Gideon Levy / L’ESPANSIONE DEI CONFINI DELLA SOVRANITA’ EBRAICA: UNA BREVE STORIA DEGLI INSEDIAMENTI ISRAELIANI

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15/01/2019

Un nuovo inquietante tour di “Breaking the Silence” si concentra sulla storia dell’occupazione. Ogni Israeliano e ogni visitatore interessato a ciò che sta accadendo qui dovrebbe prenderne parte.

Gideon Levy e Alex Levac – 12 gennaio 2019

Foto di copertina: case mobili sulla strada per Beit El, in Cisgiordania. Alex Levac

Alla fine della giornata, ci siamo fermati sopra il fossato che contiene la strada destinata ai Palestinesi che vogliono viaggiare da un’enclave di tre villaggi della West Bank – Biddu, Beit Surik e Qatannah – a Ramallah. Sopra quella strada, i veicoli israeliani sfrecciavano dolcemente lungo la Highway 443, la principale strada verso la capitale, senza che i conducenti vedessero la strada di segregazione sottostante, circondata da recinzioni di ferro e da filo spinato. Gli Israeliani sopra, sulla superstrada,  i Palestinesi sotto, sulla via sotterranea: un’immagine che vale più di mille parole. Israele definisce queste vie di separazione “strade sterrate”. Sembrano termini innocui, ma in realtà queste strade secondarie sono solo un altro mostruoso prodotto del sistema dell’apartheid.

A poche centinaia di metri di distanza, nell’insediamento di  Givon Hahadasha (New Givon) – e così come lo stesso insediamento chiusa su tutti i lati da recinzioni di ferro e filo spinato,  con telecamere elettroniche e un cancello elettrico – c’è la casa della famiglia Agrayeb. Qui l’occupazione incombe nella sua forma più grottesca: una famiglia palestinese  divisa dal suo villaggio (Beit Ijza) nella quasi-prigione dell’enclave e lasciata  a vivere in questa casa – gabbia nel cuore di un insediamento, una situazione che l’Alta Corte di Giustizia della sola democrazia della regione ha definito un “danno proporzionale accettabile”. Alla conclusione di questo tour istruttivo, il tunnel e la gabbia, la Highway 443 e la New Givon, il “danno proporzionale” e le “strade separate”, tutto ciò suscita pensieri tristi e assolutamente deprimenti qui, nel regno dell’apartheid. Pensieri, nati nel tardo pomeriggio di una fredda e burrascosa giornata invernale, che ci perseguitano a lungo.

Da quando l’organizzazione anti-occupazione “Breaking the Silence” è stata fondata, nel 2004, ha condotto centinaia di viaggi di studio a Hebron e nelle colline a sud di Hebron, viaggi a cui hanno preso parte decine di migliaia di Israeliani e non solo. I tour, che attirano circa 5.000 partecipanti all’anno, intendono suscitare emozioni forti, e nessuno ritorna indifferente dalla visita agli spettrali quartieri  di Hebron da cui la popolazione è stata cacciata o dalla zona delle grotte nelle colline a sud di Hebron i cui abitanti sono stati espropriati. Ora l’ONG sta lanciando un nuovo tour, analitico e dettagliato, della Cisgiordania centrale, che si concentra sulla storia dell’occupazione dal suo inizio fino ai nostri giorni.

Yehuda Shaul, 36 anni, uno dei fondatori di “Breaking the Silence”, ex Haredi ed ex soldato, ha lavorato per circa un anno e mezzo alla pianificazione del tour, scrivendo i testi e preparando le mappe, attingendo da circa 40 libri sugli insediamenti e da altri materiali trovati mentre cercava negli archivi. Shaul è una guida superba lungo i sentieri dell’occupazione – professionale e competente e scevra da slogan. È impegnato e determinato, legato ai fatti, e si esprime molto bene sia in ebraico che in inglese. Il suo tour è attualmente nella fase pilota, mentre il lancio ufficiale avverrà tra qualche mese.

