GIORDANIA: IMPONENTI ESERCITAZIONI SOTTO COMANDO USA, OBIETTIVO SIRIA E IRAN?

Al via in Giordania un training militare congiunto: 12mila soldati di 17 Paesi. C’è chi pensa a prove per l’attacco all’Iran, chi al mezzo per stabilizzare il governo di Amman. Re Abdallah annuncia elezioni anticipate.

EMMA MANCINI

Roma, 11 maggio 2012, Nena News (nella foto, il training Eager Lion del 2011) – Una Giordania in crisi e in odore di elezioni anticipate farà da palcoscenico all’esercitazione militare di 12mila soldati provenienti da 17 diversi Paesi, coordinati dagli Stati Uniti. Prove generali per l’attacco all’Iran? Un dubbio legittimo, soprattutto dopo il rimpasto nel governo israeliano, con l’ex partito di opposizione Kadima entrato ufficialmente nell’esecutivo guidato dal Likud di Benjamin Netanyahu.

Esercitazioni militari in Giordania: Siria e Iran il target?

L’esercito degli Stati Uniti ha annunciato mercoledì l’avvio, il prossimo 15 maggio, di esercitazioni militari congiunte in territorio giordano. Numeri che fanno suonare l’allarme: 12mila soldati provenienti da 17 Paesi, impegnati in training aerei, via terra e via mare, alcuni dei quali al confine tra Giordania e Israele, ad Aqaba. È l’operazione Eager Lion, “esercitazione annuale multinazionale volta a rafforzare le relazioni militari attraverso un approccio congiunto, al fine di rafforzare le complesse sfide sulla sicurezza nazionale, attuali e future”.

Così il maggiore Robert Bockholt, responsabile delle pubbliche relazioni del Commando Centrale dell’esercito USA, ha definito il training: esercitazioni volte ad affrontare lo spettro del terrorismo, in particolare eventuali attacchi chimici e nucleari. Aggiungendo che l’operazione nulla ha a che vedere con un eventuale intervento militare nella confinante Siria: “Solo una coincidenza”.

Una coincidenza che troverebbe spiegazione nei finanziamenti miliardari che Washington fa piovere ogni anno su Amman, per l’implementazione del sistema militare giordano: negli ultimi cinque anni, gli aiuti economici a stelle e strisce hanno raggiunto 2,4 miliardi di dollari, facendo della Giordania il maggior beneficiario dei fondi statunitensi.

Eppure alcuni osservatori hanno sollevato dei dubbi: un’esercitazione di vasta scala come quella in programma in Giordania giustificherebbe un successivo intervento. I target possibili: la Siria di Bashar o l’Iran, da mesi oggetto di particolari attenzioni da parte del premier israeliano Netanyahu e del suo ministro della Difesa, Ehud Barak. Mercoledì, la Knesset ha approvato con 71 voti a favore e 23 contro l’accordo a sorpresa tra Likud e Kadima, siglato nei giorni scorsi dal premier Netanyahu e da Shaul Mofaz. Una coalizione ampia, 94 parlamentari su 120. Una maggioranza schiacciante che in molti hanno tradotto come “governo di guerra”.

La crisi giordana: il re annuncia elezioni anticipate

Dall’altra parte sta la Giordania, teatro delle prossime esercitazioni militari Eager Lion. La scelta della Giordania è stata dettata con molta probabilità dalla volontà americana e israeliana di evitare che anche Amman crolli sotto i colpi delle proteste popolari.

Proteste di piazza in Giordania: il popolo chiede riforme

Re Abdallah di Giordania tenta di uscire dal pantano della crisi interna annunciando elezioni anticipate, prima della fine dell’anno (nel 2014 la naturale scadenza della legislatura) , mentre le opposizioni premono per riforme immediate. Lunedì scorso il re ha approvato la creazione di una Commissione Indipendente per le Elezioni, guidata all’ex inviato dell’ONU in Libia, Abdul Ilah al-Khatib.

Solo una settimana fa è stato formato un nuovo governo, che sostituisce il precedente esecutivo accusato di eccessiva lentezza nel riformare il sistema dei partiti, il sistema elettorale e la corte costituzionale. Tutte leggi che dovrebbero essere approvate entro l’attuale sessione parlamentare, che il re ha prolungato fino al 25 giugno per permettere che le riforme arrivino a conclusione. Nello scetticismo delle opposizioni, in particolare dell’ala islamista, tra le più influenti nel Paese.

Insomma, la stabilità giordana traballa. Da mesi, re Abdallah tenta di far fronte al malcontento popolare, tradottosi in proteste di piazza sicuramente meno accese di quelle egiziane o tunisine, ma che la monarchia non ha potuto far finta di non vedere, soprattutto per il ruolo forte svolto dal movimento islamico.

Così ad ottobre 2011, il re ha sostituito il premier Maarauf Bakhit con Awn Khassawne, incaricandolo di avviare subito riforme economiche e politiche che quietassero il popolo. Khassawne ha resistito solo sei mesi, sommerso dalle critiche di opposizioni e media. E il 27 aprile re Abdallah è intervenuto di nuovo, sostituendo Khassawne con l’ex ministro Fayez Tarawneh, considerato “troppo conservatore” dalle opposizioni. Una pratica molto usata quella del licenziamento del premier da parte della monarchia giordana, volta soprattutto a tenere buona l’opinione pubblica con continue promesse di cambiamento, individuando nel primo ministro il capro espiatorio della crisi.

Una politica che non piace alle opposizioni che ne approfittano per guadagnarsi il consenso di una popolazione stanca: “Le precedenti elezioni hanno prodotto un governo che non rappresenta la gente – ha detto Zaki Bani Rsheid, uno dei leader dei Fratelli Musulmani in Giordania – Ora l’atmosfera politica è peggiore. Che senso ha tenere nuove elezioni con una legge elettorale che esclude i poteri nazionali?”. Nena News

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