GIDEON LEVY // ISRAELE LI CHIAMA “CLANDESTINI” NELLA LORO TERRA (2 articoli)

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tratto da: Beniamino Benjio Rocchetto

giovedì 26 novembre 2020  22:01

Palestinians passing through from the West Bank to work in Israel, through a breach in the separation fence. Illustration. Credit: Meged Gozani

Di Gideon Levy – 25 novembre 2020

https://archive.is/5oMqD

La disumanizzazione inizia con la cieca adozione dei concetti dettati dall’istituzione della difesa: “Shabahim”, ad esempio, un acronimo adottato dall’esercito per definire i “transienti clandestini” e usato solo per i palestinesi della Striscia di Gaza e della Cisgiordania che entrano e restano in Israele per ore o giorni, senza permesso. È così che decine di migliaia di lavoratori a giornata, le persone che costruiscono le nostre case e le nostre strade, diventano dei subumani soggetti ad ogni abuso.

Proprio come il termine “detenzione amministrativa” permette la detenzioni senza processo; proprio come il “disturbo della quiete pubblica” giustifica la dispersione violenta delle manifestazioni usando una forza che a volte diventa letale, come nella peggiore dittatura; così come la parola “organizzazione terroristica” può essere una copertura per delegittimare qualsiasi partito politico, come nel peggior regime totalitario, così Shabahim è stato coniato per consentire la persecuzione di chiunque definito come tale.

Lo Shabahim è un “clandestino” nella sua stessa terra, da cui sono stati espulsi i suoi antenati. La legge è la legge del conquistatore, dell’occupante; questa legge illegale che segrega e discrimina, stabilendo che solo i coloni israeliani possano muoversi liberamente. I negazionisti israeliani dell’apartheid lo nascondono. Ma la verità è che gli unici shabahim sono i coloni. Sono clandestini in una terra non loro. Il glossario israeliano dei termini lo nega.

L’inquietante storia di Haim Rivlin su “Hamakor” di Canale 13 questa settimana, su cinque agenti della polizia di frontiera che hanno “braccato” e abusato di uno Shabahim nella foresta di Meitar, nel Negev settentrionale, è stato un evento raro e importante nei media israeliani, che nascondono sistematicamente l’occupazione e i suoi crimini agli utenti che non vogliono vederli. Ma anche questo servizio non si allontanava molto dall’ambito della faziosità mediatica: si è concentrato su come gli agenti di polizia hanno derubato le loro vittime, oltre ad abusarne fisicamente. E il furto è la ragione per cui sono stati incriminati, a differenza di coloro che abusano costantemente degli shabahim, ma non vengono mai perseguiti. Qualsiasi tipo di violenza può essere giustificata come parte del culto della sicurezza, ma non la rapina. “Hamakor” si è concentrato sulla rapina, come se quella fosse la parte peggiore, mentre rivelava anche il volto del male nell’abuso, nell’umiliazione e nel sadismo degli aggressori.

Circa tre mesi fa, il fotografo Alex Levac e io abbiamo incontrato Majdi Ikhtat, la vittima del trattamento disumano. È apparso anche nel servizio sulla storia di Haim Rivlin, con la faccia sanguinante mentre gli veniva ordinato di spogliarsi davanti a un agente donna della polizia di frontiera, che ha allegramente filmato la “procedura” con un cellulare e non è stata incriminata. Incontriamo lo shabahim il cui abuso, ma non rapina, Dio non voglia, Israele sanzioni: 32 anni, padre di tre figli, laureato in letteratura araba all’Università Pubblica di Hebron e un permesso per lavorare come operaio edile in Israele, nel cantiere della città di Be’er Sheva. È stato braccato per essere fuggito attraverso le brecce nella recinzione di separazione che l’esercito israeliano ha deliberatamente lasciato aperte. Ogni mattina alle 3:30 lasciava la sua casa nelle colline a Sud di Hebron, tornando dopo il tramonto. L’unico modo in cui può mantenere la sua famiglia è attraverso questo duro e umiliante lavoro in Israele.

