Gerusalemme, Gerusalemme, se tu avessi compreso le vie della pace

Isma’el si guarda rapidamente intorno ed evita di farsi sentire dalla comitiva di turisti israeliani che sta visitando la cosiddetta “Città di Davide”, nuova attrattiva turistica e soprattutto nuovo strumento nelle mani di chi, da più di quarant’anni, sta stravolgendo la natura stessa di Gerusalemme: “Qualche autorità mondiale dovrà pur accorgersi. Con la scusa di sviluppare un’area archeologica stanno distruggendo Silwan.

Hanno iniziato a demolire le nostre case, a riempire il quartiere di insediamenti che si espandono a macchia di leopardo e a scavare tunnel che minacciano la stabilità di scuole, moschee e abitazioni. Giù le mani dalla nostra città! Non abbiamo un’altra terra natia.”

Isma’el è semplicemente uno dei sessantamila abitanti del quartiere arabo di Gerusalemme est che, come tante altre zone, sta soffrendo per l’ingiustizia perpetrata da un sistema di occupazione militare che sta distruggendo anche la Città Santa.Benvenuti a Silwan, anzi, alla Città di Davide! Il tramonto rosso che migliaia di pellegrini ammirano dal Muro del Pianto o dalla Spianata delle Moschee, solo pochi metri più in là, tra le case del quartiere di Silwan, sembra incendiare di odio chi sta pianificando una pulizia etnica di quasi centomila persone. “Vedrete che il mondo non si accorgerà nemmeno di questo crimine”-riprende Isma’el. Presto ci contribuiremo anche noi: in questo nuovo sito turistico porteremo tutti i pullman dei nostri cinquemila pellegrini italiani che ogni settimana arrivano a Gerusalemme, continuando a non preoccuparci di come stanno riducendo Gerusalemme.

“Guardate, per fare il posteggio dei bus stanno distruggendo il cimitero musulmano, e il ministero del turismo israeliano offre tutte le comodità per non dover aprire gli occhi oltre le rovine antiche e scoprire il quartiere arabo.” A denunciare il sopruso è Roberta Pasini, della Cooperazione Italiana. “Fino al 2004 non c’è stato alcun problema nel far convivere il sito archeologico e il confinante quartiere di Silwan, nonostante la municipalità abbia sempre trascurato le opere pubbliche, rendendolo la parte più povera di Gerusalemme. Ma mentre agli abitanti di Silwan venivano quasi sempre negati i permessi di costruzione, ai coloni ebrei veniva concessa ogni licenza, sullo stesso suolo”. (…) È recentissimo, solo del 2004, l’ultimo tassello escogitato dalla potenza occupante per utilizzare la religione e l’archeologia per un fine politico: quale scusa migliore per conquistare anche questa parte di Gerusalemme, del completamento dell’equazione: qui ha camminato il Re Davide = qui c’è Israele = Gerusalemme può essere solo capitale di Israele! E quale migliore giustificazione per impossessarsi di una intera parte di città con la conseguente espulsione dei suoi sessantamila abitanti, di quella che annunci al mondo il ritrovamento della città di Davide? Non importa se i resti archeologici siano limitati ad una piccola area di Silwan, senza quindi rendere necessario l’abbattimento del resto del quartiere; non importa che le ricerche archeologiche non certifichino affatto l’autenticità del riferimento a Davide; non importa che il periodo storico  interessato dagli scavi sia ben più ampio del solo tempo di Davide, visto che comprende anche il periodo cananeo e poi quelli romano, bizantino, musulmano ecc. Non importa perchè non importano evidentemente ad Israele le civilta’ precedenti e successive. Non importa che tutta l’operazione sia stata affidata “casualmente” all’organizzazione dei coloni che illegalmente, negli anni scorsi, si erano impossessati già di alcune case palestinesi; non importa che sia la stessa organizzazione dei settlers ad essere responsabile degli scavi archeologici. (…)

Così accade ormai in tutta Gerusalemme. Mentre a Shaik Jarrah continua l’espulsione di 28 famiglie dalle loro case per farci entrare I coloni, a Betanina e ad Anata le ruspe dell’esercito demoliscono abitazioni e infrastrutture; mentre nella città vecchia basta vedere i tetti per convincersi della progressiva ebraicizzazione della città vecchia, nel quartiere di Silwan oltre il 60% delle case ha ricevuto l’ordine di demolizione.

Al Bustan è una parte del grandissimo quartiere di Silwan e anche qui l’esercito ha già iniziato le demolizioni. Ma perchè -ecco un’altra brillante idea!- non sviluppare proprio qui anche i “Giardini di Davide”? I lavori sono già avanzati. Zone verdi e sentieri, punti di ristoro rigorosamente gestiti solo da israeliani e squarci per foto da immortalare con milioni di turisti: qui il Re Davide passeggiava come sto facendo io!

Saluti da Silwan. Peccato che in questo modo, per garantire allo Stato d’Israele che nessuno si permetterà mai di dubitare che Gerusalemme è la capitale una ed eterna solamente dello Stato d’Israele, si lascino sottoterra migliaia di anni di storia ugualmente scritti su quelle pietre, ma poco rilevanti politicamente per chi persegue il fine di “completare il lavoro iniziato nel 1948 con la Nakba palestinese”, come dice lo storico israeliano Benny Morris.

Certo, i cittadini di Silwan si sono uniti nella protesta. Un comitato popolare cerca di diffondere le notizie sempre più pesanti che arrivano da ogni parte del quartiere. E il mondo? E l’Italia? E I media? Mi assale un profondo senso di vergogna, quando devo ammettere che anche di fronte al disastro di Silwan il mondo resta assente, lontano e muto, disinteressato e timoroso di dover levare anche solo una critica -se non una doverosa e rigorosa denuncia- al comportamento dello stato d’Israele.

Davanti al cimitero islamico, che i cittadini hanno visto demolire con ruspe e caterpillar, il ministero del turismo ha posto un grande cartello: SITO ARCHEOLOGICO. NON ENTRARE. Certamente possiamo non commuoverci se ai morti non si permettono più le visite dei vivi, spianando con l’asfalto le tombe musulmane, ma ho trovato altri cartelli appesi alle case di Silwan, messi dagli stessi abitanti: IERI HANNO ABBATTUTO LA CASA DEL TUO VICINO. DOMANI POTREBBE TOCCARE ALLA TUA. Qui non c’è spazio per la commozione. Solo l’indignazione dovrebbe smuoverci. Per amore di Gerusalemme. Prima che sia troppo tardi.

Nandino Capovilla  nandyno@libero.it

estratto dalla Rivista mensile dei Gesuiti: Popoli, ottobre 2009

Contrassegnato con i tag: ,

Articoli Correlati

Invia una Risposta

Attenzione: la moderazione dei commenti è attiva e questo può ritardare la loro pubblicazione. Non inoltrare più volte lo stesso commento.

Protected by WP Anti Spam