Gideon Levy: “È DISABILE”, URLO’ LA SUA TUTRICE. “SONO CON LEI”, ESCLAMO’ EYAD. LO SBIRRO APRI’ IL FUOCO COMUNQUE

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tratto da: FRAMMENTI VOCALI IN MO

Khairy Hallaq, Eyad’s father, in the mourning tent this week.
 
 

Sintesi personale

Il trentaduenne palestinese autistico giaceva ferito e terrorizzato a terra mentre la sua tutrice, in piedi vicino a lui, cercava di spiegare ai poliziotti israeliani che aveva una disabilità e supplicava  per la sua vita. Inutilmente: gli hanno sparato in pochi minuti
Eyad Hallaq è stato ucciso a colpi di arma da fuoco in una stanza dei rifiuti senza tetto. Secondo la testimonianza del suo tutor,  che era al suo fianco e cercava di proteggerlo, fu giustiziato. Per lunghi minuti rimase accanto a lui e supplicò per la sua vita, cercando di spiegare ai poliziotti, in ebraico e in arabo che soffriva di una disabilità. Gli hanno sparato tre volte da distanza ravvicinata con un fucile, direttamente al centro del suo corpo, mentre giaceva supino, ferito e terrorizzato, sul pavimento della stanza.
La stanza dei rifiuti si trova in uno stretto cortile nella Città Vecchia di Gerusalemme, all’interno della Porta dei Leoni, esattamente all’inizio della Via Dolorosa, percorsa dolorosamente da Gesù fino al luogo della sua crocifissione, ora chiamata  King Faisal Street. Si trova a poche decine di metri dall’ingresso del complesso della moschea Al-Aqsa. La santità della zona non ha aiutato Hallaq. Né lo ha aiutato il fatto che fosse una persona con bisogni speciali, una persona autistica di 32 anni, il fiore all’occhiello dei suoi genitori  che hanno dedicato la propria vita a prendersi cura di lui.
Hallaq aveva paura del sangue: sua madre lo rasava al mattino per paura che potesse tagliarsi. Ogni graffio gli creava panico, dice. Aveva anche paura degli agenti di polizia armati che si trovavano lungo la strada che percorreva per recarsi al centro  di recupero per disabili  dove partecipava  a un programma di formazione professionale. La sua tutrice gli aveva insegnato a  raggiungerlo da solo a piedi. Ci è voluto un mese prima che osasse percorrere il sentiero da solo, a poco più di un chilometro da casa sua nel quartiere di Wadi Joz, nella Città Vecchia.
Durante i suoi primi giorni al centro l’insegnante si è fermato con Hallaq vicino al posto di guardia della polizia a Lions Gate. Ha tentato di spiegargli che non aveva nulla da temere; non gli avrebbero fatto alcun male, ha promesso. Ha anche spiegato ai poliziotti che era disabile e stava frequentando il centro  terapeutico gestito dall’organizzazione Elwyn Israel, come parte della sua rete di strutture per bambini e adulti con bisogni speciali.
Hallaq ha attraversato il posto della polizia ogni giorno per sei anni, apparentemente senza problemi. Aveva in tasca un certificato rilasciato dal centro che indicava in ebraico e in arabo che era una persona con bisogni speciali, oltre a una carta del National Insurance Institute che confermava che aveva una disabilità al 100%. Nulla  ha salvato il giovane dai poliziotti di frontiera  sfrenati e  assetati di sangue.
Sabato scorso, Hallaq è uscito di casa poco dopo le 6 del mattino. La giornata a Elwyn El Quds  inizia alle 7:30, ma lui  è sempre arrivato prima per preparare la cucina per le lezioni di cucina. La scorsa settimana, per la prima volta nella sua vita, ha preparato un’insalata di verdure per i suoi genitori, tagliando pomodori e cipolla e condendo il tutto con olio d’oliva. Suo padre, Khairy, dice che era l’insalata più gustosa che avesse mai mangiato.
