Gideon Levy : Se solo Israele fosse il Sud Africa

SABATO 8 SETTEMBRE 2012

di Gideon Levy – Haaretz, 2 settembre 2012

Quand’è stata l’ultima volta che avete pianto durante un film? A me è successo due giorni fa: per tre volte mi sono scese le lacrime durante un film, evento non trascurabile.

La prima volta è successo durante un film alla Tel Aviv Cinematheque quando sullo schermo è apparso Adriaan Vlok, ex minitro della giustizia e dell’ordine durante il regime di apartheid in Sud Africa, inginocchiato per lavare i piedi di Maria Ntuli. I suoi avevano avvelenato il figlio adolescente di Maria Ntuli, per poi farlo saltare in aria insieme ad altri nove giovani nella sua macchina, e lui, un personaggio tra i più vituperati e evidentemente crudeli dell’epoca dell’Apartheid, oggi passa le giornate distribuendo cibo alle famiglie delle sue vittime. Quando Vlok è entrato in casa Ntuli, lei lo ha riconosciuto e ne è rimasta sconvolta; più tardi, lui le ha lavato i piedi in un rituale cristiano e umanitario che non avrebbe potuto lasciare nessuno indifferente.

La seconda volta che mi sono sgorgate le lascrime è stato quando uno dei leader dell’opposizione violenta all’apartheid, Rashid Ishmail Abu Bakar, è scoppiato a piangere amaramente quando ha sentito la storia della sua interlocutrice israeliana, Robi Damelin, il cui figlio soldato David fu ucciso durante la seconda Intifada, e oggi è un attivista di Parents Circle, associazione di famiglie israeliane e palestinesi colpite da lutti.

La terza volta che i miei occhi si sono inumiditi è stata quando Desmond Tutu inizia a piangere mentre dice a Robi Damelin che arriverà il giorno in cui una Commissione Verità e Riconcilizione verrà costituita in Israele e Palestina, come nel suo Paese.

Guardare il documentario di Miri e Erez Laufer “One day after Peace – Un giorno dopo la Pace”, sul viaggio di Robi Damelin nel suo luogo di nascita, il Sud Africa, non è solo commuovente; il documentario provoca anche una triste riflessione sull’abisso che c’è tra Israele e il Sud Africa.

Immaginate Ehud Barak in ginocchio un giorno nel campo profughi di Jenin mentre lava i piedi di un padre palestinese in lutto; provate a immaginare Shaul Mofaz che distribuisce cibo nel campo profughi di Deheisheh, o Moshe Ya’alon mentre fa lo stesso a Nuseirat, campo profughi nella Striscia di Gaza.

Dopo il sogno estivo ad occhi aperti della scorsa settimana, nel quale Israele permetteva a orde di Palestinesi di venire in spiaggia a Tel Aviv, la fantasticheria di stabilire una commissione per la verità e la riconciliazione qui sembra più lontana che mai, anche se, allo stesso tempo, stuzzica l’immaginazione.

Quando paragoniamo somiglianze e differenze tra il regime di occupazione nei territori e il regime di apartheid sudafricano, bisogna includere anche le conclusioni: lì è finita bene, mentre qui la fine sembra lontanissima.

Per arrivare alla riconciliazione, Damelin, una donna nobile e coraggiosa, è pronta ad accettare il rilascio di Ta’er Hamad, il cecchino che le ha ammazzato il figlio e altri nove israeliani al posto di blocco in Cisgiordania, nonostante lui le abbia risposto con una lettera al vetriolo dal carcere. Ma qui si può ancora solo sognare una commissione per la verità e la riconciliazione come quella sudafricana.

Israele non smette di rimproverare il Sud Africa.

Solo la scorsa settimana, il Viceministro degli Esteri Danny Ayalon ha annunciato che “il regime di apartheid non è finito” (perchè il Sud Africa ha avuto il coraggio di segnalare i beni prodotti negli insediamenti). Ma nemmeno questa ridicola, becera dichiarazione da parte del Viceministro degli Esteri di uno stato che ha cooperato con l’apartheid può offuscare la straordinaria lezione che questo paese potrebbe trasmettere a Israele. Ma in Israele tale possibilità sembra un’allucinazione e non può essere presa in considerazione finchè continua l’occupazione e l’ingiustizia non finisce.

E nonostante tutto ciò, immaginiamo, anche solo per un momento, quel giorno lontano in cui Israele si inginocchierà e chiederà perdono. Il momento in cui i capi del regime di occupazione ammetteranno le loro nefandezze alla Commissione Verità e Riconciliazione che verrà formata anche qui. Il giorno in cui l’intera verità verrà rivelata dai suoi istigatori, e sulle impronte della verità, e solo lì, potrà venire la riconciliazione.

Sembra folle? Sì, ma verso la fine degli anni ’80, non molto tempo fa in termini storici, nessuno avrebbe mai immaginato di poter vedere Adriaan Vlok entra nelle case dei neri, inginocchiarsi per lavare i piedi delle sue vittime, e guardare le sue vittime abbracciarlo.

Fonte: http://www.haaretz.com/opinion/if-only-israel-were-south-africa.premium-1.462095

Traduzione di Elena Bellini

Tratto da FB

pubblicata da We are all on the Freedom Flotilla 2 – News il giorno Domenica 2 settembre 2012 alle ore 16.09 ·

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