Gerusalemme: tra rabbini, donne e il “terrorista nonviolento”

Lunedì, 05 Novembre 2012

 La porta di Damasco a Gerusalemme – Foto: oltre-la-notte.blogspot.com

Venerdì 2 novembre. La regista Hedva Goldschmidt, animatrice di Officina Medio oriente, c’invita a cena presso la sua famiglia. Siamo accompagnati da un autista arabo. Il marito è un rabbino piuttosto conosciuto a livello internazionale e c’introduce alla serata. Ai suoi canti d’introduzione, alle preghiere, alla benedizione dei figli (che, come in tutte le famiglie, vengono maledetti per tutto il resto della settimana) alle diverse pietanze. Né foto né film. Siamo all’interno non solo dell’intimità familiare ma soprattutto della sfera religiosa (che peraltro aiuta conservare l’intimità familiare). C’eravamo ripromessi di non spegnere le luci dei bagni e di non fare discorsi impegnati a tavola nel rispetto della Shabbat ma in parte abbiamo disatteso quei propositi. Tra le prime e le seconde portate il rabbì ci spiega il significato dei tre angeli che incontrarono Abramo. Al secondo angelo il discorso devìa sul “welfare state” a dimostrazione che siamo animali politici everywhere.

Hedva ha partecipato ad “Officina Medio Oriente“ coordinando il primo G8 – 8 donne di provenienze diverse. Ciò spiega la sua passione per il dialogo interreligioso.

Non possiamo usare internet. Per leggere questo mio diario avete dovuto attendere un bel po’.

Sabato 3 novembre. La giornata inizia e finisce alla porta di Damasco e, quindi, trascorre tutta dentro la città di Gerusalemme. Non è la prima volta che mi reco a Gerusalemme e rimango impressionato più che dalla folla, tipica dei suk, o dal fanatismo che si accalca nei luoghi santi, ma dalla serenità dei bambini israeliani che vanno contenti alla sinagoga….(mentre i nostri vanno negli ipermercati sempre più spesso di loro proprietà). Mi stupiscono anche i prezzi popolari nei locali arabi. Una forma di resistenza affinché si continui ad abitare la città santa. I flussi umani sono pari a Venezia, ove tutto viene quintuplicato, ma è possibile campare. Anche grazie al pane invenduto che viene lasciato alla portata dei più bisognosi gratuitamente la notte.

La sera mi ritrovo seduto sugli scalini sorseggiando tè alla menta: parlo con un palestinese che si autodefinisce “terrorista nonviolento” della prima intifada. Qui lo chiamerò Giovanni. Un fiume di parole interrotte solo dal passare dei trattori che sbaraccavano. “Abbiamo un problema in comune: un governo che controlla i media”. Diffida da Abu Mazen e di quel simulacro di rappresentanza palestinese che oggi esiste; una sorta di mafia poco riconosciuta dai palestinesi stessi e che pensa solo ad arricchirsi. Meglio, a suo avviso, “dare le chiavi agli israeliani”: uno Stato due popoli. Poi saranno gli israeliani a dover trattare…

Ritorna alla gloria nonviolenta della prima intifada senza lasciare nessuno spazio al dialogo. In quegli anni erano i ragazzi con pochi sassi ad affrontare i carri armati. “Allora fummo capaci di ribaltare il tavolo; l’opinione pubblica mondiale deviò a nostro favore. Israele, nell’infinita partita a scacchi, seppe come avanzare: scelse la controparte tra le nostre fila meno riconosciuta (dividendoci) e ci vendette armi: 12.000 fucili automatici. Così scattò la lotta armata; e fu la fine poiché ebbe la scusa sia per attaccarci che per dilagare nell’occupazione in nome dell’“autodifesa”. Le armi mostrate in ogni operazione militare erano vere. Ed il consenso tornò dalla loro parte”.

”Tranquilli, sull’Iran Netanyahu abbaia ma non morde. Sa benissimo che l’Iran ha una potenza di fuoco pari a metà Europa. Tel Aviv verrebbe spazzata via”. “Se sull’Iran non è possibile intervenire dato il niet di Obama lo si fa in Siria” – continua – “V’è una montagna di denari e di armi per le opposizioni di matrice estremista. Qualcuno, dopo pochi mesi di guerra, se sopravvive, riesce addirittura ad assicurarsi un futuro agiato. Pigiano nelle frontiere per arruolarsi nelle opposizioni. In mezzo ci sta la povera gente”.

Giovanni si augura la decadenza economica degli Usa e spera nella Cina: “Nel 2020 le cose già cambieranno a nostro favore!” Credo di aver lasciato trapelare una smorfia d’incredulità; scatta in piedi, mi saluta e mi dà appuntamento al giorno dopo. Raggiungo il gruppo.

Incontriamo la vedova dello sceicco Abdul Aziz Bukhari, già capo della comunità uzbeka in Gerusalemme nonché fondatore di Jerusalem Peacemakers. Era un mussulmano Sufi, famoso per la sua capacità nonviolenta di mediazione applicando il metodo del dialogo religioso Naqshabandian.

