Giornata Mondiale dell’Acqua: Israele sotto accusa

TUESDAY, 27 MARCH 2012 07:19 ELENA VIOLA (ALTERNATIVE INFORMATION CENTER)

 La sorgente d’acqua di Ein Al Ariq, vicino al villaggio di Qaryut (Nablus). Dopo la confisca da parte dei coloni di Eli, è stata ribattezzata Ein Hagvura (Foto: OCHA)

In occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua, organizzazioni locali e internazionali hanno rilasciato analisi e organizzato dimostrazioni per attirare l’attenzione globale sullo sfruttamento e demolizione delle risorse acquifere da parte dei coloni israeliani ai danni dei palestinesi residenti nei Territori Occupati Palestinesi (TOP).

Il 22 marzo si è celebrato il giorno dedicato a mobilitare l’opinione pubblica mondiale di fronte “all’importante questione dell’acqua fresca” e “alla gestione delle risorse acquifere naturali”. Come la relazione pubblicata da Emergenza Acqua, Sanità e Igiene (EWASH) relativa ai Territori Occupati Palestinesi enfatizza, deve essere chiaro a tutti che i palestinesi nei TOP  hanno accesso a solo il 10% dell’acqua disponibile, mentre il potere israeliano occupante controlla il rimanente 90%.

L’Ufficio dell’ONU per la Coordinazione degli Affari Umanitari (OCHA) ha rilasciato un report inerente ai metodi utilizzati dai coloni israeliani per espropriare i palestinesi delle falde acquifere.

In aggiunta, una dimostrazione nota come Thirsting for Justice (Smania di Giustizia), organizzata da diverse organizzazioni locali e internazionali tra cui il Programma di Accompagnamento Ecumenico in Palestina e Israele(EAPPI), il Centro di Aiuto Legale e dei Diritti Umani di Gerusalemme (JLAC) e la Società di St. Yves, si è tenuta il 22 marzo all’esterno dell’Alta Corte di Giustizia a Gerusalemme.

In un sondaggio condotto lungo l’intero 2011, OCHA ha stimato che il numero di falde acquifere localizzate in prossimità delle colonie israeliane in Cisgiordania, e per questo completamente o parzialmente usurpate dall’azione dei coloni, è 56. Trenta di queste sono sotto pieno controllo dei coloni, mentre le rimanenti 26 sono in costante rischio di essere espropriate.

Secondo ciò che l’analisi riporta, nel 2009 “l’acqua proveniente dalle falde è stata la metà di quella raccolta sei anni prima” a causa delle “scarse precipitazioni e dell’estrazione massiccia (estrazione superiore all’effettivo potenziale di rifornimento) di acqua dai pozzi per mano israeliana sia in Cisgiordania che in Israele”. Ciò significa che l’appropriazione indebita di falde naturali da parte dei coloni ha un impatto ancora più preoccupante sulla vita dei palestinesi oggi rispetto al passato.

Se “le falde rimangono la singola più grande risorsa d’acqua per l’irrigazione in Cisgiordania e un importante strumento per sopperire ai bisogni domestici e al sostentamento delle comunità non connesse al sistema d’irrigazione – il report di OCHA aggiunge – la mancanza di accesso ha ridotto l’area coltivabile e, di conseguenza, il profitto dei contadini colpiti”.

La maggior parte delle falde sotto controllo israeliano sono state rese inaccessibili ai palestinesi a causa delle continue minacce e intimidazioni, che spesso portano ad atti di violenza da parte dei vicini coloni.

Le restanti risorse naturali sono state ‘protette’ dall’uso dei palestinesi tramite la creazione di ostacoli fisici, come ad esempio di un recinto munito di congegni elettronici, o tramite le complicate procedure di permessi – praticamente impossibili da ottenere – per ‘visitatori’ o ‘residenti’.

In aggiunta, dal 2010 la Società di St. Yves ha fornito rappresentanza legale in più di 50 ordini di demolizione di cisterne in Area C della Cisgiordania, cioè nell’area dove lo sviluppo palestinese è limitato all’1% da Israele.

Come il report redatto da St Yves dice, “con tali aggressive restrizioni sulla costruzione palestinese, lo sviluppo di infrastrutture per l’acqua o la sanità avviene normalmente senza autorizzazione. Molte comunità rischiano di perdere i mezzi di sussistenza e temono di ricevere ordini di demolizione”. A questo proposito, metà delle demolizioni delle strutture volte alla raccolta d’acqua sono avvenute nel 2011.

Raffoul Rofa, il direttore di St. Yves, spiega che “il diritto all’acqua è un diritto basilare garantito dalla legge internazionale. Dove non c’è acqua, non c’è vita e senza cisterne i contadini palestinesi non possono coltivare le loro terre e, perciò, sono costretti ad abbandonarle”.

Oggigiorno, una delle fonti di preoccupazione maggiore di OCHA è rappresentata dalle 26 falde della Cisgiordania identificate come a rischio di espropriazione da parte dei coloni. Sebbene al tempo del sondaggio i palestinesi avessero ancora controllo su queste falde localizzate in Area B, la presenza costante di coloni armati nell’area ha un effetto intimidatorio che potrebbe scoraggiare i contadini e i residenti palestinesi dall’accedervi in futuro.

Nella metà dei casi in questione, la totale espropriazione delle falde da parte dei coloni è implementata dal dispiegamento d’infrastrutture nel sito interessato.

“Ciò è parte di una generale tendenza a promuovere infrastrutture a scopo turistico all’interno delle colonie israeliane – afferma il report – Si espande il controllo territoriale da parte delle colonie; si aggiunge una fonte di impiego e rendita per la popolazione delle colonie stesse; si contribuisce alla ‘normalizzazione’ delle colonie di fronte sia ad ampie frange della società israeliane sia ai turisti stranieri”.

Le colonie israeliane – costruite a partire dall’occupazione israeliana di Gerusalemme Est, della Cisgiordania, della Striscia di Gaza e delle Alture del Golan nel 1967 – sono illegali secondo la legge internazionale. Inoltre, i metodi utilizzati dai coloni israeliani per estendere il controllo sulle falde acquifere palestinesi, quali violazione di domicilio, intimidazione, assalti fisici, furto di proprietà private e costruzione senza permesso di edificazione, sono illegali anche secondo la legge israeliana.

In aggiunta, demolendo le cisterne per la raccolta di precipitazioni, Israele viola i suoi obblighi giuridici come Paese occupante – nello specifico l’Articolo 54 del Protocollo 1 aggiuntivo alla Convenzione di Ginevra (1977) e il trattato firmato nel 2001 con la controparte palestinese, dove ambo le parti si impegnarono a tenere i bacini di raccolta acquifera al di fuori del circolo di violenze.

OCHA su scala globale e Thirsting for Justice su quella locale concordano sul fatto che “le continue violazioni sul territorio palestinese con il proposito di espandere le colonie” e le “politiche volte a demolire le cisterne” sono parte di una strategia per minare il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione.

http://www.alternativenews.org/italiano/index.php/topics/economy-of-the-occupation/3498-giornata-mondiale-dellacqua-israele-sotto-accusa

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