Gideon Levy : L’AREA POLITICA ANTI-NETANYAHU DESIDERA ARDENTEMENTE UN PAESE CHE NON E’ MAI STATO

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Sintesi personale

 

Molto prima degli attacchi di Netanyahu a Channel 12, quasi tutti i media israeliani erano al servizio del governo.

L’odio per Benjamin Netanyahu, che a volte è giustificabile e talvolta esagerato, evidenzia una tendenza provata e vera in Israele: il desiderio di ciò che era una volta e il desiderio di ciò che non è mai stato. Viviamo in un’epoca di competizione dove primeggia chi è più bravo a spaventare un pubblico descrivendo i disastri: uno stato governato dalla legge religiosa; la fine della democrazia; la fine dello stato; la fine del mondo.

Apocalisse ora e non c’è niente di più naturale che rendere affascinante il passato, glorificare ciò che non è mai stato. Israele il bello e il giusto prima che il mascalzone salisse al potere; la sua rovina dopo il suo regno di 13 anni.

La verità è che le cose andavano meglio prima di Netanyahu, ma non così bene come si dice. Oggi è peggio, ma non così male come suggeriscono i lamenti.

Israele ha sempre desiderato il suo passato e lo ha abbellito. Nel 1960, Hed Arzi Music pubblicò un doppio album, “Hayo Hayu Zmanim” (“Once Upon a Time: Israeli Hit Tunes of Yesteryear”), una registrazione dal vivo di un concerto tenuto al Mann Auditorium di Tel Aviv (ora Auditorium Bronfman). Dopo  soli 12 anni lo stato desiderava già il suo passato. Sono stati i primi dischi nella maggior parte delle case israeliane. Li abbiamo suonati dozzine di volte in una raffica prematura di nostalgia. È così che ci hanno insegnato a perdere le cose giuste e a non sapere il resto. Sessanta anni dopo  la canzone è la stessa: dicono che le cose erano felici qui prima che io nascessi, come ha scritto Yehonatan Geffen.

Oggi la nostalgia dell’inganno si concentra sulla democrazia esemplare, sui media liberi e sul glorioso secolarismo che qui prosperava una volta e non c’è più.

A causa di Netanyahu, ovviamente.  Nei primi 18 anni dello stato c’era un governo militare all’interno dei suoi confini sovrani, imposto a una parte dei suoi cittadini unicamente a causa della loro identità nazionale.

Democrazia? Nemmeno per scherzo.

La carriera di molte persone dipendeva dal fatto di essere in possesso di una tessera del partito, molto prima che la politicizzazione fosse un argomento di discussione.

Per anni la Corte Suprema, nella sua vigliaccheria, ha evitato di prendere una decisione decisiva sull’occupazione, molto prima del fatale ferimento dei guardiani. Gli arabi e la sinistra radicale erano soggetti a persecuzioni e sorveglianza che nessuno oserebbe condurre oggi. Allora Israele era uno stato dello Shin Bet, e le forze di difesa israeliane erano considerate molto più sacre di oggi.

Questo era molto prima di Netanyahu. Molto prima degli attacchi depravati del primo ministro su Channel.

La maggior parte dei giornali erano portavoce del Governo. Il Comitato dei redattori, un’istituzione antidemocratica per definizione, controllava le informazioni che venivano trasmesse al pubblico, in vergognosa collaborazione con le autorità e il Censore militare cancellava e sopprimeva molto più di quanto non faccia oggi.

La maggior parte del giornalismo serviva una sola narrazione, nazionalista e patriottica, molto più di oggi.

Il massacro di Kafr Qasem del 1956 e il terribile massacro di massa nel villaggio giordano di Qibya nel 1953 furono per giorni nascosti al pubblico, con la complicità sottomessa della presunta stampa libera.

Prima di Netanyahu.

Prima di Netanyahu non c’era secolarismo del tipo che oggi ha tanta paura di essere spazzato via.

Le scuole secolari della nostra infanzia erano molto più religiose di quelle odierne: versetti della Bibbia durante l’assemblea del mattino; kippot obbligatorio per i ragazzi di ogni classe della Bibbia e del Talmud; baciare la Bibbia se cadeva a terra,  la Torah in seconda elementare, il tutto in quel bastione del secolarismo, Tel Aviv.

