GLI ABITANTI DEI VILLAGGI DI GAZA SI PREPARANO ALLA NUOVA OFFENSIVA ISRAELIANA

Di Hamza Abu Eltarabesh
The Electronic Intifada
12 marzo 2018

Fawzi Abu Jarad si prepara a trasferirsi e l’ex pastore 62enne vuole portare con sé tutta la sua estesa famiglia di 28 persone.

Non andrà lontano, comunque. Risiedendo a Gaza, non può andare lontano. Ma andrà più in profondità nella Striscia di Gaza in cerca di sicurezza, per quanto illusoria. Qualsiasi posto è più sicuro di casa loro per gli Abu Jarad.

La casa è il villaggio beduino di Um al-Nasser. Situato nell’estremo nord e quasi a filo del confine con Israele, non è solo una parte impoverita, isolata e sottosviluppata di Gaza. E’ anche direttamente nella linea di qualsiasi esercito israeliano invasore, se dovesse iniziare un’altra offensiva.

Gli abitanti di Um al-Nasser erano già stati là prima. Il 17 luglio 2014, proprio verso il tramonto, gli Abu Jarad e altre famiglie si ritrovarono intrappolati nel villaggio quando diventò uno degli obiettivi iniziali dell’invasione di terra dell’esercito israeliano, all’inizio di quella fase dell’assalto di 51 giorni su Gaza da parte di Israele.

Più di 3.600 residenti furono poi costretti ad evacuare e il villaggio fu gravemente danneggiato. Secondo i residenti locali, la prima vittima dell’invasione di terra israeliana era da qui: Muhammad Ishtawi, 28 anni, membro delle Brigate Qassam armate di Hamas.

Secondo Ziyad Abu Fraya, sindaco del villaggio, 100 case furono completamente distrutte durante la guerra, altre 100 furono danneggiate, mentre due moschee su tre furono demolite e un progetto Children’s Land finanziato dall’UE, destinato a far fronte ai bambini traumatizzati dalla guerra, fu raso al suolo.

● Nella linea del fuoco

Um al-Nasser non è grande e non è sviluppato. Per lo più terreno agricolo, l’area costruita del villaggio si estende per circa 800 metri. La maggior parte delle case qui sono costruite a buon mercato in lamiera ondulata, fogli di metallo e teloni, simili a villaggi beduini in altre parti.

Nel 2007, il villaggio conquistò brevemente i titoli dei giornali quando un serbatoio per il trattamento delle acque scoppiò, inondando il villaggio, uccidendo quattro persone e danneggiando delle case.

La sua posizione a circa 500-700 metri dalla recinzione di confine si trova in un’area che Israele ha dichiarato unilateralmente una no-go zone e lascia i residenti in balia di sparatorie regolari contro pastori e agricoltori.

Muhammad Abu Jaame, un contadino di 59 anni, è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco da soldati mentre lavorava la sua terra nella parte meridionale di Gaza, vicino al confine con Israele, all’inizio di questo mese.

La sua vicinanza al confine significa anche che, se dovesse esserci una nuova offensiva israeliana, Um al-Nasser, se il 2014 è qualcosa di passato, sarà di nuovo sulla via dell’ invasione delle forze israeliane. E i residenti del villaggio temono che presto ci sarà un’altra conflagrazione.

Certamente, i media israeliani sono regolarmente pieni di speculazioni circa un’altra offensiva su Gaza, non ultimo dal momento che le forze armate israeliane lanciano spesso ammonimenti ad Hamas che sta “giocando col fuoco”, o sia a causa di un lancio di razzi o di qualcuno che fa l’insolente con un puntatore laser.

Quando le truppe israeliane arrivarono nel 2014, le famiglie trascorsero otto ore rintanate nelle loro case. I militari, ha detto Silmi Abu Muammar, capo del comitato di emergenza del consiglio del villaggio, non permisero alla Mezzaluna Rossa di evacuare le famiglie. Alla fine, i residenti presero la situazione nelle proprie mani, alzarono bandiere bianche e si diressero verso le aree di dislocamento – per lo più istituite in scuole gestite dalle Nazioni Unite – lasciando quasi tutto ciò che possedevano.

È la ragione per cui Abu Jarad è ansioso di andarsene ora. “Non aspetterò una quarta guerra per vedere di nuovo la mia famiglia sfollata“, ha detto, riferendosi ai precedenti massicci assalti nell’inverno 2008-2009 e nel novembre 2012. “I miei nipoti hanno sperimentato la paura della morte tre volte prima e io non lascerò che succeda di nuovo.”

L’ex pastore è ancora amareggiato per lo sfollamento del 2014. Nessuno, ha detto, ci prestava attenzione. Erano così tagliati fuori che i giornalisti non hanno potuto raccontare le loro storie e persino “le ambulanze potevano solo aspettare in periferia“.

● Problemi al limite

Fatima Abu Jarad, 14 anni, ha ricordato come si era bloccata mentre fuggivano. Interrompendo il nonno, ha parlato di “granate e schegge” che volavano sopra la sua testa. “All’inizio, mi sono bloccata. Non ero in grado di muovermi“. Fu portata in salvo da un fratello maggiore, che tornò indietro e se la portò sulla schiena.

