GIDEON LEVY // I SOLDATI ISRAELIANI HANNO SPARATO A UN ADOLESCENTE PALESTINESE SETTIMANE FA. AI SUOI GENITORI NON È STATO PERMESSO DI VEDERLO

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tratto da: Beniamino Benjio Rocchetto

venerdì 9 aprile 2021  19:03

Ahmed è stato ricoverato due volte, sottoposto a un intervento chirurgico e poi imprigionato. Ma Israele non ha permesso ai suoi genitori di visitarlo o anche solo parlare con lui al telefono. Vengono tenuti all’oscuro delle sue condizioni.

Di Gideon Levy e Alex Levac – 8 aprile 2021

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Domenica ha compiuto 17 anni. Ahmed Falana è nato il 4 aprile 2004 ed è il quarto figlio dei suoi genitori. Ha trascorso il suo compleanno nella prigione di Megiddo, nel nord di Israele, probabilmente senza nemmeno festeggiarlo. I suoi genitori, Aida e Abed al-Razek Falana, non potevano augurargli buon compleanno. Non conoscono nemmeno le sue condizioni. Anche quando è stato ricoverato nel Centro medico Hadassah di Ein Karem, a Gerusalemme, dopo essere stato ferito dai proiettili sparati dai soldati delle Forze di Difesa Israeliane, i suoi genitori non sono stati in grado di essere al suo fianco. E anche quando Ahmed si è svegliato da un intervento chirurgico, dopo che un testicolo gli è stato rimosso, i suoi genitori non potevano esserci. Non potevano né stare con lui né parlargli al telefono. Abed al-Razek ci dice che farà qualsiasi cosa solo per ascoltare la voce di suo figlio anche per pochi minuti. Solo per sapere come sta e per dargli coraggio. Ma le autorità israeliane si rifiutano di permetterlo.

Sebbene sia parzialmente paralizzato sul lato sinistro del corpo, Abed al-Razek, 54 anni, lavora come giardiniere nella comunità di Lapid, vicino a Modi’in. Ha lavorato in Israele per 30 anni, costruendo case e curando giardini. Suo figlio Ahmed non è mai stato arrestato prima, non ha mai avuto problemi con l’esercito israeliano. “Ha 17 anni”, dice suo padre, “ma ha il giudizio di un bambino di 2 anni. Non sa dove sta andando e cosa sta facendo. Dice: “Papà, sto tornando a casa”, ma poi non arriva.”

Apparentemente Ahmed si è avvicinato alla barriera di separazione quel venerdì, 26 febbraio, ed è stato colpito dai soldati, e non è ancora del tutto chiaro il motivo.

Ahmed è uno studente del 10° grado a Safa, un villaggio di circa 4.000 residenti a ovest di Ramallah, non lontano dalla linea verde dietro il checkpoint dei Maccabim sull’autostrada 443 per Gerusalemme. La maggior parte delle auto nel villaggio sono mashtubot, dei rottami senza targa, i cui proprietari le guidano a malapena fuori dal villaggio per paura che vengano scoperte. Ahmed è stato ferito nei campi di Safa, vicino al parco giochi dei bambini.

In quel tragico venerdì, Ahmed è partito con il suo amico S., che ha un anno più di lui, in direzione dei campi del villaggio, che sono divisi dalla barriera di separazione costruita da Israele. Questa è un’area ricreativa per i residenti locali, la maggior parte dei quali lavora in Israele, nel loro giorno di riposo, ed è qui che i soldati israeliani li aspettano, a volte cacciandoli dalla loro proprietà, a volte anche sparandogli.

Ahmed e il suo amico si diressero verso i campi, una distanza di circa tre chilometri, verso le 11. Lì, a circa 100 metri dalla barriera di separazione, si trova la vecchia casa in pietra del bisnonno, costruita negli anni ’50 e ora un rudere abbandonato. Ad Ahmed piaceva andarci il venerdì. La terra che la circonda appartiene alla famiglia. In questa stagione tutto è di un verde intenso. Dall’altra parte della recinzione c’è Kfar Ruth, un moshav (una cooperativa agricola israeliana), in quella che un tempo era la terra di nessuno tra Israele e Giordania.

Che cosa è successo esattamente in quel campo quel giorno? La famiglia dice che ancora non lo sanno. Ciò che è chiaro è che i soldati hanno sparato ad Ahmed alcune volte nella parte inferiore del corpo e che il suo amico S. non è stato ferito.

L’Unità del Portavoce dell’IDF ha dichiarato questa settimana: “Il minore è stato accusato di aver lanciato un ordigno esplosivo contro la barriera di sicurezza venerdì 26 febbraio 2021, nel settore della Brigata Territoriale Ephraim, con la presenza di civili sul posto. Il sospetto è stato trattenuto in custodia cautelare fino alla conclusione del procedimento giudiziario del suo caso. Durante l’incidente, i soldati dell’IDF che si trovavano nell’area hanno attuato la procedura di arresto del sospetto, che includeva sparare al sospettato.”

