GIDEON LEVY // IL VILLAGGIO PIÙ TRISTE IN ISRAELE

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tratto da: Beniamino Benjio Rocchetto

sabato 24 luglio 2021  12:22

I piani per costruire più di 250 abitazioni di lusso sulle rovine del villaggio palestinese di Lifta stanno andando a buon fine. Un giro tra le case dello splendido villaggio con uno dei suoi ultimi profughi viventi.

Di Gideon Levy e Alex Levac – 23 luglio 2021

https://archive.is/cTaHB

Questo è il villaggio più triste d’Israele e probabilmente anche il più bello. Non c’è niente di simile: un villaggio fantasma, molte delle cui case sono ancora in piedi, con un buco nel tetto, per gentile concessione di Israele, per impedire che vengano riabitate. Le circa 60 case rimaste, di due e talvolta tre piani, sono situate sul pendio della collina e si integrano magistralmente nel paesaggio naturale. Ogni piano degli edifici, modellato in pietra e abbellito da archi, racconta la storia di un periodo diverso e di un diverso stile di costruzione. Lifta è un raro gioiello architettonico, un monumento a ciò che un tempo c’era in questo paese, muta testimonianza di uno stile di vita che è stato bruscamente interrotto. Una moschea, frantoi e un mulino, resti di balconi pittoreschi, un sentiero piastrellato che conduce alla sorgente, che era il cuore pulsante del villaggio e le cui acque sono ora utilizzate dagli studenti della yeshiva e dai “giovani delle colline” nel viaggio “tra i tempi” che segue Tisha B’Av (un giorno di lutto e digiuno nel calendario religioso luni-solare del Giudaismo).

Gli spazi tra le case sono incolti, ricoperti di fichi d’india selvatici. Una famiglia palestinese di Zur Baher, un villaggio alla periferia sud-est di Gerusalemme, è venuta qui questa settimana, tra rovine di questo villaggio al confine settentrionale della città, per raccogliere i frutti di questi cactus per l’Eid al-Adha, la festa del sacrificio; per farlo usano il bastone tradizionale con un barattolo di latta vuoto attaccato a un’estremità. Il giorno prima, gli ebrei avevano pianto il Tempio, che era anche un mattatoio, distrutto 2000 anni fa. Quegli stessi ebrei stanno vietando ai loro vicini palestinesi di piangere la distruzione della loro casa 73 anni fa, e li rimproverano per essersi crogiolati nella loro catastrofe.

Nel suo libro del 1992 “Tutto Ciò Che Rimane”, lo storico palestinese Walid Khalidi racconta che a Lifta nel 1931 c’erano 410 case e 2.550 residenti nel 1945. Yacoub Odeh, che era un bambino di 8 anni ai tempi della Nakba, parla di 550 case nel 1948 e dice che ci sono circa 40.000 discendenti dei profughi del villaggio, sparsi a Gerusalemme Est, in Cisgiordania, Giordania e nella diaspora palestinese. A 81 anni, Odeh ne dimostra 60 e scala i sentieri di Lifta come un 40enne; conosce ogni albero di fico e ricorda ogni casa; ogni pietra qui evoca ricordi. È un insegnante in pensione che vive nel quartiere di Shuafat a Gerusalemme Est. In passato, ha trascorso 17 anni in una prigione israeliana, ma oggi non ne vuole parlare, perché non ha a che fare con l’argomento in questione, che è la lotta per preservare Lifta.

Odeh è attivo nell’Associazione Salvare Lifta, un gruppo ebraico-palestinese che combatte da anni per preservare intatto il sito. Anche altri due membri attivi dell’Associazione, Daphna Golan, professoressa emerita di sociologia dell’Università Ebraica di Gerusalemme, e Ilan Shtayer, microstorico, ci accompagnano in un giro tra le case del villaggio. Alla prima domanda che viene in mente, non appena si posano gli occhi su queste case fantasma, perché Israele non abbia demolito il villaggio nel 1948 o in seguito, come ha fatto con centinaia di altri villaggi, non sanno rispondere.

Lifta è stata popolata nel 1949 da immigrati provenienti dallo Yemen e successivamente da immigrati provenienti dal Kurdistan, ma da tempo se ne sono andati tutti. Oggi qui operano solo un prezioso albergo “di lusso” ai margini del villaggio e uno studio di architettura di proprietà ebraica. Le altre case sono vuote, abbandonate, trascurate e tristi.

