Gerusalemme: villaggio palestinese diviso a metà dalla superstrada

15 MAR 2013

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I residenti di Beit Safafa hanno eretto una tenda di protesta contro la superstrada
(Foto: Lea Frehse, AIC)

Il Consiglio comunale di Gerusalemme ha iniziato lo scorso dicembre la costruzione di una superstrada che attraverserà il villaggio palestinesi di Beit Safafa. La superstrada servirà le vicine colonie e, parte di un più vasto piano, mostra la faccia dell’occupazione a Gerusalemme: il governo tecnocratico è diventato il modus operandi della soggiogazione.

A Gerusalemme Est il conflitto intorno alla superstrada è molto di più di una battaglia tra il Comune e i residenti. Dietro la faccia di una superstrada “moderna” si nascondono le basi di un’occupazione sempre più profonda e che opera con nuovi mezzi. Mentre le autorità israeliane considerano Beit Safafa un quartiere della “Grande Gerusalemme”, i residenti palestinesi lo ritengono un villaggio: solo dopo il 1967 l’antico villaggio di Beit Safafa è stato assorbito nei confini della città. L’autostrada 50, la cui costruzione è in pieno svolgimento, taglierà a metà il villaggio. Gli abitanti si sono sentiti oltraggiati e si sono sollevati contro il Comune, avviando settimane di proteste.

Khalil Alian è il capo del Consiglio di Comunità di Beit Safafa, eletto per gestire le relazioni del villaggio con il Comune di Gerusalemme. Accoglie gli ospiti nella sua casa di Beit Safafa con una storia: “Da bambino, quando non avevo i compiti, mio padre mi raccontava delle storie. Ricordo ancora quella del gatto e del topo: il gatto era a caccia del topo, che si nascondeva nel suo buco. Poteva sentire il gatto miagolare fuori e non aveva coraggio di uscire. Il miagolio finì, il topo sentì il cane abbaiare e si sentì al sicuro. Appena uscì, il gatto lo catturò. Il gatto disse al topo con un ghigno: In questo paese, se non parli due lingue, non mangi”.

La madre lingua della gente di Beit Safafa è l’arabo, ma per trovare un lavoro, affrontare le autorità o farsi amici nel quartiere vicino, i residenti hanno bisogno di conoscere l’ebraico. Sebbene tutta Beit Safafa oggi cada all’interno dei confini del Comune di Gerusalemme, la Linea Verde passa in mezzo al villaggio. Tra il 1949 e il 1967, il villaggio era diviso tra Israele e Giordania, con la linea ferroviaria che segnava il confine. Oggi la comunità è riunita, ma una nuova divisione minaccia i residenti. I lavori per la costruzione della superstrada 50, la continuazione della superstrada Begin, sono cominciati proprio in mezzo al villaggio.

Il villaggio teme i rumori e i pericoli per l’ambiente, ma soprattutto teme per la vita della comunità: la superstrada 50 interromperà il movimento all’interno del villaggio, i residenti non potranno più raggiungere con facilità le scuole, la moschea, le case di amici e parenti, ma dovranno compiere lunghi giri e utilizzare la macchina.

La superstrada si basa su piani di 23 anni fa ed è il collegamento finale alla rete di strade che collegano le colonie intorno a Gerusalemme con la città e le altre vie di collegamento in Israele. A Sud, la superstrada 50 assorbirà il traffico da e verso il blocco di insediamenti di Gush Etzion, intorno Betlemme. A Nord, si collega alla Strada 443 che taglia la Cisgiordania e prosegue verso Tel Aviv. Isolate da muri e da reti di filo spinato, grandi sezioni della strada sono inaccessibili ai palestinesi.

Secondo il Comune gli abitanti diedero il loro consenso alla costruzione della strada quando fu pianificata nel 1990, e che all’epoca ricevettero dei rimborsi per le perdite sottoforma di denaro o case. Non ci fu nessuna protesta. I residenti rispondono dicendo che non furono adeguatamente informati e consultati. “Il piano di 23 anni fa era un master plan per lo sviluppo del quartiere che prevedeva una strada. Non si parlava di una superstrada – spiega l’avvocato Kais Nasser, che rappresenta il villaggio in tribunale – Quando hanno esteso la superstrada ai quartieri ebraici, hanno presentato ai residenti piani dettagliati e modificato in base alle loro esigenze. La gente di Beit Safafa non è mai stata consultata, dovremmo solo deglutire quello che ci danno”.

 A settembre 2012, il Comune ha informato Khalil Alian che i lavori sarebbero cominciati in poche settimane. “Abbiamo chiesto di vedere il piano e di dare il nostro parere. Ci sono stati alcuni incontri ma a dicembre hanno unilateralmente avviato i lavori”. Il 12 dicembre i residenti hanno presentato una petizione amministrativa contro il Comune di Gerusalemme sfidando la legalità della procedura. Il tribunale ha rifiutato la petizione, dicendo che avrebbero dovuto presentarla nel 1990. I residenti hanno fatto appello contro la sentenza e la battaglia legale prosegue. Intanto, gli abitanti hanno lanciato una serie di proteste per difendere i loro diritti. Alle manifestazioni contro la superstrada, di fronte alla sede del Comune e a quella del Parlamento, hanno partecipato anche attivisti internazionali e israeliani. Solo pochi articoli sono stati pubblicati dalla stampa israeliana, ma con i residenti che continuano nella protesta la questione è diventata più nota.