Verso le 13:30, la madre di Ahmed preparò il pranzo e chiese al marito di chiamare i figli perché tornassero a casa a mangiare. Ahmed ha detto a suo padre al telefono che stava tornando. Abed al-Razek ha iniziato a mangiare da solo ma circa 10 minuti dopo ha ricevuto una chiamata da qualcuno del Servizio di Sicurezza Shin Bet: “Sei il padre di Ahmed? I soldati hanno sparato a tuo figlio. Vieni al posto di blocco dei Maccabim a prenderlo.”

Abed al-Razek dice di aver lasciato cadere il telefono a terra terrorizzato. Era certo che Ahmed fosse stato ucciso. Chiamò il numero da cui aveva telefonato l’agente dello Shin Bet: “Avete ucciso Ahmed? Ahmed è morto? Non abbiate paura di dirmelo.” L’agente ha risposto: “Ahmed è vivo. È in viaggio per Hadassah Ein Karem. Ahmed è solo ferito”.

Abed al-Razek dice che è quasi uscito di senno. Non sapeva cosa fare. Chiamò di nuovo lo Shin Bet: “Ditemi dov’è Ahmed. Devo vederlo con i miei occhi. Ahmed è nelle vostre mani, fatemelo vedere.” L’agente dello Shin Bet rispose: “Ahmed è vivo, ma non potete vederlo.”

Questa settimana Abed al-Razek ci ha detto: “La mia mente era annebbiata. Non sapevo cosa stessi facendo. Per una settimana sono stato nella mia stanza con la porta chiusa, pregando e parlando a Dio per aiutarlo. Chi ci aiuterà, oltre a Dio?”

Nella cartella clinica del Dipartimento di Chirurgia Generale B, Hadassah si legge: “Portato in sala traumatologia con ferite alle gambe e allo scroto. Ha perso una grande quantità di sangue; pressione sanguigna bassa.”

Ahmed fu ricoverato per tre giorni sotto sorveglianza ad Hadassah. Suo padre cercò di fargli visita, ma gli fu impedito. Il 1º marzo l’adolescente è stato trasferito nella prigione di Megiddo. Pochi giorni dopo è stato portato all’ospedale Haemek di Afula per un intervento chirurgico per aggiustare una frattura alla gamba causata dalla sparatoria. Questa volta un assistente sociale dell’ospedale ha chiamato la famiglia, li ha aggiornati e ha inviato i documenti di consenso all’operazione da firmare. La famiglia ha firmato; il giorno successivo furono nuovamente informati sulle condizioni di Ahmed. Ma fino ad oggi solo l’avvocato da loro assunto è stato autorizzato a fargli visita per loro conto.

“Da 40 giorni non vedo Ahmed,” ci dice suo padre questa settimana. “Sto parlando con chiunque in Israele, in modo che qualcuno mi aiuti. Solo così mi lasceranno vedere Ahmed.”

L’avvocato ha esortato Abed al-Razek ad attendere pazientemente il permesso di vedere suo figlio. Nel frattempo, teme anche che lo Shin Bet gli revocherà il permesso di lavorare in Israele e la famiglia rimarrà così senza una fonte di reddito. Domenica, giorno del compleanno di Ahmed, suo padre ha pregato per una cosa sola: Poter parlare al figlio, augurargli buon compleanno. Ma non è successo.

Abed al-Razek si è messo in contatto con l’ONG Medici per i Diritti Umani (Physicians for Human Rights – PHR), che ha iniziato a occuparsi del caso. Il 1º marzo, Naji Abbas, responsabile del PHR per i prigionieri, ha inviato una lettera urgente al Dottor Liav Goldstein, Ufficiale Medico Capo del servizio carcerario israeliano. Nella lettera, ha spiegato che Ahmed, un minorenne, aveva subito un intervento chirurgico ad Hadassah senza che i suoi genitori fossero stati informati o contattati in alcun modo.

Un avvocato della ONG ha fatto visita al ragazzo in prigione. Ahmed è arrivato all’incontro accompagnato da un altro prigioniero, che lo ha aiutato a sorreggersi; lamentava un forte dolore alla gamba destra. Non è stato in grado di dire all’avvocato che tipo di operazione aveva subito o quale trattamento avrebbe ricevuto. Né sapeva di avere il diritto di richiedere una sedia a rotelle.

“È inconcepibile che un minorenne di 17 anni sia trattenuto, ferito e senza che gli vengano concesse le condizioni appropriate per le sue circostanze, senza ottenere una spiegazione nella sua lingua sul trattamento che riceverà”, ha scritto Abbas nel suo lettera a Goldstein.

Il PHR ha chiesto che ad Ahmed venisse fornita una sedia a rotelle e un resoconto sulle sue condizioni mediche, e anche che le autorità prendessero in considerazione di consentirgli di parlare presto con la sua famiglia. Il servizio carcerario non si è degnato di rispondere.