Ci accoglie una delle tre mogli e risponde volentieri alle nostre domande. Ci sottopone un libro face 2 face con poster di sberleffi che riempirono Gerusalemme e soprattutto che ora decorano il muro che divide la Terra santa. La delegazione trentina si siede attorno a lei mentre io rimango a giocare, in disparte, con la figlia di 12 anni e 5 lingue. Mi racconta la sua di storia fatta di viaggi e delegazioni. Sulle pareti articoli ritagliati dai giornali e foto di autorità con il padre. Un ritratto del Mahatma Gandhi e molti articoli scritti in occasione delFestival Religion Today ove il padre è stato autorevole membro di giuria.

In serata ceniamo da un palestinese di 34 anni mentre fuori dalla sua porta un gruppo di giovani soldati israeliani di 20 anni fanno picchetto armato. Mi racconta di esser nato nella casa di fronte abitata dalla sua famiglia da 500 anni e che negli ultimi 50 ha visto moltiplicarsi le bandiere con la stella di Davide. Siamo nella via dolorosa; per l’appunto. E gruppi di pellegrini la animano anche la notte tra le diverse stazioni della Via crucis. I ragazzi spuntano dalle case e si rimpossessano dei quartieri con i loro giochi di guerra. La massa di turisti che ritorna all’alba è una seconda occupazione.

Domenica 4. Lod. Donne che aumentano la speranza

Lod, dopo Gerico, è la città più antica. A metà strada tra Gerusalemme e Tel Aviv; tra Libano ed Egitto. Sorge al centro di un incrocio tra 7 strade commerciali di epoca romana. 8000 anni di vita, 70.000 abitanti, un terzo arabi tra i quali 1000 cristiani. Ha siti archeologici di valore incommensurabile ma, purtroppo, non è stato investito un solo soldo per portarli alla luce. Splendono un mosaico ed una chiesa bizantina ove, dal 16 novembre del 313, è sepolto San Giorgio. Dopo il periodo bizantino (VII° sec.) i mussulmani fecero di Lod la loro capitale mediorientale. Le loro case furono distrutte nel ‘48 con la “guerra d’indipendenza israeliana” definita dagli arabi “la catastrofe”. Negli anni ‘80 fu trasferita la popolazione beduina a Lod ma negli anni ‘90 iniziò il degrado ed il “non governo” della cosa pubblica con una maggioranza politica sempre instabile.

L’ultimo decennio aumenta la speranza anche grazie all’impegno di alcune donne immigrate attente all’educazione dei propri figli, alla cura dell’ambiente con pulizia comunitaria di giardini pubblici e condominiali ed alla salute (l’amianto che copre la città ha quasi 50 anni). Nel centro di Lod sorge un “centro sociale” da tempo abbandonato per assenza di budget. Ora ha trovato nuove energie come quelle di Teila e della spumeggiante direttrice Fatem (beduina) che nel riabilitare il centro “ci ha messo la schiena e non solo la testa” (sintesi delle donne rurali che ci accompagnano nel viaggio). Dopo un accordo tra Municipio e Quartiere per il quale la neodirettrice ha lavorato molto il centro diventa interculturale. Una dizione che gli si addice e che va oltre a quelle più comuni come “arabo-ebraico” o “interreligioso”.

Il centro ha molti progetti community based pro futuro: club per i giovani, alfabetizzazione di donne, teatro, mutuo aiuto tra madri. Il progetto “Facciamo il quartiere” vuole ristrutturare 29 edifici decadenti con la partecipazione comunitaria. Il costo è di soli 10.000 euro per stabile ed è già in funzione. I condomini acquistano i materiali e fanno i lavori più facili; gli impresari quelli più specializzati come fognature, luce e gas. Donne e giovani ripuliscono gli spazi comuni infestati da spazzatura. Non solo pulizia ma l’azione si coniuga con educazione in una gara virtuosa tra condomini.

Le donne raccontano. Si forma un cerchio, quasi naturale. Si ridisegna il futuro ed il cerchio si chiude attorno a loro. Spuntano dei regali che le donne del G8 di Officina Medio Oriente si fanno l’una con l’altra. Anche l’ultraortodossa che lavora per il sindaco di Gerusalemme arriva con dei doni. Sembrava la più reticente del gruppo ma, invece, non ha voluto mancare all’incontro.

Lod ha delle opportunità come il triangolo della pace che vede una chiesa bizantina, una moschea ed una sinagoga nel raggio di cento metri. Entriamo nella moschea assieme a tutte le donne, compresa la regista ebrea Hedva Goldschmidt che ci ospitò la prima sera. Aveva le lacrime agli occhi; era la sua prima volta. Il marito rabbino riprendeva con la telecamera.

Viaggio di ritorno su un piccolo pulmino. Al mio fianco l’ebrea parla di continuo con la beduina. Si chiamano “gentile”, “grande anima”. Io provo a lavorare con il laptop. Un messaggio dalla “Tavola per la Pace” dice “La Missione di pace incontra la comunità beduina di Abu Khamis a rischio di perdere la propria terra. Il problema non è più cosa fanno gli israeliani, ma cosa fa la comunità internazionale“. Chiudo il computer. Mi godo le voci gentili della coppia che sta al mio fianco. Non vi sono check point sulla via del ritorno.

Fabio Pipinato

http://www.unimondo.org/Notizie/Gerusalemme-tra-rabbini-donne-e-il-terrorista-nonviolento-137809

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