Gideon Levy: villaggi arabi cancellati dalla nostra memoria

LUNEDÌ 10 SETTEMBRE 2012

La nostra amata Tel Aviv, la cui reputazione di città illuminata e aperta è famosa nel mondo, è costruita in parte sulle rovine di villaggi palestinesi – e rifiuta di riconoscerlo.

di Gideon Levy – Haaretz, 31 agosto 2012

Una piccola targa di metallo adorna la piccola centrale elettrica nel centro di Jerusalem Boulevard, Jaffa “T.P. Faisal”. E’ la testimonianza di un passato recente che è stato cancellato.

T.P. è facile: sta per stazione di comando in ebraico. E Faisal? Una negligenza da parte di qualche impiegato ha lasciato stampata la prova fisica del nome originale dell’adiacente Yehuda Hayamit Street. Faisal Street divenne per breve tempo 54th Street, e poco dopo Yehuda Hayamit Street.

Yehuda Hayamit” è il nome dato a una rara moneta romana che, nel tempo, si è rivelata un falso. Così, con l’obiettivo di cancellare la memoria del passato recente delle rovine palestinesi, i nomi dei luoghi sono stati sostituiti con nomi che alludono ad un passato più lontano. In altre parole, un arrocco* con una moneta, anche se è contraffatta.(*l’espressione di Levy, switch the king with a coin riprende l’espressione switch the king with a rook = “scambia il re con una torre”: nel gergo degli scacchi, si parla di “arrocco” quando il re e la torre non sono ancora stati mossi e si possono scambiare le loro posizioni n.d.t.).

Non avrei notato la targa se non fosse stato per la nuova guida “Omrim Yeshna Eretz” (“C’era una volta una Terra”, pubblicata da Zochrot and Pardes Edizioni). E’ una guida turistica bilingue, in ebraico e arabo, a ciò che è rimasto e – soprattutto – a ciò che è stato cancellato quasi senza lasciare traccia. Un viaggio attraverso il tempo e la conoscenza, 18 tour in alcuni dei circa 400 villaggi palestinesi e agglomerati urbani, i cui residenti scapparono o vennero espulsi nel 1948. La maggior parte delle loro case furono cancellate subito dopo dalla faccia della terra, di solito senza lasciarne la minima traccia. Questa guida arriva oggi per ricordare e far conoscere, anche se non si sa quanti israeliani faranno i tour suggeriti. Dopotutto, la Nakba – la “catastrofe” come la chiamano i Palestinesi – è stata messa praticamente fuorilegge qui.  Questa settimana abbiamo fatto il tour a piedi suggerito dalla guida nella Tel Aviv sotterranea – la città che nel 2012 ancora ha paura di far menzione nel suo stemma ufficiale del proprio nome nella lingua dei suoi residenti arabi. Da Yaffa a Shaykh Muwannis, via Salama, Al-Manshyya, Summayl e Jamassin; da Jaffa a Ramat Aviv, attraverso Kfar Shalem, la City, Givat Amal e Bavli, come sono state rinominate. Sì, anche la nostra amata città, la cui reputazione di “illuminata e aperta” è famosa nel mondo, è costruita su parte delle rovine di villaggi, e si rifiuta di riconoscerlo.

Jerusalem Boulevard, che è orrendamente cresciuto sempre più negli anni, fino a diventare il più orrendo boulevard di Tel Aviv-Jaffa, una volta si chiamava Jamal Pasha Boulevard, e poi Al-Nazha Boulevard. “Il Messia Re è in Israele,” si legge sull’autobus che attraversa il corso, soffiando nuvole di fumo sugli alberi di ficus. Non ci soffermeremo sulle strade intitolate ai rabbini nella città araba che è diventata mista, ma in cui non ci sono praticamente più strade con nomi arabi.

