GERUSALEMME. La storia dei due palestinesi che non vogliono andarsene

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30 dic 2015

Samer Abu Eisheh e Hijazi Abu Sbeih hanno ricevuto ordini di deportazione di 5 e 6 mesi fuori dalla Città Santa perché considerati un pericolo da Israele. Ma loro resistono e trovano riparo negli uffici della Croce Rossa. Una sfida ad una politica sistematica da parte di Tel Aviv

jerusalem

Samer Abu Eisheh e Hijazi Abu Sbeih (Fonte: Facebook)

della redazione

Roma, 30 dicembre 2015, Nena News – Non se ne vanno. Nemmeno per cinque mesi. È la battaglia in corso a Gerusalemme tra le autorità israeliane e e due giovani palestinesi della Città Santa, oggi riparati negli uffici della Croce Rossa, ultimo tentativo di trovare un asilo all’espulsione: “Non c’è posto sicuro a Gerusalemme, ma la Croce Rossa è l’opzione milgiore”, dicono ad al-Jazeera.

Samer Abu Eisheh, 28 anni, giornalista freelance e produttore tv, e Hijazi Abu Sbeih, 32, hanno ricevuto entrambi ordini di deportazione fuori dalla città, il primo per cinque mesi, il secondo per sei. Ordini non nuovi, che sono spesso spiccati contro leader politici, attivisti, individui considerati pericolosi perché attivi all’interno della comunità palestinese di Gerusalemme Est, deturpata dalla quasi totale assenza di servizi e dalla continua espansione delle colonie. Nell’ultimo mese, riporta l’associazione per i prigionieri palestinesi Addameer, altri tre palestinesi di Gerusalemme hanno ricevuto un ordine simile (Mohammed Razem di Silwan, Anan Najib e Obada Najib): in queste settimane Israele – che ha arrestato decine di centinaia di persone in poco tempo – “preferisce bandire dalle città o costringere agli arresti domiciliari come alternativa più semplice, perché spesso non hanno terreno per giustificare gli arresti”.

La deportazione di una persona protetta, come quelle sotto occupazione, viola il diritto internazionale e in particolare l’articolo 147 della IV Convenzione di Ginevra, che lo considera crimine di guerra.

Samer era stato arrestato la prima volta il 19 agosto, di ritorno dal Libano: era andato nel paese per partecipare ad un campo giovanile con ragazzi da tutto il mondo arabo. Incontri che preoccupano Tel Aviv, interessata ad evitare qualsiasi contatto tra palestinesi e mondo fuori, racconta: “Mi hanno arrestato dicendo che avevano ‘prove segrete’. Non vogliono che raccontiamo fuori cosa succede a Gerusalemme”. Sono seguiti 44 giorni di detenzione e interrogatori, poi il rilascio. Un rilascio a metà: è stato subito messo agli arresti domiciliari per 81 giorni, fino a quando la corte non ha inviato l’ordine di deportazione per 5 mesi.

Simile la storia di Hijazi: padre di tre bambini, vende frutta e dolcetti in Città Vecchia. Ha ricevuto l’ordine di deportazione l’8 agosto dopo essere stato fermato per strada dalla polizia israeliana, a poca distanza dalla Porta di Damasco. Non rischia solo lui: la moglie Tahani è residente in Cisgiordania e la sua richiesta di ricongiungimento familiare e residenza a Gerusalemme è stata annullata subito dopo l’arresto del marito.

Insieme, però, hanno deciso di non rispettare l’ordine di deportazione: non vogliono lasciare Gerusalemme perché è la loro città e perché non riconoscono fondata l’accusa mossa dalle autorità israeliane: rappresentare un pericolo per lo Stato di Israele. La ragione sta nel lavoro di informazione che fanno in un periodo caldissimo e la capacità di attrazione dei più giovani.

“Sappiamo che alla fine ci arresteranno, domani, tra una settimana, ad un certo punto – dice Abu Sbeih – Ma non gli renderemo il compito facile e alzeremo la voce. Non ho un altro posto dove andare. Per questo non andiamo da nessuna parte”.

A monte sta la facilità con cui Israele può colpire i palestinesi di Gerusalemme: dopo l’annessione unilaterale e mai riconosciuta dalla comunità internazionale della Città Santa, le autorità israeliane non hanno riconosciuto ai residenti arabi di Gerusalemme la cittadinanza israeliana, ma solo un diritto alla residenza. Possono vivere a Gerusalemme, ma non sono cittadini, seppure in quella città le loro famiglie vivano da secoli. Il permesso di residenza non è legalmente un diritto, ma è un privilegio che Israele concede: per questo può essere revocato in qualsiasi momento. E viene fatto: chi non dimostra di avere il centro della propria vita a Gerusalemme (ovvero chi va a studiare o a lavorare fuori, chi si sposa con una persona che non risiede a Gerusalemme, chi non riesce a pagare le tasse altissime imposte sulla città) può perdere la residenza. Dal 1967 al 2013, 14.300 palestinesi si sono visti revocare il permesso di residenza.

Samer e Hijazi ne sono convinti: si tratta di una strategia ben precisa per eliminare gradualmente la presenza palestinese dalla Gerusalemme. I palestinesi resistono anche simbolicamente: sabato una catena umana lunghissima ha circondato le mura della Città Vecchia, centinaia di persone che sono rimaste lì nonostante i gas lacrimogeni lanciati dalla polizia israeliana. Nena News

 

 

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