Gerusalemme in fumetto

admin | February 26th, 2012 – 8:59 pm

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Da quando vivo in Medio Oriente, e cioè ormai da oltre un decennio, ho una sola certezza. Che noi giornalisti non riusciamo più a raccontare quello che succede qui, in maniera tale da arrivare alla testa e al cuore dei nostri lettori. Ho provato a capire il perché, di un sostanziale fallimento. Non sono arrivata a darmi una risposta. È così e basta. Questo non è il tempo dei giornalisti. È iltempo degli artisti. Degli scrittori (gli israeliani, per esempio, e gli egiziani, e gli iracheni, e i libanesi…). Dei musicisti (i miei amati rapper, e i palestinesi sono i migliori, assieme ai nordafricani, ma più a ovest dell’Egitto). E poi dei fumettari. E quando dico fumettari, intendo tutti. Da chi sta riempiendo il Cairo di graffiti, dopo aver sperimentato sul Muro di Separazione in Palestina e sui muri di Beirut. A chi, da anni, disegna graphic novel. Non solo Joe Sacco. Non solo la Satrapi. Non solo, insomma, le firme note. Metro di Magdi el Shafee, per esempio, ha anticipato la rivoluzione egiziana raccontandone le ragioni profonde. E additando il regime, il suo sistema complesso, come l’avversario di una generazione che voleva vivere, e non più sopravvivere.

L’altro giorno, su Facebook, ho visto la segnalazione di una graphic novel su Gerusalemme. Stavolta scritta non da un palestinese o da un israeliano. Ma da uno come me, un expat, un internazionale, uno (una) di quelli che a Gerusalemme vive, ma del conflitto non fa parte. Se non come osservatore. E come un osservatore empatico, se ha un cuore.

Ho cominciato a ‘sfogliare’ l’estratto online delle Chroniques de Jérusalem di Guy Delisle con la supponenza di chi a Gerusalemme ci vive da quasi nove anni. Una supponenza che dice, suppergiù, “So già tutto, ho visto (quasi) tutto, non riesco a stupirmi più di nulla”. Ben mi sta: Guy Delisle, che non conosco e che a Gerusalemme ci ha vissuto per oltre un anno con la sua famiglia, mi ha dato una bella lezione. E cioè che Gerusalemme si può raccontarla, a patto di renderla intellegibile a chi non l’ha mai vista. Semplificarla, nei ritmi di una famiglia, dei suoi bambini, nella complessità folle dei ritmi della settimana e soprattutto dei (tanti) giorni festivi. Si può narrare una città così folle, a patto di mettere assieme le parole, per esempio quelle del conflitto, e l’immagine che di quelle parole il pubblico, il lettore medio ha. Come spiega Delisle in questa pagina che ho scelto, in cui ricorda qual era l’immagine che aveva delle colonie israeliane, e scatta poi una fotografia della colonia di Pisgat Zeev, nella zona orientale di Gerusalemme, con un efficace tratto di pennino (o di pennarello?).

Ecco, se avete la curiosità di sapere qual è la nostra vita, se volete conoscere i nostri slalom tra le barriere e i pensieri dei gerosolimitani, queste Chroniques de Jerusalem riescono a descrivere tutto ciò nel più umile e immediato dei modi. Attraverso il percorso di un uomo, padre e marito, che voleva consumare le scarpe nel posto in cui gli era capitato di vivere. E cercare di capire.

Bravo. ua shukran.

Marcel Khalife, Ia hadi el ‘ais è il brano giusto, secondo me, per la playlist.

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