Genere, occupazione e advocacy: le donne palestinesi rivendicano la loro voce.

0

Vivere da donna queer in Palestina presenta una serie di elementi particolari che, sebbene possano sovrapporsi con le narrazioni di altre donne, costituiscono allo stesso tempo una lotta e un’esistenza diversa.

English version

Patty Diphusa – 2 luglio 2019

Oggi, i diritti delle donne e quelli delle persone gender e queer  sono sotto i riflettori dei media mainstream. Con movimenti come la campagna #metoo e  i “Pride” come quelli di New York, Madrid o Tel Aviv ampiamente documentati, in un contesto globale questi temi stanno guadagnando il centro della scena.

Tuttavia, le esperienze di donne e di persone queer non sono uguali dappertutto. In Palestina, non solo queste persone affrontano strutture patriarcali ed etero-normative, ma devono anche lottare con l’occupazione illegale israeliana.

La Palestinian Working Woman Society for Development (PWWSD) lavora nel campo dei diritti delle donne in Palestina dal 1981. In una conversazione con Sandie Hanna,  responsabile dell’Advocacy di PWWSD,  è stata affrontata la  complessità della questione del genere nel contesto palestinese.

“C’è sempre gente che pensa che i diritti delle donne siano un privilegio”, ha detto Hanna a Palestine Monitor.

Discutendo della frequenza con cui i media occidentali descrivono le donne arabe, e principalmente palestinesi,  come vittime da salvare, Hanna ha affermato che “noi non  abbiamo mai considerato le donne come vittime, le donne agiscono e non possiamo aspettare fino a che ci venga data la parola”.

“Andiamo avanti, poniamo delle rivendicazioni e partecipiamo, anche se è un processo lungo”, ha continuato Hanna.

Tuttavia, Hanna ha spiegato che il lavoro svolto dall’organizzazione deve affrontare più livelli, il che lo rende un compito complesso, specialmente nel contesto della Palestina come Stato occupato.

“È una sfida, perché la portata è enorme: l’occupazione, le strutture patriarcali”, ha  detto Hanna, sottolineando che “l’occupazione è patriarcale”.

Questi strati multipli operano su tre livelli principali: l’occupazione stessa, la politica interna palestinese e il contesto internazionale.

Sebbene l’occupazione colpisca tutti i Palestinesi, le donne spesso subiscono conseguenze supplementari a causa di disuguaglianze strutturali.

Nel discutere alcuni esempi, Hanna ha spiegato: “la forza che viene utilizzata [nell’occupazione] è illegale, letale, eccessiva e non si cura degli effetti  nei confronti dei civili”.

“Le donne sono colpite in modo sproporzionato perché portano un doppio fardello, infatti non solo vengono colpite direttamente, ma devono sostenere anche il peso sociale di essere la moglie o la figlia del martire. Perdono i figli, sono colpite economicamente, sono escluse in diversi modi“. Ha proseguito dicendo che la situazione in Palestina  non è omogenea, infatti “Hebron è probabilmente il Governatorato più colpito della West Bank”.

Un altro settore in cui l’occupazione colpisce in particolare le donne (e i bambini) è quello della violenza di genere e domestica. L’occupazione e la militarizzazione naturalizzano la violenza, che viene poi applicata nello spazio domestico.

In questo senso, ha spiegato Hanna, se gli uomini sono per esempio “costantemente esposti alla violenza ai posti di blocco, il tipo di violenza e di umiliazioni a cui sono esposti quotidianamente li rende aggressivi e fa sì che incanalino questa energia negativa verso le loro famiglie”.

A causa della terribile situazione economica e degli elevati tassi di disoccupazione in Cisgiordania, molti uomini palestinesi lavorano in Israele e devono quindi attraversare più checkpoint ogni giorno.

Inoltre, ”nella nostra cultura si suppone che gli uomini non si esprimano con facilità, a causa anche di un certo modello di mascolinità”. PWWSD lavora su questo tema fornendo consulenza Psico-sociale alle donne e ai bambini in particolare, ma anche agli uomini.

Riguardo alla politica interna palestinese, anche se la Palestina ha sottoscritto la “Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne” (CEDAW) del 2014, Hanna ha dichiarato che “la legislazione non è conforme al livello internazionale e noi riteniamo che la procrastinazione di leggi che proteggono le donne sia intenzionale“.

Spiegando che nelle elezioni municipali il PWWSD è stato in grado di sostenere 75 donne che hanno ottenuto dei seggi, ha commentato che questo è “a volte una pura formalità, dal momento che le donne sono  strumentalizzate per avere i loro nomi sulle liste ma poi sono escluse”. Ha proseguito dicendo che a volte “i politici maschi programmano incontri alle 23:00 in modo che le donne non possano presenziare”.

Anche il livello internazionale pone una serie di sfide alle donne palestinesi. Hanna ha ricordato che “il taglio dei fondi statunitensi all’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei Rifugiati Palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA) ha colpito maggiormente e in modo più grave le donne” .

Alla domanda su cosa dovrebbe fare la comunità internazionale, Hanna ha detto che occorrerebbe fare più pressione sul governo. “Abbiamo bisogno che la società civile faccia pressione per ottenere azioni più concrete e per assicurarsi che vengano applicate le risoluzioni, le  convenzioni e i trattati esistenti”.