Siamo entrati nel vicino villaggio di Salama, cioè Kfar Shalem. Lì, tra le torri di nuovi appartamenti e vecchie case che sono state invase, il passato fa ancora capolino. La strada principale è stata chiamata Mahal, acronimo ebraico per i volontari di oltremare che hanno combattuto qui durante la guerra del 1948, durante la quale il villaggio venne abbandonato e distrutto. Circa 7.800 persone vivevano qui. “Kahane aveva ragione,” recita lo slogan spalmato sul muro della moschea abbandonata. Israele non viola i luoghi sacri delle altre religioni. Negli anni recenti, una mano misteriosa ha fatto molti fori nella cupola della moschea. L’ingresso alla moschea è sbarrato su ogni lato. Lo Shamrock Group di Los Angeles ha costruito un giardino pubblico, un contributo alla comunità. Nel vicino parco giochi, l’utilizzo delle attrezzature è permesso dai 14 anni in su. Secondo la testimonianza della famiglia Yatim, fuggita dal villaggio arabo, qui c’era un cimitero. Se, a Ramat Aviv, l’Università di Tel Aviv sta costruendo i suoi nuovi dormitori sul suolo dell’antico cimitero Shaykh Muwannis – solo una parte di esso è stata recintata, e lasciata a se stessa, tranne il parcheggio che ha un sacco di sistemi di sicurezza – allora perchè mai dovremmo lamentarci di un parco giochi sorto sulle tombe? Tra gli antichi eucalipti, non c’è traccia o ricordo di quelle vecchie tombe. All’ingresso del parco giochi, un cartello comunica la fine dei 30 giorni di lutto per il defunto Yisrael Rosh Hodesh.

La casa del mukhtar, l’anziano del villaggio, è ancora in piedi, ma solo le verande sono ancora di costruzione araba. Tutto il resto è copertura e aggiunte, come un notevole numero di altre case del quartiere che vennero invase. La casa del mukhtar si trova in Asa Kadmoni Street (che prende il nome da un sindaco e combattente nei Paracadutisti) all’angolo con Harahag Yosef Tzubiri (il rabbino capo della comunità ebraica yemenita). La vecchia scuola del villaggio è oggi un istituto municipale di riabilitazione. La torre di appartamenti che oggi cresce sul perimetro dell’ex villaggio si chiama “Tel Avivi – il vostro angolino di paradiso in città.”

A nordovest di qui c’era il quartiere di Al-Manshyya: 12.000 residenti nel 1948, 20 caffè, 14 falegnamerie, 12 panifici, 10 lavanderie, quattro scuole, tre negozi di biciclette, tre farmacie e due moschee – solo una delle quali, la Hassan Bek, è ancora in piedi. “Questo tour è stato scritto per mia figlia, Amalia. Oggi ha 4 anni” afferma Norma Musih, uno degli editori, nel libro, “ma è da quando è nata che penso a come le avrei raccontato di Al-Manshyya. Voglio che sappia che qui a Tel Aviv, vicino al mare che lei ama tanto, c’era una volta un quartiere in cui vivevano bambini come lei, persone con una vita piena, desideri, odii, amori e sogni. Voglio dirglielo, senza metterle addosso il terrore dell’espulsione e della distruzione. Voglio che sappia, ma voglio anche proteggerla. Ecco perchè ho scritto questo tour per lei.”

Della marea di edifici visibile nella vecchia fotografia di Kurt Brammer, rimangono solo la moschea Hassan Bek, il Museo Etzel Museum e la stazione. Il parco si chiama Gan Hakovshim (Parco dei Conquistatori), come anche il parcheggio e la strada adiacente. Almeno un po’ di onestà. Accanto a loro, si elevano le torri della City di Tel Aviv. “Quando osservo queste abitazioni, posso immaginare per un momento anche le case mancanti che una volta sorgevano accanto a loro” scrive Musih. “Riuscite a immaginare le case che da Neveh Tzedek arrivano fino al mare? … Chiudiamo gli occhi e immaginiamo come potrebbe apparire tutta questa zona se le persone che hanno vissuto qui e le loro famiglie tornassero”.

