Gerusalemme. Si sa tutto (e non si fa niente) di Paola Caridi

Ha ragione una dei portavoce dell’Unione Europea a Bruxelles, Maja Kocijancic, nel dire che il rapporto fatto vedere alla France Presse è “di routine”. Il rapporto che ogni anno i capi missione a Gerusalemme e a Ramallah (leggi: i consoli europei) elaborano e approvano perché a Bruxelles, poi, si sappia di cosa si parla quando ci si occupa di Gerusalemme. Un rapporto interno, certo, ma non per questo meno delicato. Anzi. E’ talmente delicato che talvolta, come successe – se non sbaglio – nel 2005, non venne approvato e reso pubblico dal vertice dei ministri degli esteri della UE perché, in effetti, non era proprio bonario o buonista. Meglio, insomma, tenerlo nel cassetto.
La questione è che i capi missione (leggi: i consoli europei) descrivono non solo a Bruxelles, ma ai loro singoli ministeri nazionali, la realtà sul terreno. Molto differente dall’idea che di Gerusalemme si ha, o si vorrebbe avere, al tavolo negoziale.
Se si continua così -questo il messaggio- con la politica perseguita da Israele a Gerusalemme est, la soluzione dei due Stati diventa impraticabile. Nei fatti. Nessuna divisione possibile, a Gerusalemme, tra una capitale per gli israeliani e una capitale per i palestinesi.
Perché? Il rapporto è chiaro: per la mancanza di permessi edilizi concessi ai palestinesi a Gerusalemme est (200 negli anni scorsi, a fronte dei 1500 di cui avrebbero bisogno), per le demolizioni, per la cacciata di famiglie palestinesi dalle case.
Le novità del rapporto? La sottolineatura del ruolo dell’archeologia come strumento politico.
L’altra novità del rapporto concerne le raccomandazioni. Per una volta tanto puntuali, pratiche. Comprese quelle che riguardano i tour operator europei, a cui viene sconsigliata la visita a hotel e siti archeologici gestiti da coloni. Domanda: compresa la Città di Davide?

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