Secondo Abu Muammar, gli abitanti di Um al-Nasser hanno dovuto ripararsi per circa 40 giorni nelle scuole delle Nazioni Unite nel campo profughi di Jabaliya. Erano stati distribuiti nelle aule scolastiche, 45 abitanti del villaggio in ognuna, in cinque scuole diverse.

Non ho potuto lavare i miei tre figli per due settimane, non c’era abbastanza acqua“, ha detto Sultana Abu Rashed, 48 anni. “Pensavo di morire lentamente. Spero che non vivremo mai più queste condizioni“.

Nessuno vuole rivivere quei giorni e Abu Muammar dice che il consiglio del villaggio si è già coordinato con l’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi, per prepararsi in caso di un’altra escalation. Il consiglio ha consegnato all’organismo delle Nazioni Unite un elenco di nomi, età e generi di abitanti del villaggio al fine di garantire che, qualora fosse necessaria un’altra evacuazione, lo spazio sarà sufficiente.

Nel frattempo, tutti seguono con ansia le notizie. Mentre il 2017 potrebbe essere sembrato abbastanza silenzioso dall’esterno, Gaza non è mai lontana dalla violenza. C’erano state notizie in prima pagina di razzi lanciati da Gaza dopo l’ annuncio su Gerusalemme del presidente degli Stati Uniti Donald Trump a dicembre, ma c’è un livello costante di violenza, in gran parte da Israele su Gaza.

Solo a dicembre, otto persone sono state uccise in manifestazioni di protesta contro l’annuncio di Trump e il Centro palestinese per i diritti umani ha anche riferito di 12 bombardamenti e 77 incidenti di tiro nelle aree di confine, che hanno ferito 484 persone, tra cui 96 minori.

A gennaio, Israele ha distrutto ciò che i suoi funzionari chiamano un “tunnel di attacco“. Secondo quanto riferito, questo portava da Gaza nel Sinai egiziano. La mancanza di risposta da parte dei gruppi di resistenza di Gaza, cauti sul fatto che Israele sia pronto per una vera e propria esplosione, mantiene alte le tensioni e l’incertezza, perché dà l’impressione che Hamas abbia calcolato che un’altra guerra potrebbe essere imminente.

Yahya Musa, un legislatore di Hamas, ha dichiarato a The Electronic Intifada che qualsiasi escalation potrebbe non essere imposta su Gaza, ma che i continui bombardamenti non sarebbero rimasti senza risposta.

Se vogliono un’escalation, siamo pronti per questo.”

● Un vento malato con possibilità di morte

Gli analisti sono divisi sulle prospettive di una conflagrazione in piena regola. Omar Jaara, professore di affari israeliani presso l’An-Najah National University nella West Bank occupata, ha affermato che la guerra era “solo una questione di tempo“.

Israele è quello che sta controllando la situazione qui. La resistenza non rimarrà silenziosa di fronte agli attacchi israeliani alle sue armi, specialmente ai tunnel che sono un’arma strategica di Hamas. Qualsiasi minaccia continua a quest’arma porterà ad una quarta guerra.

Wesam Afifa, giornalista e direttore generale della rete di media al-Aqsa di Gaza, ha suggerito tuttavia che Israele non è interessato ad un’altra guerra perché sta già raggiungendo i suoi obiettivi, in particolare su Gerusalemme e l’ambasciata USA, e non vuole scuotere la barca.

Israele ha paura dell’escalation a Gaza alla luce della rabbia popolare contro la decisione di Trump. Potrebbe facilmente diffondersi in Cisgiordania e Gerusalemme.

Ciononostante, ha ammesso che il contesto di Gaza è “unico“. Qualsiasi passo falso, da qualsiasi parte, ha detto Afifa, potrebbe portare “verso una brutale quarta guerra“.

Abdullah Armalat, 31 anni, cura i 70 cammelli e le due mucche della sua famiglia estesa. Pastore come i suoi antenati, anche lui si è preparato per l’eventualità della guerra. A Jabaliya, a quattro chilometri di distanza, Armalat ha affittato un grande garage per ospitare il suo bestiame, se si dovesse arrivare a questo.

Il suo piano di emergenza è il risultato di un’esperienza amara. Nel 2014, ha perso 60 pecore, ha detto.

Israele non fa differenza. Umani, animali o piante, sono tutti obiettivi. Ho perso il mio sostentamento nell’ultima guerra e non lo perderò di nuovo.”

Fatima Abu Jarad, la giovane adolescente che si era bloccata per la paura durante l’assalto del 2014, non ha avuto alcun scrupolo nella scelta che ha di fronte. “Preferirei piuttosto lasciare il posto in cui sono nata e cresciuta. Non voglio morire.”

Gaza villagers brace for new Israeli offensive

Um al-Nasser was first target for ground invasion in 2014.

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Tratto da:  Il Popolo Che Non Esiste

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