GERUSALEMME: LA BATTAGLIA DI QUATTRO DEPUTATI PALESTINESI

Dal 1 luglio 2010 lottano contro la deportazione dalla loro citta’ e rimangono in sit-in permanente nella sede della Croce Rossa.

ELENA HOGAN

Gerusalemme, 10 giugno 2011, Nena News – E’ trascorso quasi un anno da quella sera del 1 luglio 2010, quando una delegazione inaspettata bussò alla porta della sede della Croce rossa nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est.

Tre membri del Consiglio legislativo palestinese (Clp, il Parlamento), Muhammad Totah, Ahmad Attoun e Khaled Abu Arafeh si affacciarono sulla soglia della porta con una richiesta inusuale: dateci rifugio. Poche ore prima, un loro collega del Clp, anche lui di Gerusalemme, Muhammad Abu Tier, era stato arrestato dalla polizia israeliana e deportato a Ramallah in violazione della legge umanitaria internazionale.

I tre legislatori, che erano stati appena rilasciati, dopo più di tre anni di prigione, come membri del partito “Cambiamento e riforma” (Hamas), si trovavano davanti allo stesso ultimatum delle autorità israeliane: dimettersi dall’Autorità nazionale palestinese (Anp) o essere deportati dalla loro città, Gerusalemme Est, dove loro famiglie vivono da generazioni.

Quando hanno rifiutato, le loro carte d’identità sono state confiscate dalla polizia. Ma, più di tutto, hanno ricevuto l’intimazione di lasciare, entro un mese, la città, sotto l’accusa di «slealtà allo Stato d’Israele». Il primo luglio 2010 era l’ultimo giorno del periodo di grazia.

«Abbiamo spiegato loro», ha detto la portavoce per la Croce Rossa Cecilia Goin, «che la Croce rossa non gode di immunità diplomatica, e quindi se le autorità israeliane decidessero di venirli ad arrestare, noi non potremmo fare niente». L’organizzazione umanitaria ha però consentito ai tre parlamentari palestinesi di tenere un sit-in di durata illimitata nella loro sede  siccome, ha spiegato Goin,  «Gerusalemme Est è considerata territorio occupato dalle risoluzioni internazionali e, quindi, i palestinesi (che vivono in questa parte della città, ndr) sono considerate persone da proteggere. L’articolo 49 della Quarta convenzione di Ginevra stabilisce che i trasferimenti forzati di persone protette sono proibite, a prescindere dal loro motivo».

Da più di 340 giorni, Totah, Abu Arafeh e Attoun sono accampati sulla proprietà dell’ICRC, dormono su materassini per terra, dentro un locale vuoto e si lavano in un bagno dotato solo lavabo e water. Mohammed Abu Tier attende di poter rientrare a Gerusalemme.

I tre legislatori hanno eretto una tenda lunga e stretta di fianco all’edificio della Croce Rossa, dove continuano a riunirsi sotto un’insegna grande conta i giorni che hanno trascorso come «rifugiati politici» all’interno della loro città.

Simpatizzanti, politici e giornalisti in visita vanno e vengono e ogni giorno le loro famiglie portano cibo e un cambio di vestiti. «Non è facile per i nostri famigliari», spiega Muhammad Totah, «ognuno di noi ha figli piccoli e le nostre mogli sono soggette ad un forte stress, ci devono aiutare e allo stesso tempo devono fare sia da madre che padre ai bambini».

«Abbiamo i nostri computer portatili ed accesso ad internet»,  continua Totah, “perciò riceviamo tutte le informazioni che ci aiutano nella nostra lotta contro l’occupazione (israeliana) e nelle nostre attività in quanto rappresentanti della nostra gente. Non siamo isolati dal mondo, ma siamo separati dai nostri figli e dalla vita reale che qualsiasi individuo vorrebbe avere».

