Gli attivisti israeliani aiutano a proteggere la raccolta delle olive palestinesi – di Orly Noy

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 Sintesi personale

Lo scorso mercoledì i coloni israeliani hanno sradicato 40 ulivi a Turmusaya, un piccolo villaggio palestinese a nord di Ramallah. Gli agricoltori palestinesi affrontano la violenza dei coloni durante tutto l’anno, ma è durante la raccolta delle olive che gli attacchi aumentano drammaticamente.

Negli ultimi 16 anni un gruppo di organizzazioni di sinistra si sono unite per cercare di fermare gli attacchi. La Harvest Coalition, composta da gruppi come Ta’ayush, Rabbis for Human Rights, Coalition of Women for Peace e Combatants for Peace, tra gli altri, ha arruolato volontari israeliani per unirsi ai contadini palestinesi nelle  aree più violente. La presenza stessa di attivisti israeliani può fornire agli agricoltori un  minimo  di protezione nei territori occupati.

La coalizione è stata costituita nel 2002 da Yaakov Manor, 82 anni, veterano attivista israeliano per i diritti umani.

“Ho sentito parlare per la prima volta del problema dei coloni che attaccano i contadini palestinesi negli anni ’90”, afferma Manor. “Ero responsabile del comitato di dialogo di Peace Now, e ho viaggiato in molti villaggi.Una volta ho ricevuto una telefonata dagli amici di Nablus che dicevano: “Abbiamo un grosso problema a Burin, non ci lasciano raccogliere”. Quindi abbiamo deciso di unirci  a loro. Non avevo capito la gravità del problema in quel momento dato che, in quegli anni, i palestinesi non parlavano molto di questo tipo di attacchi. Il movimento islamico era forte nell’area di Nablus e non voleva che gli ebrei entrassero nei villaggi.

Il vero inizio dei raccolti congiunti è avvenuto durante la Seconda Intifada, quando ero già attivo con Ta’ayush. Abbiamo ricevuto una telefonata urgente dal villaggio di Yasuf, vicino a Kfar Tapuach, che era molto kahanista. Sono andato lì con il rabbino Arik Ascherman dei rabbini per i diritti umani, abbiamo visto i coloni invadere la terra del villaggio, attaccare  i palestinesi e cercare  di buttarci fuori. L’esercito ha  disperso  i palestinesi e gli attivisti israeliani- 

Nel 2002 avevamo un amico del villaggio di Hares che lavorava nell’ufficio di coordinamento distrettuale dell’Autorità palestinese. Gli abbiamo chiesto di organizzare un tour in diversi villaggi per vedere cosa stava succedendo. Eravamo in 15, principalmente di Ta’ayush. Abbiamo visitato la regione di Samaria, siamo andati in molti villaggi, sedevamo con i capi dei consigli locali e dei contadini. Ovunque andassimo annottavo  le statistiche: quanti ettari di terra non erano stati coltivati, quali erano i problemi principali, ecc. Sono tornato a casa con una  lunga lista di villaggi, in particolare quelli situati vicino agli insediamenti. Ho contato qualcosa come 22.240 acri di terra non coltivati ​​a causa della violenza dei coloni. Nel 2002 tutti i gruppi radicali hanno lavorato insieme per organizzare un grande raccolto. Più di 200 persone sono venute e abbiamo diviso i volontari in gruppi. Ovunque andassimo i soldati hanno cercato di bloccarci. Ci  aspettavano, ma siamo stati in grado di aggirarli. Da quel giorno, abbiamo deciso di agire così  ogni anno.”

Nel corso degli anni Manor, un banchiere in pensione, è diventato un po’ un esperto del raccolto. “la durata del periodo cambia di anno in anno”, spiega. “Di solito c’è un buon anno seguito da un anno peggiore. I buoni raccolti, in termini di tempo e pioggia, possono durare oltre due mesi. A causa delle condizioni di siccità e dei danni causati dai parassiti, ci saranno meno olive da raccogliere, il che significa che la stagione sarà relativamente breve.”

Vai sempre negli stessi villaggi?

“Cambia di anno in anno. Negli ultimi anni la situazione è leggermente migliorata. Ci sono tra 25-30 villaggi situati negli insediamenti più problematici. Sono quelli  dove  andiamo.”

Hai affrontato la violenza?