A Eyad piaceva andare al centro. Quando l’istituzione ha chiuso per un mese e mezzo durante il blocco del coronavirus, sua madre ha dovuto portarlo lì un paio di volte per dimostrargli che era chiuso. Sabato scorso, l’ultimo giorno della sua vita, è partito tranquillo e di buon umore.  Ha bevuto una tazza di tè, mangiato un panino preparato da sua madre, si è fatto la doccia, si è vestito ed è uscito. Il filmato della telecamera di sicurezza lo mostra mentre cammina lungo la strada, con un sacco della spazzatura in mano. Ogni mattina, mentre andava a scuola, buttava la spazzatura .
Poco prima delle 6 del mattino anche Warda Abu Hadid, la tutrice di Eyad, è partita da casa sua nel quartiere di Jabal Mukkaber, diretta al centro di Elwyn. Verso le 6:10, Abu Hadid, 47 anni, è passata davanti ai poliziotti di frontiera al posto di sicurezza a Lions Gate ed è entrata nella Città Vecchia. Non aveva percorso  più di 100 metri prima di sentire grida alle sue spalle: “Terrorista! Terrorista!” Subito dopo ha sentito tre colpi. Si è precipitata nella stanza della  spazzatura lì vicino, rifugiandosi dietro l’armadio di ferro alla sua destra. Proprio in quel momento Hallaq è entrato nella stanza in preda al panico crollando  sul pavimento. Un operatore sanitario era seduto lì, a bere il tè.
La stanza della spazzatura è uno spazio aperto  e un grande contenitore puzzava senza pietà questa settimana, quando abbiamo visitato il sito. Sull’armadio di ferro c’è una placca di metallo con versi del Corano,  qui da molto tempo. C’erano tre fori di proiettile.
Abu Hadid ha notato che Hallaq, sdraiato sul pavimento, stava sanguinando, apparentemente per essere stato colpito alla gamba dai poliziotti di frontiera mentre fuggiva. In seguito ha riferito ad Amer Aruri, dell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, che Hallaq è rimasto lì per tre o cinque minuti, ferito, prima che gli sparassero e lo uccidessero.
Per tutto il tempo ha gridato: “È disabile” in ebraico, e Hallaq ha gridato: “Ana ma’aha!” – In  arabo significa per “I am with her” – mentre cercava di aggrapparsi a lei in cerca di protezione. Non è difficile immaginare cosa gli sia passato per la testa in quegli ultimi minuti spaventosi, mentre tre ufficiali correvano nella stanza urlando: “Dov’è il fucile? Dov’è il fucile?”
Gli ufficiali hanno puntato le loro armi su Hallaq. Erano a distanza ravvicinata, in piedi sopra di lui all’ingresso della stanza dei rifiuti. Abu Hadid continuava a cercare di spiegare che Hallaq non aveva alcun tipo di pistola. Aveva al centro la maschera chirurgica e guanti di gomma, come richiesto dall’ordinanza contro Cronavirus, ma  uno degli ufficiali ha sparato tre colpi con il suo M-16 al centro del corpo del giovane, uccidendolo all’istante.
All’improvviso la zona si è riempita di appartenenti alla polizia di frontiera, tra questi un ufficiale che ha puntato la sua arma contro la testa di Abu Hadid, ordinandole di fermarsi mentre la sottoponeva a una perquisizione del corpo. La donna, il  giovane era appena stato ucciso davanti ai suoi occhi, era completamente sconvolta. E’ stata quindi portata al posto di polizia vicino a Lions Gate, spogliata quasi nuda alla ricerca dell’arma inesistente,  poi interrogata per tre ore.
Gli ufficiali volevano sapere di Hallaq e dell’istituzione che frequentava. Quindi hanno informato Abu Hadid che sarebbe stata portata, per essere interrogata, nella famigerata stanza n. 4 nella stazione di polizia del Russian Compound, nel centro di Gerusalemme. Ha detto  alla polizia che doveva avvertire  il suo direttore, cosa che le hanno permesso di fare.
Il direttore del centro l’ha raggiunta e Abu Hadid è stata interrogata per altre tre ore fino all’arrivo della sua famiglia. L’hanno portata in una clinica del suo quartiere per calmarla. Questa settimana è stata convocata negli uffici dell’unità del Ministero della Giustizia che indaga sulle azioni della polizia per dare  la sua testimonianza.