La frase “Morte agli Arabi” è scarabocchiata sulla casa della famiglia al-Aasi, che si affaccia sulla sorgente: gli Aasi fuggirono in Giordania. Bottiglie di birra vuote dissacrano la fuligginosa moschea. La maggior parte delle lapidi nel cimitero che si trova sul fianco della collina sono scomparse. Qui sono sepolti tre degli abitanti del villaggio che sono stati uccisi nel “massacro di Lifta”, l’attacco omicida dei combattenti ebrei al caffè di Salah Eisa il 28 dicembre 1947. “Onora tuo padre e tua madre”, predica un annuncio pubblicitario di Optica Halperin, una catena di ottici, sull’edificio che è stato eretto sulle rovine del caffè, sulla cima della collina, che domina l’autostrada Tel Aviv-Gerusalemme, non lontano dalla stazione centrale degli autobus di Gerusalemme.

Qualcuno ha rimosso molte delle chiavi di volta dagli edifici, presumibilmente nella speranza che le strutture crollassero da sole, ma il “lavoro arabo” qui è più efficiente di qualsiasi maligno sabotaggio: La maggior parte degli edifici rimane intatta, anche dopo tutti gli anni in cui senzatetto e drogati ci vivevano e li usavano. Ma ora il villaggio deve affrontare il pericolo più grande di tutti: il richiamo del denaro.

L’Amministrazione Territoriale Israeliana sta per pubblicare una gara d’appalto, sollecitando offerte per la costruzione di un quartiere di lusso sulle rovine di Lifta: 259 “ville”, un albergo, un centro commerciale. L’ILA promette di preservare le case, ma gli attivisti di Salvare Lifta, convinti che un un quartiere di lusso cancellerà la bellezza del villaggio e del suo patrimonio, ha iniziato una lotta popolare e legale per il futuro Lifta. Anche il Comune di Gerusalemme al momento si oppone al piano. Un progetto simile, proposto nel 2004, è stato bocciato a seguito di una opposizione popolare.

Sia Yacoub Odeh, il superstite del villaggio, che gli attivisti ebrei sanno bene che non ci sarà nessun “ritorno” palestinese a Lifta, almeno non negli anni a venire. È un peccato, perché qui potrebbe nascere un progetto pilota di ritorno, un modello per il ritorno, un gesto di Israele verso i profughi (o i loro discendenti) che tornerebbero nelle loro case abbandonate senza che nessun ebreo debba essere espulso dalle loro case. Ma nel 2021 in Israele questo è un sogno irrealizzabile. Lo scopo della campagna è quindi preservare ciò che esiste, non toccare nulla, non demolire e non costruire, solo stabilizzare le strutture in modo che non crollino, e lasciare la decisione sul destino del villaggio alle generazioni future.

I sostenitori del ritorno pensano che questa macchia all’ingresso della capitale israeliana possa fungere da promemoria silenzioso che potrebbe generare consapevolezza. “Ritorno alla Coscienza”, lo chiama Golan. Il suo libro del 2018 “Speranza ai Margini del Campus di Gerusalemme”, edito in ebraico, dedica un capitolo a Lifta, in cui condivide il sogno di creare un museo sul sito, sulla falsariga del Museo del Sesto Distretto di Cape Town, in Sudafrica, che lui immagina come un centro didattico per commemorare il villaggio che è stato cancellato. In una visione ancora più ampia, Golan parla del villaggio come luogo per incontri di comitati di verità e riconciliazione israelo-palestinesi che si sarebbero formati in un futuro ipotetico, sempre sul modello sudafricano.

Gli amanti della natura e gli ambientalisti vogliono preservare lo scenario spettacolare e la natura selvaggia qui, basti dare un’occhiata agli edifici del quartiere di Givat Shaul, che sovrastano il villaggio, per capire quanto possa essere brutta l’alternativa. Anche organizzazioni internazionali come l’UNESCO, che ha inserito Lifta nella sua lista prima di dichiararlo Patrimonio dell’Umanità, e il Fondo del Patrimonio Mondiale, che nel 2018 ha inserito il villaggio in una lista di 24 siti prossimi a scomparire, stanno lavorando per salvare Lifta. È ragionevole supporre che dietro la decisione di creare un nuovo quartiere di lusso a Gerusalemme, oltre ai soldi e la costrizione “a svilupparsi”, si celi anche l’intenzione di cancellare ogni manifestazione fisica dei ricordi e quindi anche l’ultima possibilità di un ritorno.

Per Yacoub Odeh, Lifta rimane un’impresa di vita. Ovunque vada, porta con sé nella sua borsa le fotocopie dei kushan turchi (atti di proprietà) di un certo numero di famiglie, compresa la sua, e le arricchisce con i suoi ricordi d’infanzia privati. Può parlarne per ore, è difficile fermarlo una volta che inizia. Dice che viene qui una o due volte a settimana, nostalgico del suo passato e contemplando il presente. Pochi giorni fa ha scoperto che alcune pietre da costruzione erano state rimosse dal tetto della moschea. Della sua seconda casa d’infanzia non rimane altro che un cumulo di pietre ricoperte di rovi. La prima casa della famiglia, dove è nato, si trova nella parte di Lifta dall’altra parte della valle, ancora intatta, anche se i suoi due piani superiori sono sventrati. Il fratello di suo nonno, il muezzin, chiamava i fedeli alla preghiera dal balcone di quella casa. Anche l’edificio della Knesset si trova sulle terre del villaggio, nel quartiere di Sheikh Badr, ma è “lontano”. Le terre del villaggio si estendevano fino a Wadi Joz a Gerusalemme Est. C’erano sette mulini per il taglio della pietra utilizzati per produrre le pietre per costruire le case di Lifta con materiali naturali della zona e sei frantoi.