I poliziotti di frontiera lo hanno picchiato con mazze e tirapugni. Ha dato un contributo allo Stato di Israele maggiore del loro. Lo sta costruendo, come membro dell’ esercito di lavoratori palestinesi, che ha sostituito l’esercito di lavoratori israeliani, svolgendo un lavoro un tempo considerato pionieristico e molto apprezzato. Dopo che la polizia di frontiera lo ha picchiato, il suo permesso di lavoro israeliano è stato revocato. Questo è il normale trattamento riservato alle vittime di violenza istituzionale, per evitare che tentino di vendicarsi.

Ikhtat non si è ripreso dal trauma. È giovane, senza presente e senza passato. Vive non lontano da casa mia, che è stata costruita da alcuni dei suoi amici, uno delle decine di migliaia di palestinesi che costruiscono il nostro paese per noi. Sono invisibili, nessuno è più invisibile di loro. Ci sono pochissimi cantieri in Israele senza lavoratori palestinesi, alcuni dei quali shabahim. Ci sono pochissimi shabahim coinvolti nel terrorismo negli ultimi anni. Ma vengono cacciati e maltrattati invece di essere onorati per aver fatto il lavoro sporco che nessun israeliano è disposto a fare. E a volte vengono persino derubati dai loro aggressori. E solo in questo caso, siamo veramente scioccati.

Gideon Levy è editorialista di Haaretz e membro del comitato editoriale del giornale. Levy è entrato in Haaretz nel 1982 e ha trascorso quattro anni come vicedirettore del giornale. Ha ricevuto il premio giornalistico Euro-Med per il 2008; il premio libertà di Lipsia nel 2001; il premio dell’Unione dei giornalisti israeliani nel 1997; e il premio dell’Associazione dei Diritti Umani in Israele per il 1996. Il suo nuovo libro, La punizione di Gaza, è stato appena pubblicato da Verso.
Traduzione: Beniamino Rocchetto
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I VARCHI NELLA RECINZIONE DI SICUREZZA DI ISRAELE NON SONO UN SEGRETO. ALLORA PERCHÉ LE TRUPPE ISRAELIANE CONTINUANO A TENDERE IMBOSCATE AI LAVORATORI PALESTINESI CHE LA ATTRAVERSANO

Ogni giorno migliaia di lavoratori palestinesi entrano in Israele attraverso le aperture nella barriera di sicurezza, tra Jenin e Qalqilyah. A volte, tuttavia, l’esercito gli tende degli agguati, sparandogli alle gambe.

Di Gideon Levy e Alex Levac – 18 Giugno 2020

📁 https://archive.is/tpMtJ

✒️S.A. ha una tessera dell’autobus Rav-Kav (prepagata) israeliana nel portafoglio. Ogni giorno viaggia dalla sua casa nella città Cisgiordana di Tul Karm al suo posto di lavoro nelle costruzioni a Netanya; è specializzato nella rimozione dei chiodi dalle assi. La giornata lavorativa di S.A. è breve, circa tre ore, per le quali ottiene 150 shekel (38€). Il suo tragitto inizia solitamente in tarda mattinata, quando prende un taxi condiviso da Tul Karm a Faroun. Nella periferia occidentale del villaggio di Faroun, appena a sud della sua città, attraversa la barriera di separazione, entra nella città di Taibeh sul lato israeliano e cammina verso la Porta di Efraim, il valico di frontiera ufficiale. Da lì prende un autobus per Netanya. Una convalida della tessera elettronica dell’autobus lo porta al suo lavoro nella città di mare.

La routine quotidiana seguita da S.A. sembrerebbe normale, se non fosse per il fatto che non ha un permesso di ingresso formale per Israele. A 65 anni, ormai non più giovane, indossa una maglietta grigia decorata con la scritta “Corri come una furia”. Questa settimana, tuttavia, lo abbiamo visto camminare lentamente.

Camminava verso la recinzione di separazione di Faroun, tenendosi a un tubo mentre scendeva, per poi risalire, da un fossato di sicurezza, attraversando un sentiero sterrato e un grande varco nella barriera che sembrava un cancello, e poi oltre la strada dileguandosi tra le case di Taibeh.