Nel frattempo il centro di Elwyn ha chiamato il padre di Hallaq  avvisandolo che suo figlio era stato colpito a una gamba. Khairy afferma ora di avere una brutta sensazione: sa che la polizia regolare e la polizia di frontiera non feriscono le persone: sparano per uccidere. Lui e sua moglie Rana si stavano  precipitando a Elwyn El Quds, quando  un folto gruppo  di ufficiali li ha bloccati dicendo loro che stavano per perquisire la loro casa. Nessuno ha detto alla coppia cosa fosse successo al  figlio. Lo hanno capito quando uno di loro ha chiesto a Khairy:Quando hai intenzione di tenere il funerale?

È così che il padre di Eyad ha appreso che il suo amato figlio era morto. Khairy afferma che il comandante della forza ha agito umanamente, ma che un ufficiale era volgare e violento, dicendo alla sorella di Eyad in lutto, “Se fossi stato un uomo ti avrei già distrutto”, dopo aver cercato di afferrarla per un braccio durante la perquesizione.
Khairy Hallaq è un uomo magro e gentile di 64 anni che questa settimana vive con iniezioni di tranquillante, non mangiando né dormendo. I suoi occhi, rossi per il pianto e la stanchezza, fanno trapelare tutto il suo dolore. È disabile a causa di un incidente sul lavoro avvenuto  circa 15 anni fa in una fabbrica di marmo di sua proprietà ad Anata, vicino alla Città Vecchia. Da allora è disoccupato. Quando Eyad era un ragazzo, a volte lo portava a lavorare con lui.
La coppia ha due figlie, Diana, 35 anni, e Joanna, 34 anni. Quando  ci rechiamo da loro, quest’ultima, un’insegnante di educazione speciale, è seduta accanto alla madre piangente e non sembra meno tormentata. I genitori di Eyad hanno dedicato le loro vite a lui. Questa settimana Khairy e Rana, che ha 58 anni ed in cattive condizioni di salute, hanno pianto separatamente, come è usanza: lui nella tenda del lutto eretta alla fine della loro strada; lei nella loro casa in via Yakut al-Hamawi.
La piccola stanza di Eyad Hallaq è ordinata e immacolata. Un ampio letto coperto da una coperta di velluto marrone, un televisore montato sul muro, una fila di bottiglie economiche di dopobarba e altri prodotti per la cura che amava sono sul comò, insieme alla bottiglia di disinfettante per le mani. Era molto attento al suo aspetto.
Non indosso abiti eleganti come mio figlio e non ho il tipo di cellulare che ha”, dice suo padre. Il poster del lutto appeso in cima alla strada mostra un bel giovanotto. Sua madre ci dice che è convinta che tornerà.
Hanno preso Eyad. Voglio Eyad. Quando tornerà Eyad? Quando? Quando? Quando? Per tutto il giorno sono davanti alla porta, forse tornerà”, dice. “Trentadue anni l’ho cresciuto, passo dopo passo. Ho investito così tanto in lui. La mia salute ha sofferto. Tutti quelli che si sono presi cura di lui hanno detto che non c’era nessun palestinese che fosse curato come lui, ma la tua gente pensa che fosse spazzatura. Ecco perché è stato assassinato.
Entrambi i genitori parlano l’ebraico. Le loro paure iniziali per il figlio sono sorte per la prima volta quando aveva 2 anni. Per altri due anni hanno fatto il giro di medici e cliniche, fino a quando non gli è stato diagnosticato una forma di autismo. Inizialmente fu mandato in una normale scuola privata, ma non poté integrarsi lì; fino a circa sei anni fa era a casa, non era iscritto a nessuna struttura educativa. Gli anni a Elwyn El Quds sono stati apparentemente i migliori della sua vita. I suoi genitori sono dispiaciuti di aver sentito parlare del centro solo quando aveva vent’anni. Il venerdì, quando era chiuso, usciva la mattina per comprare i salatini di semi di sesamo a Gerusalemme.
Hallaq non parlava con estranei, ma solo con persone che conosceva bene. e gli piaceva ridere con loro. Camminava per la strada, di solito a testa bassa. Se avesse incontrato qualcuno, sapeva che avrebbe dovuto salutarlo ma non si sarebbe fermato a parlare. Parlava solo con la sua famiglia, con i suoi amici e con la sua tutrice.
Se ti fossi seduto accanto a lui, si sarebbe allontanato. Aveva bisogno di molto tempo per abituarsi“, dice suo padre. Quando non era al centro non usciva con gli amici. Nella sua stanza gli piaceva guardare i cartoni animati: Topolino e Tom e Jerry su MBC3, il canale arabo per bambini. Rana sottolinea che non si concentrava sempre  sui cartoni animati, ma li fissava. “Era un bambino”, dice, “un bambino di 2 anni”.