Cosa provi quando vedi gli studenti della yeshivah nel villaggio?

Odeh: “Come ti sentiresti se prendessi la tua carta d’identità, rimuovessi la tua foto e inserissi la foto di qualcun altro?” Rimane in silenzio per un po’, borbotta e continua: “La mia infanzia l’ho passata qui nella pozza della sorgente. Ero come un pesce. Quando la campanella nella scuola in alto sulla collina suonava alla fine della giornata, facevamo a gara per vedere chi sarebbe stato il primo a saltare da un masso all’altro per raggiungere la sorgente”. Il suo edificio scolastico esiste ancora e ora ospita una Talmud Torah (scuola elementare ebraica). Dalla sua borsa Odeh tira fuori un’altra foto, questa della sua classe.

Dopo l’attacco armato al caffè di Salah Eisa nel 1947 ci fu l’incendio della casa del mukhtar, Mahmoud Siyam, un altro avvertimento per i residenti di andarsene. Il villaggio fu assediato, 20 edifici furono fatti saltare in aria e gli scontri a fuoco tra i combattenti ebrei e gli arabi divennero un affare quotidiano. I residenti locali, incluso il ragazzo Yacoub Odeh, hanno trovato rifugio nella valle. Alla fine è stata presa la decisione di evacuare donne e bambini. Odeh ricorda un viaggio in camion che si è concluso a Ramallah.

“Nel giro di un’ora, ero diventato un profugo. Non abbiamo portato nulla con noi: sapevamo che saremmo tornati il giorno dopo. Eravamo stati Re, e nel giro di un’ora diventammo mendicanti che bussavano alle porte per chiedere cibo. È così che mi sono unito al Movimento Nazionale Palestinese. Per tutta la vita ho sognato di tornare”.

Il padre di Odeh rimase con i combattenti nel villaggio fino al massacro nella vicina Deir Yassin nell’aprile 1948, che infuse il terrore nei cuori degli abitanti del villaggio come ha fatto con molti palestinesi, e poi lasciarono il villaggio per sempre. Morì un anno dopo, all’età di 37 anni, di crepacuore, suo figlio ne è certo. Dopo 15 mesi a Ramallah la famiglia si è trasferita nella Città Vecchia di Gerusalemme, ormai in mano giordana, per essere più vicina a Lifta.

“Nessuno ha il diritto di costruire un quartiere di lusso qui e di demolire le case dei nostri nonni e genitori, e i nostri ricordi. So che non potrò tornare a casa mia”, dice Odeh. “Ma lasciamo la situazione così com’è. Lifta non è stata distrutta durante la guerra. Non deve essere distrutta adesso”.

Improvvisamente ricorda una delle case della valle sotto di noi, dove la donna che ci viveva coltivava i fiori nel suo giardino. I bambini si intrufolavano in giardino e li raccoglievano. Una volta li ha scoperti. I bambini hanno affermato di essere venuti solo per annusare i fiori. Gli disse che se avessero raccolto i fiori sarebbero morti e non sarebbero più stati in grado di annusarli. Da allora, dice Yacoub Odeh, non ha mai più raccolto un fiore in vita sua.

Gideon Levy è editorialista di Haaretz e membro del comitato editoriale del giornale. Levy è entrato in Haaretz nel 1982 e ha trascorso quattro anni come vicedirettore del giornale. Ha ricevuto il premio giornalistico Euro-Med per il 2008; il premio libertà di Lipsia nel 2001; il premio dell’Unione dei giornalisti israeliani nel 1997; e il premio dell’Associazione dei Diritti Umani in Israele per il 1996. Il suo nuovo libro, La punizione di Gaza, è stato pubblicato da Verso.
Alex Levac è diventato fotografo esclusivo per il quotidiano Hadashot nel 1983 e dal 1993 è fotografo esclusivo per il quotidiano israeliano Haaretz. Nel 1984, una fotografia scattata durante il dirottamento di un autobus di Tel Aviv smentì il resoconto ufficiale degli eventi e portò a uno scandalo di lunga data noto come affare Kav 300. Levac ha partecipato a numerose mostre, tra cui indiani amazzonici, tenutesi presso l’Università della California, Berkeley; la Biennale israeliana di fotografia Ein Harod; e il Museo di Israele a Gerusalemme. Ha pubblicato cinque libri.
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