è impossibile per chiunque comprendere cosa proviamo dentro, impossibile fotografare la barriera di odio e di sospetto che separa palestinesi e israeliani.

Vivendo qui in questo incantevole occidente è impossibile non rimanere affascinati. Non per la vostra democrazia e la libertà di espressione, sono incompiuti senza etica. Non per le vostre tavole imbandite, un po’ di fame fa bene all’anima. Non avete niente di cui noi dannati non possiamo fare a meno. Ad esclusione della libertà fisica e mentale di muoversi, di viaggiare chilometri e chilometri senza dover essere fermati e perquisiti in continuazione, poter passare da una città all’altra così, come se niente fosse, senza frontiere. Poter uscire e ritornare a casa come e quando vi pare.

È la massima conquista che un essere umano possa sognare. E voi ce l’avete la libertà di movimento che fa la differenza tra l’uomo e il non uomo. A noi non rimane che moderare la velocità e liberare i cattivi pensieri.

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