Intanto, la costruzione della superstrada prosegue a ritmo serrato. I bulldozer lavorano a pochi metri dalle abitazioni. Mentre il Comune continua a invocare il piano del 1990, non smette di distribuire permessi di costruzione nelle terre che si troveranno a pochi metri dalla superstrada. Ala Selman è uno dei residenti che sta costruendo qui. Vede la sua vita quotidiana minacciata, per questo ha iniziato il movimento di protesta. Selman ha messo a disposizione un pezzo di terra per la tenda di protesta: “Se volete costruire una casa a beneficio della gente, fatelo. Ma non guidate sopra di noi”.

Le richieste del villaggio sono modeste: “Sappiamo che non possiamo fermare la strada – dice un altro attivista del movimento – Vogliamo limitare i danni al nostro villaggio, vogliamo che costruiscano la strada più bassa e la coprano, con ponti che colleghino le due parti”. Finora il Comune si è opposto perché le modifiche costano troppo. La ragione per cui non vogliono coprire la strada è che vogliono creare altre strade di collegamento dentro Beit Safafa in futuro. Vogliono fare lentamente a pezzi il villaggio”, dice Ala Selman.

Negli ultimi decenni, la comunità palestinese di Beit Safafa è stata sempre più isolata dalla rapida espansione dei quartieri ebraici e delle colonie. I residenti oggi sono stati integrati nei vicini quartieri ebraici. L’accesso al mercato del lavoro israeliano ha reso il villaggio relativamente ricco: Beit Safafa è casa alla classe media palestinese. I legami sociali con le comunità palestinesi nei Territori Occupati è sempre più debole.

L’adattamento politico e sociale ha reso Beit Safafa politicamente tranquilla. Dopo la Prima Intifada, il villaggio ha seguito poche linee guide per opporsi all’occupazione, a differenza di altre comunità palestinesi di Gerusalemme Est. L’ondata di proteste intorno alla superstrada hanno riportato Beit Safafa nella mappa politica e il movimento ha cominciato a collegarsi ad altri movimento. A protestare di più, anche via Facebook, sono i più giovani.

Gli ufficiali più vecchi del villaggio sono delusi per il comportamento delle autorità: “Dal 1949, la gente di Beit Safafa non ha mai creato problemi al governo di Israele. E cosa abbiamo avuto in cambio? Niente”, dice Khalil Alian, nato e cresciuto qui. La strategia di evitare il confronto in cambio di pace e tranquillità, spiega, è sotto minaccia: “Israele sta prendendo le terre di Beit Safafa da decenni. I quartieri di Talpiyot, Gilo e Katamonin sono costruiti sulle nostre terre. Ma questa strada è nuova: hanno iniziato a prendere le terre dentro il villaggio”.

Le proteste hanno attirato l’attenzione dell’establishment politico: all’inizio della settimana scorsa, i membri della Knesset Ahmad Tibi (Ra’am-Ta’al) e Micky Rozenthal (partito Laburista) hanno fatto visita alla tenda della protesta. “Proveremo a spingere perché il piano cambi, perché danneggia il villaggio. Non possiamo promettere niente, ma ci proveremo”, ha detto Rozenthal. L’attenzione dovuta ad un quartiere palestinese relativamente marginale rientra, naturalmente, in un contesto più ampio: il Comune di Gerusalemme ha recentemente lanciato una campagna per estendere vari servizi pubblici ai quartieri palestinesi, non forniti per decenni. Un piano quinquennale avviato dal sindaco Nir Barkat prevede un budget di 50 milioni di shekel (circa 10 milioni di euro, ndr) per migliorare le infrastrutture in quelli che vengono definiti quartieri “arabi”. La mossa è volta a rafforzare gli sforzi politici per una più profonda occupazione di Gerusalemme Est: “Abbiamo bisogno di rinsaldare Gerusalemme come capitale unita e mostrare che ciò riguarda tutti i cittadini”, ha dichiarato il ministro dei Trasporti Yisrael Katz a febbraio.<

Uomo ricco e imprenditore di successo prima di diventare sindaco, Barakat porta avanti con pragmatismo l’ideale israeliano della “Grande Gerusalemme”. Il suo stile tecnocratico si basa su una semplice equazione: i miglioramenti economi e i confini sociali chiaramente definiti si spera tengano a bada le aspirazioni politiche dei residenti palestinesi.<

Paradossalmente, mentre Israele si espande a Gerusalemme Est, la segregazione continua a rafforzarsi. Le relazioni tra israeliani e palestinesi in città resta superficiale: dallo scoppio della Seconda Intifada i contatti tra israeliani e palestinesi si sono molto ridotti e si limitano alle relazioni di lavoro. L’adattamento funziona in una sola direzione: i residenti nella colonia di Gilo difficilmente fanno visita al villaggio di Beit Safafa o imparano l’arabo. La storia di Khalil Alian, tuttavia, vale per molti uomini e molte donne palestinesi in città.

“Il governo vuole la segregazione tra arabi ed ebrei. La superstrada correrà dentro la nostra comunità, ma noi non avremo un accesso diretto. La strada non è per noi e lo sappiamo – dice Khalil – E oltre alla segregazione tra noi e gli ebrei, il governo ci divide anche all’interno: la gente oggi viene differenziata in base a chi ha la cittadinanza, il diritto al voto, i permessi”.

La superstrada 50 è parte del quadro. Come sottolinea l’avvocato Nasser, non solo la strada facilita le colonie, ma “il Comune avrebbe dovuto migliorare il flusso del traffico nelle vie esistenti e non dividere in due Beit Safafa. Il danneggiamento alla popolazione araba è una mossa deliberata”. Secondo Moriah, la compagnia che ha l’appalto di costruzione della superstrada, il progetto si adatta alla prevista crescita del traffico o alla crescita delle colonie.

Johanna Wagman e Lea Frehse
Alternative Information Center

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