Il marito aggiunge: “Aveva 32 anni ma aveva l’intelligenza di un bambino di 8 anni”.
Il sogno di Hallaq era di lavorare come aiuto cuoco. Lui e altri al centro preparavano il cibo e andavano nel quartiere di Beit Hanina per darlo ai bambini con bisogni speciali.
Seduto nella tenda del lutto è uno degli amici di Eyad di Elwyn, avvolto in un cappotto invernale nero e da un maglione spesso. Indicando l’amico, il padre in lutto ci dice: “Mi hai fatto molte domande e ora voglio farti una domanda. Guarda quella persona. Potresti indossare quello che indossa in questo caldo? Cosa vedi in questa persona che si veste così in estate?  Ti porterò un bambino, cosa vedrai? Un ragazzo. Un ragazzo malato È quello che ha visto l’ufficiale che ha ucciso Eyad.”
A casa  Rana aggiunge: “Era un angelo mentre era sulla terra, e ora è un angelo ed è sotto la terra” – e scoppia di nuovo in lacrime.
Il giorno prima che suo figlio fosse ucciso, gli chiese di non andare al centro il giorno dopo, ma lui insistette. Come spesso accade con i genitori in lutto, Rana afferma di avere avuto la sensazione che qualcosa di brutto potesse succedere a suo figlio. “Abbiamo visto negli Stati Uniti il ​​poliziotto che ha ucciso. È in arresto. E in Israele? Dovrebbe avere almeno 25 anni. Lo hanno ucciso come se fosse una mosca. Mio figlio era una mosca.
Un cartello all’ingresso della casa degli Hallaq chiede alle persone di non baciarsi o di stringere la mano, a causa del coronavirus, ma nessuno ci fa caso. Una delegazione del partito Hadash, guidata dagli MK Aida Touma-Sliman e Yousef Jabareen, arriva per porgere le condoglianze. La polizia non ha ancora restituito la carta di disabilità di Eyad e i suoi vestiti. Un cugino, Tareq Akash, un ingegnere in alta tecnologia e che ora frequenta il dottorato presso l’Università ebraica di Gerusalemme, chiede: “Possiamo andare a dimostrare ora? Bruciare le stazioni di polizia come negli Stati Uniti? Non vogliamo bruciare nulla. Ma ci è permesso di esprimere rabbia? Sai, ci sparerebbero.”
Seguiamo il percorso di Hallaq nel suo ultimo giorno. Uscendo di casa, giriamo a destra e percorriamo la strada per Jericho Road. Al semaforo attraversiamo la strada trafficata. Dietro di noi c’è il campus universitario Mount Scopus, di fronte a noi c’è la Città Vecchia. Dopo che il giovane ha attraversato la strada, ha camminato lungo il sentiero di pietra che segue le mura della Città Vecchia fino alla Porta dei Leoni, vicino al Cimitero di Yeusefiya.  Qui Hallaq ha percorso il pendio, tra le tombe e il muro, pochi istanti prima della sua morte. I gradini portano a Lions Gate. Quattro poliziotti di frontiera armati  dalla testa ai piedi, manganelli e fucili nelle loro imbracature, stanno all’ingresso in una postura minacciosa mentre passiamo.
Qui è dove Warda Abu Hadid ha sentito gli spari, ecco la stanza della spazzatura, vicino al cartello per la Via Dolorosa. Qui ha cercato di ripararsi dalle sparatorie e qui è rimasto Eyad  fino alla sua morte.
Elwyn El Quds è a poche decine di metri da qui. Una porta di vetro elettrica protegge gli studenti; non c’è accesso agli estranei durante la crisi determinata dal coronavirus. E’mezzogiorno e la giornata scolastica sarà presto finita. Il direttore, Manar Zamamiri, afferma che circa 100 persone ricevono formazione e terapia in questo centro, ma questo è solo un ramo della rete Elwyn. Ci sono molti altri centri con scuole e altri programmi in città, al servizio di centinaia di bambini e adulti disabili. Lo sforzo principale qui è investito nella formazione professionale.
Fa un grande sorriso, visibile anche attraverso la sua maschera, quando chiediamo di Eyad. “Era così dolce. Lo amavamo così tanto. E sua madre è una donna così forte – mekudeshet ”- santa – dice in ebraico. Questa settimana ha cercato di spiegare agli altri  studenti cosa sia successo a Eyad.
 

Articolo in lingua originale qui 

 

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