“Sì. Sono stato personalmente attaccato a Yasuf da un colono in uniforme militare. A Huwara i coloni scesero dalla vicina Yitzhar. Eravamo un gruppo abbastanza grande, ma sono venuti con bastoni e ci hanno lanciato pietre. Uno dei nostri volontari è stato portato in ospedale. Siamo stati in grado di allertare rapidamente l’esercito, non ci  hanno aiutato molto, ma i coloni si sono ritirati quando hanno visto i soldati. Ho schivato  una pietra all’ultimo momento. Nel villaggio di Yanoun, uno dei coloni ha frantumato il calcio del suo fucile sulla faccia del mio amico”.

Coordinate le vostre visite con l’esercito?

“Sì. Durante i primi anni abbiamo chiesto alle forze di sicurezza di porre fine alla violenza dei coloni. Il ministero della Difesa ci ha detto che questo  non era il ruolo dell’esercito  e che l’esercito non poteva stazionare i suoi soldati in ogni uliveto. Dopo che le attività della coalizione hanno guadagnato più visibilità, l’esercito ha iniziato a coordinarsi con l’Autorità Palestinese e i palestinesi hanno ottenuto l’accesso a molti dei loro uliveti.

Nel frattempo, l’Alta Corte di Giustizia ha stabilito che i palestinesi dovevano essere in grado di godere del frutto del loro lavoro e che l’esercito è obbligato a garantire il raccolto ogni anno. L’esercito ha chiesto alla corte di assicurarsi che il raccolto si svolga in modo tale da prevenire gran parte delle  frizione. Pertanto il terreno agricolo viene diviso in tre parti: la “zona verde”, aperta alla raccolta ogni anno, qui  gli israeliani possono raccogliere insieme ai palestinesi; la “zona blu” che,sebbene  lontana dagli insediamenti, è ancora  nel loro raggio d’azione. I palestinesi possono andarci,  ma senza i volontari. Secondo l’esercito  ​​i volontari  sono visti  come una provocazione da parte dei coloni. Più ci si avvicina agli insediamenti problematici, più l’accesso dei nostri volontari è limitato. La terza area è la ‘zona rossa’, molto vicina a quegli insediamenti, i palestinesi possono entrarvi solo in accordo con il coordinamento tra esercito e PA.

Ci incontriamo con l’amministrazione civile ogni anno per un incontro e coordiniamo le mappe delle diverse zone. Le varie unità dell’esercito vogliono proteggere il raccolto, perché non vogliono rivolte o cattive stampe, ma quando arriviamo lì, molte volte i comandanti locali fanno ciò che vogliono. Presentiamo reclami, a volte ciò aiuta. Di solito ci sono problemi durante le prime due settimane, dopo che le cose si calmano. 

Un altro problema è dato dalla “terra intrappolata”, ossia le zone tra la barriera di separazione e la Linea Verde e alla quale la maggior parte dei palestinesi non può accedere. Stiamo parlando di non meno di 197.000 acri dall’area di Jenin a Qalqilya. Il recinto è stato costruito a est della linea verde, ingoiando terreni agricoli che i palestinesi hanno difficoltà a coltivare a causa dei permessi di ingresso. Circa il 40 per cento dei prodotti ortofrutticoli nella West Bank proveniva dalla terra intrappolata. Queste erano le aree più fertili con una grande quantità di  serre, pollai e altro ancora. A parte alcune aree la recinzione ha messo fine a questo”.

C’è stato un periodo in cui la coalizione si è divisa in due: i rabbini per i diritti umani si sono concentrati sui villaggi vicino agli insediamenti nei giorni feriali, mentre i secolari tra di noi hanno visitato le terre intrappolate nel Sabbath. Ci siamo concentrati principalmente sulla politica dei permessi, che è  complessa e rende molto difficile il lavoro agli agricoltori palestinesi. In un primo momento, è stato  permesso l’accesso solo ai familiari stretti dei proprietari terrieri, oggi è permesso a pochi lavoratori qua e là. Immagina un contadino la cui terra si trova a 50 metri da casa sua, ma il cancello per consentirgli di passare attraverso il recinto si trova a cinque chilometri di distanza. Ha bisogno di percorrere  cinque chilometri per raggiungere la recinzione, poi altri cinque chilometri fino a raggiungere la sua terra. Spreca due ore di cammino solo per arrivarci. Ci sono altri problemi  come il modo di portare le olive al villaggio. Il miglior olio d’oliva arriva entro quattro ore. A causa della politica dei permessi ci sono agricoltori che non riescono a finire la raccolta da soli. Veniamo e li aiutiamo. In questi casi non abbiamo bisogno dell’approvazione dell’esercito, poiché al contrario dei palestinesi, la terra intrappolata è aperta agli israeliani.”