All’inizio il giardino della Croce rossa era affollato. «C’era molto interesse mediatico e molte persone venivano» aggiunge da parte sua la portavoce Goin, «ma è passato un anno (dall’inizio del sit-in,ndr) e spesso qui non c’è più nessuno. Ci sono delle sedie vuote sotto la tenda e basta».

La situazione travagliata del Clp ha avuto inizio la notte del 29 giugno 2006, quattro giorni dopo la cattura del soldato israeliano Gilad Shalit al valico di Kerem Shalom da parte di una forza congiunta di milizie di Gaza, che includeva membri delle Brigate di Ezzedin Al-Qassam, affiliate a Hamas. L’esercito israeliano, per ritorsione, ha effettuato un rastrellamento anti-Hamas in Cisgiordania, arrestando otto ministri del nuovo governo dell’Anp (formato dopo la vittoria elettorale del movimento islamico) e 56 altri funzionari pubblici palestinesi (assieme a numerosi sindaci). Gli arresti di massa compiuti da Israele hanno paralizzato il Clp e con esso la stessa democrazia palestinese.

«Il parlamento ha smesso di funzionare, perché 64 deputati palestinesi sono stati arrestati in un solo colpo», dice Totah. “Ci hanno puniti per la nostra (di Hamas) partecipazione nel processo democratico. Questa è la democrazia che la comunità internazionale voleva che praticassimo, ma (gli israeoliani) hanno negato il nostro diritto di metterla in atto».

Lungo tutto il processo elettorale palestinese, Israele e l’Occidente non si erano schierati contro la partecipazione del partito “Cambiamento e Riforma”, nonostante la sua chiara affiliazione a Hamas. Le elezioni che sono monitorate e quindi proclamate come trasparenti e corrette da tutti gli osservatori internazionali.

«Cambiamento e Riforma non era illegale» ribadisce Totah, «e quando nel 2006 ci siamo candidati alle elezioni, ci conoscevano. Gli americani, gli europei e gli israeliani sapevano tutti chi eravamo. Volevano che noi partecipassimo alle elezioni ma poi hanno rifiutato i risultati.. non solo non hanno accettato gli esiti del voto ma ci hanno anche arrestati». Totah spiega che non pensava di ritrovarsi in questa situazione quando prese la decisione di candidarsi alle elezioni del 2006. «Quando siamo stati rilasciati dal carcere – aggiunge il deputato – pensavo fosse la fine della storia, ma non lo era. Meno di 24 ore dopo mi hanno consegnato l’ordine di lasciare la mia città, la mia famiglia e i miei bambini per essere stato “sleale” verso Israele. Ma l’accordo fra l’Anp e Israele ci aveva dato il diritto di partecipare alle elezioni. Ancora oggi non riesco a capire che cosa ho fatto di sbagliato”.

Come Totah, 33 altri deputati del Clp hanno scontato circa quaranta mesi in prigione, la maggior parte dei quali condannati in modo retroattivo per essersi candidati con la lista di “Cambiamento e Riforma”. Ancora oggi membri del Parlamento palestinese vengono arrestati dall’esercito israeliano. Ma c’è di più in ballo per i quattro deputati di Gerusalemme. «Non siamo ottimisti riguardo la prossima decisione della Corte suprema israeliana sul nostro caso, visto che il 90% del tempo vota contro i palestinesi», commenta Totah a proposito del ricorso i quattro parlamentari hanno presentato contro il provvedimento di espulsione «l’aspetto più preoccupante di questa vicenda è che se verremo deportati, vorrà dire che si aprirà la porta alla possibile espulsione di migliaia di palestinesi da Gerusalemme Est per “slealtà”. La slealtà, dice Totah, si presta a tante interpretazioni, «Israele potrebbe accusare chiunque di essere stato sleale». Perciò, conclude il deputato, «continueremo a fare ogni possibile sforzo per far rovesciare la decisione delle autorità israeliane, sperando che la comunità internazionale non rimanga più in silenzio, non solo nel nostro caso ma in quello di tutti i prigionieri politici palestinesi». Nena News

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