Una giornata nel sottodistretto di Ramallah, dall’insediamento Haredi di Modi’in Ilit alla casa della giovane attivista palestinese Ahed Tamimi nel villaggio di Nabi Saleh, dalla regione del Piano Allon allo schema generale della politica nei Territori – durante questo viaggio di sette ore, emerge un quadro evidente: gli obiettivi dell’occupazione sono stati determinati subito dopo la guerra del 1967. Da allora ogni governo israeliano, senza eccezione, ha lavorato per realizzarli. L’obiettivo: impedire la creazione di qualsiasi entità palestinese tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo,  incidendo la Cisgiordania e frantumandola in frammenti di territorio. I metodi sono cambiati, ma l’obiettivo è rimasto invariato: l’eterno dominio israeliano.

Questo obiettivo non è stato attuato solo dagli zeloti di destra, ma dalle stesse istituzioni israeliane, dalle sue agenzie governative, con il sostegno della magistratura e dei media. Verso la strada di un milione di coloni, il primo milione – tutti i mezzi sono leciti. Ora, mentre questo risultato si avvicina, l’obiettivo centrale è lo sviluppo delle infrastrutture. Le strade separate, ingannevoli con le loro tangenziali, i tunnel e gli interscambi, sono tutte opere ancor più pericolose di un’altra ondata di coloni. Permettono ad ogni colono di vivere in relativa sicurezza, di non vedere i Palestinesi e di non sentire parlare della loro esistenza, di vivere a buon mercato e di andare a lavorare velocemente in Israele. Questo è il segreto che ha permesso a 650.000 Israeliani di violare la legge e le norme di giustizia internazionali, di vivere nelle aree occupate e di sentirsi bene con se stessi. Le poche ossa che l’occupante getta occasionalmente agli occupati permettono che la vita sotto lo stivale dell’oppressore continui senza una resistenza eccessiva.

Nulla è stato lasciato al caso nella creazione degli insediamenti e nella loro distribuzione geografica. Le mappe raccontano la storia. Tutte le città palestinesi della West Bank, ad eccezione di Jenin, sono circondate da ogni parte da insediamenti. Tutto è stato meticolosamente pianificato. Un progetto che iniziò con il ritorno di una manciata di fanatici a Hebron e all’Etzion Bloc  e con l’occupazione della “Casa dei Sette” nel quartiere di Gerusalemme Est di Beit Hanina e che fu rapidamente accelerato secondo la vecchia idea sionista per la quale “L’insediamento ebraico determina i confini della sovranità ebraica”.

Gerusalemme Est fu annessa immediatamente dopo la Guerra dei Sei Giorni, insieme a 28 località palestinesi adiacenti, e immediatamente fu dato il via agli insediamenti per assicurare la continuità territoriale all’enclave del Monte Scopus (cioè i quattro quartieri ebraici “a cerniera” confinanti – Ma’alot Dafna, Ramat Eshkol, Givat Hamivtar e French Hill) e per espandere la giurisdizione della città (i “quartieri satellite” periferici). Quando Gerusalemme iniziò ad essere citata come la capitale della Palestina, nuovi quartieri ebraici furono costruiti con lo scopo di separare la città dalla Cisgiordania.

Sebbene non sia mai stato adottato ufficialmente, il Piano Allon, redatto nel 1967 da Yigal Allon – una figura iconica della Guerra d’Indipendenza e in seguito un politico di primo piano – è stato in larga misura implementato. Il suo scopo: isolare la West Bank dalla Giordania attraverso due strade, la Strada della Valle del Giordano e quella che è conosciuta come la Strada di Allon, e stabilire insediamenti e campi di addestramento dell’esercito lungo entrambe le autostrade.

Nel 1973, dopo la guerra dello Yom Kippur, quando tra i leader del movimento laburista, i padri fondatori, cominciarono a sorgere dei dubbi riguardo il progetto degli insediamenti – fu fondato il movimento messianico Gush Emunim. Dopo aver riempito di coloni Hebron e Gerusalemme, i suoi membri rivolsero la loro attenzione alla regione di Nablus. Nel 1975, l’allora Ministro della Difesa Shimon Peres favorì, con mezzi piuttosto ambigui, l’insediamento di Ofra, e ben presto  tutti gli altri insediamenti ne seguirono la scia.

