GLI AMERICANI TRAVOLTI DA UN CASSONETTO DI RIFIUTI PIENO DI INSULTI

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tratto da:  Ugo Tramballi

giovedì 1 ottobre 2020   19:21

Il Sole 24 Ore, 1/10

Ugo Tramballi

Il primo round l’ha vinto Joe Biden e l’ha perso Donald Trump. Ma è un giudizio grossolano, più da bar sport che utile per apprezzare un dibattito e una campagna alla fine dei quali si dovrà eleggere il presidente degli Stati Uniti: il leader della “nazione indispensabile”, come amano ancora credere molti americani, la guida per quanto appannata dell’Occidente e delle democrazie liberali per una stagione geopolitica piena di minacce.

Chiunque abbia davvero vinto o perso il primo faccia a faccia, resta inoppugnabile un fatto: l’America non ci ha guadagnato. Biden, il candidato democratico, ha probabilmente vinto perché ha smentito la più grande paura del suo partito, degli elettori democratici e della gran parte degli alleati europei: il rischio della debolezza, dell’età, di non saper reggere all’assalto brutale di Donald Trump. Biden invece ha accettato il corpo a corpo, ha partecipato all’apertura del cassonetto dei rifiuti colmo d’insulti e invettive, riuscendo perfino a prevalere.

Ma in un certo senso sono stati Trump e il suo stile “unpresidential” – come ha sottolineato Biden – a imporre il tono del dibattito. Probabilmente sarà così anche nei prossimi due incontri e durante il mese di campagna che resta, fino a martedì 3 di novembre. Ieri notte l’elettore americano non ha avuto alcun dettaglio sulle riforme, i piani economici e sociali, la salvaguardia della democrazia in pericolo perfino negli Stati Uniti, le amicizie, le alleanze e le ostilità internazionali. Niente, nessun confronto d’idee: solo grida e insulti.

Riguardo a Donald Trump non ci sono sorprese: prima e durante la presidenza, attraverso i tweet e le conferenze stampa surreali, lui è sempre stato questo. Biden è più sorprendente, ha usato più parole grosse nei 90 minuti di scontro a Cleveland che in tutta la sua precedente carriera politica. Stupisce che in mezzo a una decadenza presidenziale piena di scontri sociali e razziali, come quella di Trump, i democratici non siano stati capaci di selezionare e imporre un candidato più giovane e dinamico. Dopo gli otto anni di George W.Bush, di potere dei neocon e di due inutili guerre mediorientali, dal partito era emersa una figura come Barack Obama: giovane, liberal e nero.

Joe Biden è quasi ottuagenario ed è sulla scena politica da oltre quarant’anni. Ma forse è una qualità in questa fase della storia degli Stati Uniti, dopo quattro anni tempestosi, vissuti sulle montagne russe chiamate presidenza Trump. “Sleeping Joe”, il nome che Trump ha dato a Biden, forse non è un insulto ma una qualità: forse gli americani hanno bisogno di calma e certezze; di affrontare il Covid e la conseguente crisi economica non con le promesse dell’improvvisatore ma con i pochi e concreti atti del politico di lungo corso.

Se si votasse domani mattina Biden vincerebbe con facilità. E se dopo il voto davvero vincerà, sarà una di quelle elezioni che definiremo scontate dall’inizio, data la personalità di Trump e l’andamento fino ad ora della campagna elettorale. Ma manca un mese intero, molte cose possono accadere, l’arma più efficace di Trump è la sorpresa. E l’evoluzione politica dell’opinione pubblica americana è molto dinamica, a volte sorprendente.

Prima che Donald Trump mettesse i paesi della Nato e dell’Unione Europea fra gli avversari e non più nella colonna degli alleati, in qualche modo anche noi avremmo avuto diritto a una frazione del voto americano: a Washington le scelte del presidente determinavano enormemente la vita di noi europei. Ora non è più così, almeno non più così tanto. Ma ancora ci è chiaro quale presidente ci convenga di più avere dall’altra parte dell’Atlantico.

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