S.A. ha sei figli e molti nipoti ed è l’unico sostentamento della sua famiglia. Non ha paura? Sorride indicando il cielo. “Vogliamo vivere”, dice prima di salutarci e scendere nel fossato. “Vogliamo vivere” è ciò che ci hanno detto quasi tutti quelli che sono passati attraverso il varco nella recinzione.

Una giovane coppia scende da un taxi giallo; lei è incinta, l’uomo la sorregge. Lei è originaria di Tul Karm, lui di Taibeh, dove ora vivono. Stanno tornando da una visita ai genitori di lei, a Tul Karm. Nessuno controlla le persone all’ingresso di Tul Karm, ma quando si esce, al ritorno a casa a Taibeh, c’è il pericolo che la donna, che non ha un permesso d’ingresso israeliano, venga trattenuta. È così che la coppia è costretta a tornare a casa attraverso una breccia nella barriera, tenendosi per mano affettuosamente.

Un incendio boschivo sul bordo occidentale di Faroun ha bruciato e annerito la terra, aggiungendo un’altra dimensione all’aura di abbandono, in questa stretta striscia di terra tra il villaggio e la recinzione.

Nelle vicinanze ci sono due auto rottamate; due bancarelle di cibo improvvisato, una che vende succo di frutta appena spremuto e l’altra panini, entrambe chiuse quel giorno; una piccola coltivazione di melanzane, recintata su tutti i lati, tra immondizia e desolazione. Le rovine di sei case che Israele ha demolito nel 2006 perché troppo vicine alla recinzione, sono ancora visibili, come un monumento all’ingiustizia.

Nel varco dal lato occidentale della recinzione a Faroun, le case di Taibeh sono così vicine che puoi quasi raggiungerle e toccarle. A poche centinaia di metri a nord c’è il terminal di Sha’ar Ephraim e al di là di esso, a ovest, luccica la pianura costiera di Israele.

Un giovane che trasporta un pesante borsone, per quello che potrebbe essere un lungo soggiorno, scende da una malridotta Subaru blu, si guarda intorno per assicurarsi che non ci siano soldati in agguato e corre verso il varco nella recinzione. Alcuni fanno la traversata con calma, altri velocemente. È da circa un mese che i soldati non tendono imboscate sparando, ma non si sa mai.

Vedremo la Subaru blu ancora un paio di volte durante il giorno, scaricando passeggeri e la ripartendo immediatamente. Il suo proprietario si guadagna da vivere grazie al valico di frontiera improvvisato, 20 shekel (5€) per il viaggio da Tul Karm, senza garanzie che i soldati non siano in agguato nelle vicinanze.

Ogni giorno circa 500 palestinesi attraversano la recinzione in questa zona dirigendosi verso Israele, dice l’autista della Subaru. L’ora di punta qui è tra le 4 e le 5 del mattino.

Abdulkarim Sadi, un ricercatore locale sul campo dell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem [1], stima che ci siano circa 300 violazioni nella barriera di sicurezza tra la regione di Jenin nel nord e Qalqilyah. Tutti lo sanno, tutti sono d’accordo, nessuno parla.

“Qui è come una stazione”, afferma una delle persone che aiuta i lavoratori ad introdursi illegalmente attraverso la recinzione. I palestinesi hanno imparato a convivere con la paura e l’umiliazione provocate da questo gioco del gatto col topo. È il male minore. Infatti, alcune persone che hanno un permesso di ingresso in Israele preferiscono attraversare qui invece che al checkpoint, per risparmiarsi l’umiliazione ancora maggiore di essere interrogati e perquisiti.

Una coppia con la loro figlia arriva alla recinzione, accompagnata da un altro trasportatore di clandestini. Attraversano sfidando la paura, tenendo la bambina in modo che non cada sul sentiero sterrato. Il padre viene da Taibeh, la madre è originaria di Tul Karm, e stanno tornando da una visita ai nonni in quella città della Cisgiordania. Non c’è più un piano ufficiale di ricongiungimento familiare per i palestinesi, solo per gli ebrei. La donna non può ottenere il permesso di vivere con il marito israeliano nella sua città, quindi è lì illegalmente, e la famiglia è lacerata, come molte altre famiglie palestinesi.