Nel 1977 il Likud arrivò al potere e Ariel Sharon fu nominato Ministro dell’Agricoltura. Ora l’obiettivo era quello di cancellare la linea verde ad ovest e creare corridoi che corressero da ovest a est attraverso la West Bank, al fine di frammentarla. Di nuovo, queste non erano le idee di selvaggi fanatici, ma politiche coerenti e pianificate dai governi israeliani per perpetuare il controllo di Israele in tutti i Territori Occupati e per prevenire l’indipendenza palestinese ancor prima che l’opzione della soluzione dei due Stati fosse proposta.

Come  fu acquisita la terra necessaria? In un certo numero di modi, tutti subdoli. Si cominciò con le basi militari giordane abbandonate, seguite da espropriazioni “per scopi pubblici”, principalmente a Gerusalemme Est e nella zona di Ma’aleh Adumim a est di Gerusalemme. Poi venne il “sequestro per scopi militari”, con lo Stato che ingannava ripetutamente la magistratura sostenendo che gli insediamenti rispondevano ad esigenze di sicurezza e con i tribunali che accettavano l’inganno, finché la sentenza dell’Alta Corte di Giustizia del 1979 sull’insediamento di  Elon Moreh pose fine al gioco.

Lo Stato non ebbe altra scelta che inventare un nuovo trucco: la dichiarazione di “terre di Stato”, la nuova cornucopia dei coloni. Un altro espediente politico si basava su una vecchia legge ottomana secondo la quale la terra incolta poteva essere confiscata. Non a caso la maggior parte degli insediamenti odierni è arroccata in cima alle montagne e alle colline della West Bank: la terra è rocciosa, più difficile da lavorare, più facile da saccheggiare.

Gli accordi di Oslo combaciarono perfettamente con un piano generale volto a frammentare la Cisgiordania nei Bantustan. Circa l’82% dei Territori Occupati rimase sotto il controllo delle Forze di Difesa Israeliane, ma sulla scia dell’intifada, ci fu un’altra novità: la costruzione delle cosiddette tangenziali, l’ultima  innovazione dell’occupazione. Secondo Yehuda Shaul di “Breaking the Silence”, questo è lo sviluppo più importante da Oslo ad oggi. La lotta si spostò quindi dagli insediamenti alle infrastrutture. Il ragionamento era che i coloni non dovessero viaggiare su strade ostili e pericolose. Avevano bisogno di una soluzione migliore per evitare di dover viaggiare verso casa attraverso campi profughi palestinesi come Deheishe e Aida. E con nuove strade, negli anni a venire sarebbe stato anche possibile triplicare il numero di coloni.

 

Il nuovo tour di Breaking the Silence guidato da Yehuda Shaul (Alex Levac)

Ci fermiamo a Wadi Haramiya, dove la vecchia Highway 60 si fonde con la nuova Highway 60, che costeggia Ramallah. Ci sono dozzine di tangenziali simili, che hanno trasformato la vita dei coloni e hanno permesso di triplicare il loro numero fino agli attuali 650.000, inclusa Gerusalemme Est. Un cartello lungo la strada ci invita a sostare a “Merlot, ristorante e caffè a Shiloh”, un insediamento di vecchia  data. La strada che vi arriva non passa più attraverso Sinjil, un’antica città palestinese. “Questo è vivere“, recita l’iscrizione su di un veicolo che distribuisce birre Corona e che forse sta andando proprio al Merlot.

Gli avamposti dei coloni hanno cominciato a germogliare alla fine degli anni ’90. Da una collina torreggiante coronata da antenne, dove un vento brutalmente freddo ci frusta, osserviamo la “Terra degli Avamposti” che circonda Shiloh. Persino per chi conosce i Territori, la scena è incredibile ed è più persuasiva di mille articoli. Hakaron, Pilgei Mayim, Hayuval, Ofarim, Eish Kadosh, Adei Ad, Haroeh, Kida – nomi per nulla fugaci, di luoghi che non sono affatto temporanei. Tra Eli e Shiloh, vi sono case mobili sparpagliate ovunque, non c’è una collina senza un avamposto “illegale”, e gran parte della valle ne è anch’essa disseminata.

