Giustizia per Rachel Corrie

Amira Hass

5 maggio 2011  ore 15.54

Due statunitensi arrivano a Ramallah dopo aver passato un po’ di tempo ad Haifa. Qui si gustano una cena in terrazza, a casa di amici palestinesi. Una brezza rinfrescante si fa strada tra le colline.

I visitatori sono Cindy e Craig Corrie, i genitori di Rachel, un’attivista dell’International Solidarity Movement che il 16 marzo 2003 si trovava a Rafah, nella Striscia di Gaza. Mentre protestava contro la demolizione di alcune case, fu schiacciata da un bulldozer dell’esercito israeliano.

Nel marzo del 2005 i genitori di Rachel hanno fatto causa allo stato d’Israele. Avevano capito che non ci sarebbe stata un’inchiesta seria sull’episodio. Nel marzo del 2010 sono cominciate le udienze. Due avvocati – palestinesi con cittadinanza israeliana – hanno accettato di lavorare gratis. Alcuni simpatizzanti della causa hanno messo a disposizione dei Corrie un appartamento ad Haifa.

I mezzi d’informazione internazionali si sono interessati al processo, mentre quelli israeliani lo hanno ignorato. Nell’ottobre scorso è stato chiamato a testimoniare l’autista del bulldozer, protetto da uno schermo. Ha ammesso che sapeva che le disposizioni erano di lavorare a una distanza minima di dieci metri dalle persone, ma gli era stato ordinato di continuare.

Quando ha testimoniato Craig, il tribunale ha chiamato un interprete. Ma davanti alla parola “occupazione” si è confuso e ha usato il termine sbagliato. Un’attivista israeliana l’ha interrotto: “Occupazione si dice kibbush”.

Traduzione di Andrea Sparacino.

http://www.internazionale.it/opinioni/amira-hass/

Internazionale, numero 896, 6 maggio 2011

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