Perché hai bisogno di volontari? Perché l’esercito non svolge un ruolo più rilevante nella protezione del raccolto?

“Sostengono che l’esercito stanzia un numero molto elevato di soldati per il raccolto. Ha senso: non possono essere in ogni villaggio e in ogni uliveto – ecco perché ci siamo noi. L’esercito non vuole le provocazioni dei coloni, ma secondo la politica del governo i soldati non possono toccare i coloni, il che li rende indifesi. Prendete ad esempio atti di vandalismo, incendio doloso, sradicamento di alberi o furto di olive. L’esercito, a causa del potere politico dei coloni, non fa nulla. Non so di un singolo caso di furto portato in tribunale.

Bisogna sapere come raccogliere per partecipare?

Impari velocemente. Interagisci con la famiglia degli agricoltori, mangi insieme e ascolti le loro narrazioni. Abbiamo famiglie  dove i bambini sono i benvenuti.

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The Israeli activists helping protect the Palestinian olive harvest

For the past decade and a half, dozens of left-wing Israeli activists have come together to accompany Palestinians to their groves during the olive harvest. Despite recurring settler violence, the situation has improved over the years.

Illustrative photo of an Israeli settler attacking a group of Palestinian olive harvesters. (Olivier Fitoussi/Flash90)

Illustrative photo of an Israeli settler attacking a group of Palestinian olive harvesters. (Olivier Fitoussi/Flash90)

It had become like the opening ceremony of the olive harvest season: last Wednesday, Israeli settlers uprooted 40 olive trees in Turmusaya, a small Palestinian village north of Ramallah. Palestinian farmers face settler violence throughout the year, but it is during the olive harvest that the attacks increase dramatically.

For the past 16 years, a group of left-wing organizations have banded together to try and stop the attacks. The Harvest Coalition, made up of groups such as Ta’ayush, Rabbis for Human Rights, Coalition of Women for Peace, and Combatants for Peace, among others, has enlisted Israeli volunteers to join Palestinian farmers in areas that are more prone to violence. The very presence of Israeli activists can provide the farmers with the bare minimum of protection in the occupied territories.
The coalition was formed in 2002 by 82-year-old Yaakov Manor, a veteran Israeli human rights activist.
“I first heard about the problem of settlers attacking Palestinian farmers in the 90s,” says Manor. “I was in charge of Peace Now’s dialogue committee, and traveled to many villages. One time I received a phone call from friends in Nablus who said, ‘We have a big problem in Burin, they won’t let them harvest.’ So we decided to join them. I did not understand the severity of the issue at the time; none of us did, since in those years Palestinians did not speak much about these kinds of attacks. The joint harvest did not end up taking place, since the Islamic Movement was strong in the Nablus area, and they didn’t want Jews going into the villages.

“The real beginning of the joint harvests was during the Second Intifada, when I was already active with Ta’ayush. We received an urgent phone call from the village of Yasuf, next to Kfar Tapuach, which used be heavily Kahanist. I went there with Rabbi Arik Ascherman from Rabbis for Human Rights, we saw the settlers who invaded the village land, they attacked the Palestinians and tried to kick us out. The army always had an easier time dispersing the Palestinians and Israeli activists, so that’s what they did. Afterward we heard stories that [farmers] couldn’t harvest in all kinds of different places. We heard about agricultural land that had not been cultivated or harvested for years.”
“In 2002 we had a friend from the village Hares who worked in the Palestinian Authority’s District Coordination Office. We asked him to organize a tour of several villages to see what was happening. We were 15 people, mostly from Ta’ayush. We toured the Samaria region, went into many villages, sat with heads of local councils and farmers. Everywhere we went I wrote down the statistics — how many acres of land hadn’t been cultivated, what were the main problems, etc. I came home with my long list of villages, particularly ones located next to settlements. I counted something like 22,240 acres of land that had not been cultivated due to settler violence. In 2002, all the radical groups worked together to organize a large harvest. More than 200 people came, and we divided the volunteers into groups. Everywhere we went, soldiers tried to block our way. They really waited for us, but we were able to circumvent them. From that day, we decided to do it every year.”