Una linea continua di abitazioni, dall’insediamento urbano di Ariel a questa serie di avamposti, è destinata a frammentare la Cisgiordania anche qui. L’obiettivo è lo stesso: impedire l’insediamento di un’entità non israeliana. Abortire il nascituro – la soluzione dei due Stati – di cui Israele e il mondo hanno parlato per decenni. Dalla collina di antenne su cui Shaul ci ha trascinato nel vento gelido, l’immagine è chiara e nitida. Con gli stessi mezzi – tramite gli avamposti e i loro tirannici abitanti – ai Palestinesi viene impedito di raggiungere le loro terre e di lavorarle, facilitando ulteriormente la loro espropriazione. La “Legge di Regolarizzazione”, l’ultima invenzione dell’occupazione, legalizzerà anche gli avamposti.

La casa della famiglia Tamimi, a Nabi Saleh. Ahed, 18 anni, che a mezzogiorno si è appena svegliata dal suo sonno giovanile, si unisce a noi a piedi scalzi e sbadigliando. Ha completato gli esami di immatricolazione e ora grazie a una borsa di studio sta progettando di trascorrere qualche mese a Londra, con suo padre Bassem, per imparare l’inglese. Sono passati sei mesi dalla sua scarcerazione, dopo averne scontati otto per aver aggredito un soldato, ed è un po’ stanca della sua fama mondiale. Anche il suo villaggio è un po’ stanco di lottare. Le manifestazioni del venerdì si sono interrotte da quando i soldati delle Forze di Difesa Israeliane hanno iniziato a sparare ai dimostranti alle gambe con munizioni vere e i leader della protesta stanno cercando ora altre modalità.

La resistenza non ne deve soffrire”, ci dice Bassem nel salotto della casa ristrutturata, minacciata da un ordine di demolizione israeliano. Ha rifatto l’abitazione mentre sua moglie  Nariman e sua figlia Ahed erano in prigione, dice, per dimostrare che la vita continuava come al solito, nonostante tutto. Suo figlio, Waad, è ancora in prigione. Parte del loro villaggio si trova nella zona B (controllo civile palestinese e controllo congiunto di sicurezza israelo-palestinese) e parte nell’area C (controllo civile e di sicurezza israeliano). C’è una casa divisa tra le due zone determinate da Oslo.

Ahed era pericolosa per Israele non perché rappresentasse un pericolo per lo Stato, ma perché rappresentava un pericolo per l’occupazione, spiega Shaul; l’occupazione non può tollerare i Palestinesi indomabili. Il suo tour includerà una sosta in questa impressionante casa simbolo di lotta.

Un cancello di ferro giallo chiude uno degli ingressi di Nabi Saleh, come in molti altri villaggi. Anche questa è una politica calcolata: bloccare e chiudere, lasciare solo un cancello aperto, un “percorso obbligato”, nel gergo dell’occupazione. L’infrastruttura per il blocco è sul posto: un villaggio può essere isolato in pochi minuti, senza nessuno in grado di entrare o uscire. Anche il minaccioso effetto psicologico è chiaro.

A pochi minuti di distanza si trova il più grande degli insediamenti, Modi’in Ilit, con 65.000 residenti ultraortodossi – un altro sviluppo impressionante nella storia degli insediamenti. Da quando gli Haredim hanno iniziato a trasferirsi nei Territori, a metà degli anni ’80, la popolazione dei coloni è aumentata di decine di migliaia. La metà dell’aumento del numero di coloni dagli anni degli accordi di Oslo è dovuta all’afflusso di Haredim. Il 20 percento di tutti i coloni ora vive in due insediamenti Haredi, Betar Illit e Modi’in Ilit. Entrambi sono vicini alla Green Line, quasi periferie delle grandi città ultra-ortodosse di Gerusalemme e di Bnei Brak, una soluzione alla crisi abitativa di quelle persone che per anni si erano allontanato dalle tendenze nazionaliste e di destra. Adesso ci sono anche loro. Da allora e apparentemente per sempre.

Ogni Israeliano e ogni visitatore interessato a ciò che sta accadendo qui dovrebbe partecipare a questo tour.

 

Trad: Grazia Parolari “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù” – Invictapalestina.org

Fonte: https://www.haaretz.com/israel-news/.premium-expanding-the-limits-of-jewish-sovereignty-a-brief-history-of-israeli-settlements-1.6829158?fbclid=IwAR1F87QxSm43n5rZ8GPLqugzTzZOPFPkcpCmtZEI5_hTwmpsokvhn8GUtqk

 

L’ espansione dei confini della sovranità ebraica: una breve storia degli insediamenti israeliani.

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