Hanna ha riassunto dicendo che sarà la prossima generazione  a guidare ulteriori cambiamenti. “Le giovani generazioni, con la loro  visione illuminata di come occorra opporsi collettivamente alla violenza sia patriarcale che occupazionale, saranno in grado di apportare significativi cambiamenti”.

Queerness e donne: vulnerabilità che si intersecano.

Vivere da donna queer in Palestina presenta una serie di elementi particolari che, sebbene possano sovrapporsi con le narrazioni di altre donne, costituiscono allo stesso tempo una lotta e un’esistenza diversa.

Alla domanda su cosa dovrebbero fare i media quando si affronta la questione del genere e della queerness in Palestina, Rima, un’attivista lesbica palestinese di 25 anni il cui nome è stato cambiato per motivi di sicurezza, ha detto che “i media dovrebbero ascoltare,  prima di parlare in nome delle donne palestinesi”.

Sebbene l’attenzione si concentri di solito sui tabù che circondano l’essere queen, Rima afferma che la vita quotidiana ha le sue sfumature basate sulla percezione delle relazioni di genere.

Rima ha dichiarato; “Vorrei che i lettori sapessero che non è facile essere una donna queer, ma in un certo senso è anche conveniente qui per me come donna lesbica avere una fidanzata, perché possiamo vivere nella stessa stanza senza che nessuno lo metta in discussione”. Tuttavia, ha detto, “allo stesso tempo, ricevi molta pressione dalla famiglia e  da ciò che la società si aspetta”.

L’occupazione influisce sulla vita dei Palestinesi in numerosi aspetti. Per quanto riguarda l’essere queer, l’attivista lesbo palestinese di 26 anni, Noor (anche il suo nome è stato cambiato), ha fatto riferimento alla posizione di Israele sulla queerness all’indomani del Pride  di Tel Aviv. A questo riguardo, ha affermato che “[gli Israeliani] stanno dicendo al mondo che sono di mentalità aperta e che Israele  è come se fosse tutto “unicorni e arcobaleni”, mentre non è così”.

Noor si riferiva a quello che molti definiscono “pinkwashing”, una tattica propagandistica usata da Israele per dipingere  il Paese come progressista in termini di genere e sessualità, mentre maschera le sue sistematiche violazioni dei diritti umani e presenta le società palestinesi, arabe e musulmane come intrinsecamente arretrate e intolleranti.

Ha continuato dicendo: “Penso che lo facciano solo per coprire i loro crimini. Se quello che stanno facendo fosse per la comunità [queer], allora perché io come donna palestinese non posso entrare in Israele  e partecipare al Pride?” Noor ha affermato, riferendosi a come i Palestinesi possano entrare in Israele solo se ottengono i documenti richiesti. Noor ha riassunto insistendo: “Sono tutte cazzate, questo è quello che penso”.

Sebbene concordino  sul fatto che l’occupazione sia un’enorme sfida e debba essere fermata, Noor e Rima si sono rifiutate di addossarle  la colpa di tutti i problemi riguardanti l’essere queer. In questo senso, Rima ha affermato che “[l’occupazione] è solo uno dei nostri problemi, ma non l’unico come società”. Noor ha spiegato che “che la  società sia dominata dagli uomini, non ha a che fare con l’occupazione. Se guardi ad altre comunità arabe, vedrai che come persone queer in Medio Oriente siamo oppresse ovunque“.

Discutendo su come affrontare l’occupazione e su come l’obiettivo da raggiungere sia un futuro Stato indipendente ed inclusivo, Rima ha dichiarato che “i diritti non possono essere separati” e che il processo di pace deve essere “di genere  e queer” .

Ha spiegato che “le questioni relative alla diversità sessuale e all’uguaglianza dovrebbero essere portate al tavolo della discussione in quanto altrettanto importanti quanto il resto degli argomenti”, riferendosi al diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi, allo status di Gerusalemme e al controllo delle frontiere. Ha continuato affermando che “per essere indipendenti dobbiamo prendere in considerazione tutti questi problemi”.

Per quanto  la loro condizione di donne lesbiche in Palestina sia complessa, non è però del tutto negativa e alcuni avvenimenti hanno influito positivamente sulla loro vita. Sia Rima che Noor sono state coinvolte in una ONG locale che lavora con la diversità sessuale e di genere, contribuendo attivamente alla costruzione di una collettività intorno a persone queer palestinesi.

Le attività di tale gruppo  nell’azione di advocacy e il senso di comunità, sono state per loro esperienze essenziali. In questo senso, Noor ha detto che “per me, quello che mi ha aiutato è stato vedere altre persone che erano come me”. Rima conclude la conversazione affermando che dal momento del suo coinvolgimento nel processo di costruzione di una comunità queer, “non mi sono più sentita sola”.

 

Trad: Grazia Parolari “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù” – Invictapalestina.org

 

Genere, occupazione e advocacy: le donne palestinesi rivendicano la loro voce.

Genere, occupazione e advocacy: le donne palestinesi rivendicano la loro voce.

Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

Lascia una risposta

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.