La stazione ferroviaria di costruzione turca – perchè solo gli Ottomani hanno lasciato una traccia qui – è oggi il principale luogo di ritrovo yuppie di Tel Aviv, conosciuto come Hatahana. I reperti e le antiche fotografie raccontano dei Turchi e dei templari che sono stati qui. Non una parola sui Palestinesi. Ma cosa sono quelle case affollate che si vedono sul retro della stazione, nelle fotografie appese nei magnifici edifici restaurati? Sono il quartiere di Al-Mahta, i dintorni della stazione, dove vivevano gli arabi. Nel frattempo, c’è una nuova avventura al Hatahana: un viaggio digitale nel passato, e anche “Ballando all’Hatahana”, ogni giovedì. A nordSummayl: 190 case prima della guerra del 1948, campi coltivati e alberi di limoni, una scuola (distrutta), un cimitero (distrutto) e la tomba dello sceicco (distrutta). Mitham Semel, hanno cercato di chiamarla. Oggi trovate Migdal Ha’mea, gli edifici della federazione dei lavoratori Histadrut , la scuola superiore ebraica Herzliya e la sinagoga Heichal Yehuda, sulla pietra arenaria kurkar che indica che una volta era un villaggio. Il nucleo del villaggio è rimasto effettivamente sulla scogliera di pietra kurkar; oggi è un mucchio di case ad un piano dal presente legale incerto, il loro futuro è avvolto nella nebbia e il loro passato è stato cancellato. Solo un rovo di more, nel cuore della metropoli vivace, offre il ricordo dei tempi passati. “Tel Aviv è laggiù, non qui,” giunge il grido di un residente che cerca di mandarci via. Non amano la gente con telecamere e taccuini, qui.

Come a Salama, così anche qui, a Jamassin e Shaykh Muwannis: le case degli arabi si sono trasformate in controversie immobiliari ebraiche. Sulla bacheca della sinagoga è attaccato un invito a partecipare ad una cerimonia di redenzione dell’asino primogenito con il Rabbino Yisrael Lau. Tel Aviv Nord, 2012.

A nordovest da qui, non lontano dalle lussuose Akirov Towers, ci sono i resti del villaggio delle “torri del bufalo”, cioè Jamassin. “Consigliamo un giro tra le case basse” dice la guida, “tra la vegetazione locale che è un ricordo del bosco selvaggio, e cercate di immaginare come, più di 60 anni fa, centinaia di palestinesi hanno vissuto qui, e oggi non sono più qui”. L’attuale quartiere baraccopoli che sorge qui, Givat Amal, sorge nascosto sulla scogliera, ai piedi delle Yoo Towers.

Al contrario degli altri villaggi, nessuno sa con precisione dove siano fuggiti i 1.200 profughi di Jamassin. Oggi, tra le altre cose, funge da cimitero delle automobili: innumerevoli automobili scassate giaciono tra i rovi e le canne. Le case sono recintate, con una parvenza di favela brasiliana, con pochi ordinati giardini dietro le recinzioni, e una marea di cartelli di avviso – Vietato l’ingresso, Divieto di sosta, Attenti al cane, Propietà privata – esattamente come a Salama e Summayl. Anche qui, la cancellazione, il rinnovamento e l’espansione hanno completamente coperto le costruzioni arabe originali.

Infine ci dirigiamo verso Shaykh Muwannis. La mia casa sorge sulla terra del villaggio; la vasca di irrigazione di Pardesiya è la piscina in cui oggi io nuoto. Ho già scritto abbastanza su questo negli anni. In seguito a una lettera che ho ricevuto, esattamente tre anni fa ho incontrato il vecchio Salah al-Muhur, un profugo di Shaykh Muwannis, che ora viveva nel piccolo villaggio di Al-Hafira, vicino a Jenin. “Sei tu Levy?” mi ha chiesto sulle scale della sua casa. “Forse conosci il Levy di Kiryat Shaul, che faceva l’autista di autobus? Siamo stati amici per molti anni.” Muhur sognava di visitare il villaggio in cui era nato un’ultima volta, ma il suo sogno non si è realizzato.

 Fonte: http://www.haaretz.com/weekend/week-s-end/arab-villages-bulldozed-from-our-memory.premium-1.461986?utm_source=twitterfeed&utm_medium=twitter&utm_campaign=Feed%3A+imeu+%28IMEU+%3A+Institute+for+Middle+East+Understanding%29#

Traduzione di Elena Bellini

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