La città fu sigillata dallo  Shabbat, molto più di quanto lo sia oggi. Film nello Shabbat? La drogheria d’angolo? Un centro commerciale? A malapena una farmacia ai margini della città. Molto prima della religione di oggi.

Netanyahu ha distrutto  e fatto  danni, ma non è stato  il primo.

 

The hatred for Benjamin Netanyahu, which is sometimes justifiable and sometimes overblown, revives a tried-and-true tendency in Israel, the longing for what used to be, and even more so, the longing for what never was. We are living in a time of a dystopian competition: Who is better at frightening an audience by describing the disasters outside Israel’s gate – a state governed by religious law; the end of democracy; the end of the state; the end of the world.Apocalypse now, and there’s nothing more natural than to glamorize the past, to miss what used to be, to glorify what never was. Israel the beautiful and the just, before the scoundrel came to power; its ruination after his reign of 13 years. The truth is that things were better before Netanyahu, but not as good as people say. It’s worse today, but not as bad as the laments suggest.

Israel has always longed for its past and embellished it. In 1960, Hed Arzi Music issued a double album, “Hayo Hayu Zmanim” (“Once Upon a Time: Israeli Hit Tunes of Yesteryear”), a live recording of a concert held at Tel Aviv’s Mann Auditorium (now the Bronfman Auditorium). At barely 12 years old, the state was already longing for its past. They were the first records in most Israeli homes. We played them dozens of times, in a premature, over-the-top bursts of nostalgia. It’s how we were taught to miss the right things and not to know the rest. Sixty years later and the song’s the

same: They say things were happy here before I was born, as Yehonatan Geffen wrote.

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Today the nostalgia of deceit focuses on the exemplary democracy, the free media and the glorious secularism that thrived here once and are no more. Because of Netanyahu, of course. In all of Israel’s 71 years, there was just one — the amazing 1966-67 — without military rule in some part of the territory under the state’s control. Can you believe it? In the first 18 years of the state there was military rule within its sovereign borders, imposed on part of its  citizens solely due to their national identity.

Democracy? Not even as a joke. Many people’s career depended on their being in possession of a party membership card, long before politicization was a topic of discussion. For years the Supreme Court, in its cowardice, evaded making a decisive ruling on the occupation, long before the fatal wounding of the gatekeepers. Arabs and radical leftists were subject to persecution and surveillance that no one would dare to conduct today. Israel was much more of a Shin Bet security service state then, and the Israel Defense Forces were considered much more sacred.

That was long before Netanyahu. Long before the prime minister’s depraved attacks on Channel 12, there were media outlets here that could not by any stretch of the imagination be called free. Most of the newspapers were party mouthpieces. The Editors’ Committee, an anti-democratic institution by definition, controlled the information that was transmitted to the public, in shameful cooperation with the authorities, and the Military Censor deleted and suppressed much more than it does today.Nearly all of Israel’s media was in service to the government, the director general of the Prime Minister’s Office served as the editor in chief of public radio — the only radio there was. Most journalism served a single narrative, nationalist and patriotic, even more than today. The 1956 Kafr Qasem massacre and the terrible mass slaughter in the Jordanian village of Qibya in 1953 were concealed from the public for days, with the submissive complicity of the supposedly free press. Before Netanyahu.

Before Netanyahu there was no secularism of the type that today is so afraid of being wiped out. The secular schools of our childhood were much more religious than today’s. Bible verses at the morning assembly; mandatory kippot for boys in every Bible and Talmud class; kissing the Bible if it fell on the floor, heaven forbid; and the “holiday of receiving the book,” that is, the Torah, in second grade — all in that bastion of secularism, Tel Aviv.The city was sealed shut on Shabbat, much more than it is today. Movies on Shabbat? The corner grocery? A shopping mall? Barely one on-call pharmacy at the edge of town. Long before today’s religionization.

Long before religionization and the destruction of democracy it might have been happier here, but not the way people describe it. Netanyahu destroyed and did damage, but he wasn’t the first.

 

 

 

Gideon Levy : L’AREA POLITICA ANTI-NETANYAHU DESIDERA ARDENTEMENTE UN PAESE CHE NON E’ MAI STATO

https://frammentivocalimo.blogspot.com/2019/09/gideon-levy-il-campo-anti-netanyahu.html

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