Non lontano, sulla strada 444, decine di migliaia di israeliani viaggiano senza ostacoli da e verso gli insediamenti, loro sono liberi dì spostarsi come vogliono, ma, naturalmente, non si dovrebbe chiamarlo apartheid.

Un gruppo di bambini sta aspettando all’ombra degli alberi. L’Autorità Palestinese non ha riaperto le scuole dall’inizio dell’epidemia di coronavirus e questi bambini, altrimenti inattivi, stanno entrando in Israele per contribuire al sostentamento delle loro famiglie. Poco dopo li vedremo dall’altra parte, in Israele, fermi all’incrocio di Taibeh, chiedendo l’elemosina o vendendo asciugamani di carta e accendini per pochi spiccioli. Nel frattempo, stanno aspettando che gli adulti attraversino l’apertura nella recinzione, quindi si affretteranno ad attraversare anche loro.

Anche Amir Yusuf aveva voluto attraversare la barriera, il 7 maggio. Ha 15 anni, frequenta la terza media, e non è mai entrato di nascosto in Israele. Non sapeva che proprio quella settimana le forze di occupazione israeliane avevano cominciato a sparare alle persone che tentavano di passare.

Incontriamo Amir nella casa dei parenti nel centro di Qalqilyah, dove è venuto con sua madre per partecipare alla festa di fidanzamento di un cugino. Era un altro cugino, Laith, 17 anni, che persuase Amir ad unirsi a lui per un giorno di lavoro in Israele, e fare abbastanza soldi per comprare vestiti per Eid al-Fitr, il festival che segna la conclusione del Ramadan. Laith gli promise che gli avrebbe trovato un lavoro nel mercato diurno di Taibeh.

I cugini lasciarono le loro case adiacenti a Faroun verso le 6:30 del mattino. Quel giorno Laith aveva chiamato durante il pasto prima dell’alba e aveva convinto Amir ad andare con lui. La madre di Amir, Dalal, vide suo figlio già vestito alle 5:30 e chiese dove stesse andando; mentendo le disse che non si era tolto i vestiti la sera prima. Uscendo quando sua madre tornò a dormire.

Amir e Laith procedettero camminando fino alla recinzione, a pochi minuti di distanza. Ci sono un certo numero di varchi in quella zona, e ne hanno scelto uno in cui non c’erano altre persone. Dopo aver controllato che non ci fossero soldati, avanzarono verso la barriera.

Non erano ancora riusciti a passare quando una jeep militare è arrivata dal lato occidentale. Tre soldati scesero e spararono in aria per spaventarli. Amir era paralizzato dalla paura, ricorda ora. “È solo un bambino”, dice sua madre.

Laith riuscì a scappare verso il loro villaggio, ma Amir inciampò sul terreno roccioso cadendo sull’addome. I tre soldati lo accerchiarono, dice, uno gli diede un calcio alla gamba e un altro lo colpì alla spalla con il calcio del fucile. Credeva di svenire. I soldati poi permisero ad alcuni giovani di evacuarlo, probabilmente perché videro che Amir era molto giovane.

L’adolescente fu inizialmente portato a casa e da lì all’ospedale Thabet Thabet di Tul Karm, dove si è scoperto aveva delle emorragie interne e la milza danneggiata. È stato ricoverato in ospedale per 10 giorni, cinque dei quali in terapia intensiva. Ha ancora difficoltà a sollevare il braccio destro. Ci riproverà? “Anche quando sarò grande e anche se avrò un permesso, non andrò mai più in Israele”, afferma.

Fu durante la prima settimana di maggio che l’IDF decise di tendere un agguato ai lavoratori che cercavano di entrare in Israele attraverso Faroun, sparandogli alle gambe. Sadi, il ricercatore sul campo di B’Tselem, ha documentato otto casi di lavoratori colpiti e feriti come parte di quell’operazione, tutti nella stessa settimana.

Il giorno in cui Amir è stato ferito, ad esempio, i soldati hanno sparato a Ismail Aaniya, 40 anni, un appaltatore del campo profughi di Tul Karm, sposato con quattro figli. In realtà ha un permesso di ingresso in Israele, ma quella settimana il terminal di frontiera di Sha’ar Ephraim è stato aperto ai lavoratori solo per due giorni.