Quindi l’ONG, in collaborazione con Hamoked, il Centro per la Difesa dell’Individuo (Center for the Defense of the Individual), un’organizzazione per i diritti umani, ha contattato anche il direttore generale del Ministero della Salute israeliano, il Procuratore Generale e il Capo del Comando Centrale dell’IDF, chiedendo loro di redigere un documento che delinei una procedura per aggiornare le famiglie di prigionieri e detenuti portati in ospedale sulle loro condizioni mediche. La lettera del PHR cita una serie di casi di prigionieri ricoverati in ospedale e le cui condizioni sono peggiorate, senza che nessuno si prendesse la briga di aggiornare le loro famiglie. L’avvocato Haim Levy del Dipartimento Legale del Ministero della Salute ha risposto: “Da una lettura della vostra lettera non risulta che il comportamento degli ospedali per quanto riguarda l’aggiornamento delle famiglie dei detenuti giustifichi la stesura di una procedura o una circolare da parte del Ministero della Salute”.

Un portavoce del servizio penitenziario ha rilasciato questa settimana la seguente dichiarazione ad Haaretz: “Dal suo ingresso nel servizio carcerario, al detenuto in questione sono state concesse due telefonate con la sua famiglia, in conformità al protocollo. Inoltre, i rappresentanti della Croce Rossa ricevono rapporti continui sulle sue condizioni e lo visitano. Al momento, la sua famiglia non può fargli visita perché proviene da una regione sottoposta a lockdown a causa del coronavirus. Allo stesso tempo, è importante sottolineare che sta ricevendo le cure mediche necessarie ed è sotto costante controllo medico”.

Contrariamente a quanto affermato dal servizio carcerario, i familiari negano che Ahmed avesse parlato con loro dopo che fu arrestato. Questa settimana, tuttavia, diverse ore dopo che Haaretz è entrato in contatto con l’Ufficio del Portavoce del servizio carcerario, ad Ahmed è stato concesso il permesso di chiamare a casa.

Naji Abbas, di Medici per i Diritti Umani, ha detto questa settimana che la storia di Ahmed è un altro triste esempio dell’impatto dell’occupazione sui minori palestinesi.

“La sua vicenda solleva un serio problema etico incontrato dai medici ospedalieri che curano prigionieri e detenuti, inclusi i minori, quando non sono in grado di aggiornare la famiglia sulle condizioni del paziente, anche se questo è obbligatorio ai sensi della legge sui diritti del paziente e come è normale procedura con pazienti che non provengono dal sistema carcerario”, dice Abbas.

Questa settimana ci siamo recati sul luogo in cui è stato ferito Ahmed. Era tardo pomeriggio e centinaia di lavoratori stavano tornando a casa con le auto di recupero che avevano lasciato al posto di blocco dei Maccabim quando erano entrati in Israele quella mattina per recarsi al lavoro. A parte il padre di Ahmed, che lavora ancora in Israele, nessun altro della famiglia era disposto a incontrarci, per paura dei soldati. Lo zio di Ahmed Abed, il fratello di suo padre, che ha lavorato anche lui per anni in Israele e indossava una maglietta di un’impresa edile israeliana, la Bonei Hatikhon, ci ha detto che l’esercito li caccia via dalla loro terra deliberatamente, per far sì che smettano di coltivarle e quindi rendere più facile per Israele confiscare la terra incolta affermando che nessuno la possiede.

“Non siamo frayers”, ha detto, usando una parola in gergo ebraico che significa “stupidi”. “Capiamo tutto. Sono forti e possono intimidire, uccidere, distruggere. Sono forti. Ma per quanto ancora? Dimmi per quanto ancora?”

Un gruppo di soldati era appena passato sul lato israeliano della barriera di sicurezza. Sul pendio della collina abbiamo visto un albero di fico, sotto il quale è stato colpito Ahmed, lo stesso giovane che ora soffre di dolore nella prigione di Megiddo, a cui non è stato permesso di parlare con sua madre o suo padre per 40 giorni.

Gideon Levy è editorialista di Haaretz e membro del comitato editoriale del giornale. Levy è entrato in Haaretz nel 1982 e ha trascorso quattro anni come vicedirettore del giornale. Ha ricevuto il premio giornalistico Euro-Med per il 2008; il premio libertà di Lipsia nel 2001; il premio dell’Unione dei giornalisti israeliani nel 1997; e il premio dell’Associazione dei Diritti Umani in Israele per il 1996. Il suo nuovo libro, La punizione di Gaza, è stato pubblicato da Verso.
Alex Levac è diventato fotografo esclusivo per il quotidiano Hadashot nel 1983 e dal 1993 è fotografo esclusivo per il quotidiano israeliano Haaretz. Nel 1984, una fotografia scattata durante il dirottamento di un autobus di Tel Aviv smentì il resoconto ufficiale degli eventi e portò a uno scandalo di lunga data noto come affare Kav 300. Levac ha partecipato a numerose mostre, tra cui indiani amazzonici, tenutesi presso l’Università della California, Berkeley; la Biennale israeliana di fotografia Ein Harod; e il Museo di Israele a Gerusalemme. Ha pubblicato cinque libri.
Traduzione: Beniamino Rocchetto
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