Giudici vs Presidenza

admin | December 18th, 2012 – 1:49 pm

http://invisiblearabs.com/?p=5132

L’ultimo scontro in corso al Cairo è tra due poteri, presidenza e magistratura. Si potrebbe aggiungere: “ancora una volta”. La vera e propria battaglia in corso tra la presidenza di Mohammed Morsy e l’intero sistema giudiziario egiziano non è una novità, né una conseguenza della rivoluzione del 2011, né tanto meno figlia soltanto del nuovo corso islamista. Il braccio di ferro tra il potere esecutivo (partendo dal presupposto che quello egiziano sia, di fatto, un sistema presidenziale) e il potere giudiziario è un segno, semmai, di continuità tra il vecchio e il nuovo regime al Cairo.

Da decenni, il tentativo della presidenza è stato quello di sminuire quanto più possibile il potere e l’indipendenza della magistratura egiziana. Un tentativo che ha avuto nella gestione di una giustizia ‘parallela’ lo strumento principe per rendere meno efficaci la giustizia ordinaria.

La Sonderweg, il ‘percorso speciale’ dell’Egitto repubblicano, e soprattutto dell’Egitto di Hosni Mubarak, è stato quello racchiuso nella gestione della giustizia sotto il grande ombrello dello stato d’emergenza. Un ombrello sotto il quale si poteva contenere tutto, compresa quella particolare abilità del regime di non tenere in alcun conto – o quasi – le sentenze della magistratura ordinaria. Sopra a tutto, sopra alla giustizia, sopra alle sentenze, c’era la sicurezza del Paese e la sopravvivenza del regime, protetti dallo stato d’emergenza. Accanto, in parallelo, c’erano – poi – i tribunali militari e quelli per la sicurezza dello Stato a cui il regime poteva ricorrere per evitare i processi  ordinari. E infine, c’era – certo – la pressione sui giudici, quella pressione che privilegiava i ‘buoni’ giudici, fedeli al regime, ed emarginava i giudici ‘cattivi’, quelli che hanno lottato per difendere la propria indipendenza nel corso degli ultimi anni del regno di Mubarak.

Niente di nuovo sotto al sole, insomma, lungo le rive del Nilo. Lo scontro durissimo in corso tra presidenza e magistratura è eredità del precedente regime. Una eredità resa ancor più difficile da gestire perché l’attuale presidenza, assieme molto probabilmente ai vertici conservatori della Fratellanza Musulmana, vuole anche regolare alcuni conti aperti. Non è, infatti, indifferente, in questo ultimo, triste capitolo della transizione egiziana alla democrazia, il fatto chela FratellanzaMusulmanasia stata sul banco degli imputati nei differenti tribunali per decenni. Né che l’ultimo, importante processo che ha coinvolto l’Ikhwan fosse a carico proprio della figura più potente nella leadership islamista, Khairat al Shater, in galera per parecchio tempo, sino a che non è scoppiata la rivoluzione. E ora uomo forte non solo dal punto di vista politico, ma – a quanto sembra – anche economico. Non è neanche indifferente che il procuratore generale dimissionato qualche settimana fa dal presidente Mohammed Morsy fosse stato designato nel 2006 da Mubarak, e che dunque fosse considerato emanazione del vecchio regime.

Detto tutto questo, però, la battaglia in corso è uno dei nodi fondamentali per il futuro dell’Egitto. La difesa dell’autonomia della magistratura e, conseguentemente, della separazione dei poteri è parte della rivoluzione. Ed è per questo che ciò che sta succedendo, nel centro del Cairo, attorno alla Corte Suprema è importante tanto quanto il risultato del referendum costituzionale. Nonostante i riflettori sia tutti puntati sulle urne, e non anche sulle ultime notizie che arrivano da downtown. Anzitutto, è successo ieri qualcosa di simile a quanto successe nel  momento di massimo scontro tra magistratura e presidenza, quando Hosni Mubarak prese in mano (guarda caso?) la costituzione per imporre alcuni emendamenti propedeutici alla sua rielezione. Allora i giudici scesero per strada. E il copione si è ripetuto ieri, quando oltre 1500 magistrati sono scesi per strada, subendo anche le cariche della polizia, per chiedere le dimissioni del procuratore generale designato dal presidente Morsy con il decreto costituzionale del 22 novembre. Un decreto che doveva, nelle intenzioni della presidenza, decapitare i vertici giudiziari alla stregua di quanto era stato fatto con i militari, la scorsa estate.

La resistenza della magistratura egiziana, in questo caso, è stata più efficace. Il nuovo procuratore generale – Talat Abdullah – ha ceduto alle pressioni, e si è dimesso, facendo tornare lo scontro al punto di partenza. I magistrati lo accusavano di aver esercitato pressioni perché i magistrati competenti non incriminassero i responsabili delle violenze (e delle morti) di fronte al palazzo presidenziale, all’inizio di dicembre. Non solo: i giudici del Consiglio di Stato hanno deciso di non supervisionare il secondo turno del referendum costituzionale, previsto per il prossimo sabato, perché non sono state accolte le loro richieste in termini di sicurezza, tutela, e condizioni preliminari (assenza di volantinaggio e propaganda attorno ai seggi).

La mancanza dei giudici nei seggi renderà, dunque, la legittimità del voto referendario sempre più a rischio, se non formalmente, di certo nella sostanza. Questo, però, non significa che la magistratura abbia vinto. Anzi. La situazione sempre più caotica rispetto al referendum costituzionale non sembra foriera di risultati apprezzabili. Al contrario, rende il gap tra presidenza e Fratellanza Musulmana, su un fronte, e l’opposizione laica, liberale, di sinistra e islamista, sull’altro fronte, sempre più profondo. Con il pericolo incombente di un paese spaccato, in cui i protagonisti non riconoscono gli uni agli altri la legittimità, pilastro di ogni sistema democratico.

Per la playlist, stavolta ho scelto Gustav Mahler, il terzo movimento della sua Quinta Sinfonia. Buon ascolto.

Contrassegnato con i tag:

Articoli Correlati

Invia una Risposta

Attenzione: la moderazione dei commenti è attiva e questo può ritardare la loro pubblicazione. Non inoltrare più volte lo stesso commento.

Protected by WP Anti Spam