Per raggiungere il posto di lavoro a Lod, Aaniya ha lasciato la sua casa alle prime luci dell’alba, una volta arrivato a Faroun per attraversare la recinzione i soldati, che si nascondevano tra gli ulivi dall’altra parte, gli spararono alla gamba destra, fratturandola in diversi punti. Stavano per ammanettarlo, ma quando mostrò loro il permesso, chiamarono un’ambulanza israeliana, che gli forni i primi soccorsi per poi trasferirlo su un’ambulanza palestinese al checkpoint di Jabara. È ancora a casa con la gamba ingessata.

Il 3 maggio, le truppe spararono a Issam Hamad, un operaio di 31 anni del villaggio di Danaba. Ha un permesso per lavorare la sua terra dall’altra parte della barriera di sicurezza, ma i soldati erano in ritardo nell’aprire il cancello quel giorno, quindi entrò attraverso una delle aperture di Faroun, insieme a suo padre e suo fratello. Due soldati nascosti tra gli ulivi iniziarono a sparare, colpendolo alla gamba sinistra. Come nel caso di Amir, uno dei soldati gli diede il primo soccorso e chiamò un’ambulanza israeliana, che lo trasferì su un’ambulanza palestinese e da lì all’ospedale Thabet Thabet, apparentemente la procedura standard. Anche la sua gamba è ancora ingessata.

Il 9 maggio, nello stesso punto, i soldati hanno sparato ad Hasan Kuraan, un lavoratore di 59 anni del campo profughi di Al-Fara vicino a Nablus. Era lo stesso schema: i soldati spuntarono all’improvviso tra gli ulivi e gli spararono a una gamba, prima di chiamare un’ambulanza e lasciar andare Kuraan.

Anche tra ottobre e dicembre 2019, B’Tselem ha documentato 10 incidenti in cui i soldati hanno aperto il fuoco in questa zona, durante i quali 17 lavoratori palestinesi sono stati feriti. A gennaio abbiamo visitato il campo profughi di Tul Karm, dove abbiamo incontrato Abdullah Abu Tehaimer, che era stato costretto a letto per mesi, con una gamba frantumata dal fuoco dei soldati. Anche lui aveva cercato di arrivare in Israele per trovare lavoro.

Alla richiesta di un commento, l’Ufficio del Portavoce dell’IDF, questa settimana, ha rilasciato ad Haaretz la seguente dichiarazione: “L’esercito opera contro chiunque vandalizzi o interferisca con la recinzione di sicurezza. I soldati sono schierati nella zona come richiesto dalla situazione, e applicano una serie di misure, in linea con le regole di ingaggio, contro chiunque venga scoperto a danneggiare o vandalizzare il recinto. Danneggiare la recinzione e praticare aperture che consentano l’ingresso non regolamentato nel territorio israeliano costituisce un rischio per la sicurezza e una grave violazione della legge”.

Finita la documentazione lasciammo la zona della recinzione e il villaggio di Faroun, attraversammo il checkpoint in Israele e ci dirigemmo a ovest. Circa 20 minuti dopo, all’incrocio dell’entrata di Taibeh, abbiamo visto quasi tutti: la donna incinta e il suo compagno, la coppia con la figlia e il gruppo di bambini che camminavano lungo la strada per chiedere l’elemosina all’incrocio.

Gideon Levy è editorialista di Haaretz e membro del comitato editoriale del giornale. Levy è entrato in Haaretz nel 1982 e ha trascorso quattro anni come vicedirettore del giornale. Ha ricevuto il premio giornalistico Euro-Med per il 2008; il Lipsia Freedom Prize nel 2001; il premio dell’Unione dei giornalisti israeliani nel 1997; e il premio The Association of Human Rights in Israel per il 1996. Il suo nuovo libro, The Punishment of Gaza, è stato appena pubblicato da Verso.
Trad: Beniamino Rocchetto
Workers going through a breach in the fence to jobs in Israel. Some make the crossing calmly, others are anxious. Credit: Alex Levac
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