Yaakov Manor (right) at the Palestinian olive harvest. (Vardit Goldener)

Yaakov Manor (right) at the Palestinian olive harvest. (Vardit Goldener)

Over the years, Manor, a retired banker, has become somewhat of an expert on the harvest. “The length of the harvest period changes from year to year,” he explains. “There is usually a good year followed by a worse year. Good harvests, in terms of weather and rainfall, can last for over two months.” Because of drought conditions and damage caused by pests, says Manor, there will be fewer olives to harvest, meaning the season will be relatively short.
Do you always go to the same villages?
“It changes from year to year. Over the past few years the situation has improved slightly. There are between 25-30 villages located to the more problematic settlements. Those are the ones we go to.”
Have you faced violence?
“Yes. I was personally attacked in Yasuf by a settler in an army uniform. There was severe violence next to Huwara, where settlers came down from nearby Yitzhar. We were a fairly large group, but they came with sticks and threw stones at us. One of our volunteers was taken to a hospital. We were able to quickly alert the army, not that they helped much, but the settlers retreated when they saw the soldiers. I was able to duck from a stone at the last moment. In the village of Yanoun, one of the settlers smashed the butt of his rifle into my friend’s face.”
Do you coordinate your visits with the army?
“Yes. During the first years we asked the security forces to put an end to the settler violence. The Defense Ministry told us that it was not the role of the army to do so, and that the army cannot station its soldiers in every olive grove. After the coalition’s activities gained more exposure, the army began coordinating with the PA in the run-up to the harvest, and Palestinians gained access to more of their groves.
“In the meantime, the High Court of Justice ruled that Palestinians should be able to enjoy the fruit of their labor, and that the army was obligated to ensure the harvest occurs every year. The army asked the court to ensure that the harvest take place in a way that prevents much of the friction. Thus, the agricultural land was split into three parts: the ‘green zone,’ which is open for harvesting every year, and where Israelis can harvest alongside Palestinians; the ‘blue zone,’ which is further away from the settlements but still in their range, where Palestinians can go but without the volunteers. According to the army, once the volunteers arrive, it is seen as a provocation against the settlers. The closer one gets to the more problematic settlements, the more our volunteers’ access is limited.

A girl from the West Bank town of Awarta harvests her family's olives in the midst of frequent patrols by the Israeli military, October 13, 2012. Because the Israeli settlement Itamar lies on a neaby hilltop, the residents of Awarta are forced to coordinate permission to harvest their olives from Israeli authorities.

A girl from the West Bank town of Awarta harvests her family’s olives with Israeli army jeeps seen in the background. (Activestills.org)

“The third area is the ‘red zone,’ which are very close to those settlements, where Palestinians can only enter in accordance with coordination between the army and the PA.
“We sit down with the Civil Administration every year for a meeting and coordinate the maps of the different zones. The problem is not with the orders. The various army units want to protect the harvest because they don’t want riots or bad press. But when we get there, many times the local commanders do whatever they want, and don’t always act according to orders. We file complaints, sometimes that helps. The struggle was successful because Palestinians are simply coming to harvest. Usually there is trouble during the first two weeks, after that things calm down.”
Alongside the convoluted division of agricultural land into zones, there is also the story of “trapped land,” which can be found between the separation barrier and the Green Line, and which most Palestinians cannot access. “We’re talking about no less than 197,000 acres from the Jenin area to Qalqilya,” Manor says. “The fence was built east of the Green Line, swallowing up agricultural land that Palestinians have a very hard time cultivating because of entry permit issues. Around 40 percent of the fruit and vegetable produce in the West Bank came from the trapped land. These are the most fertile areas with a great deal of Palestinian agriculture, including greenhouses, chicken coops, and more. Apart from a few areas, the fence has put an end to that.”
“There was a period in which the coalition split into two: Rabbis for Human Rights focused on the villages near the settlements on weekdays, while the seculars among us visited the trapped lands on the Sabbath. We mostly focused on the permit policy, which is also complex and makes it very difficult for Palestinian farmers. At first, they allowed only close family members of the landowners to enter, nowadays they allow a few workers here and there.

Volunteers organized by various solidarity groups join local residents in harvesting olives in groves in the village of Walajeh, West Bank, October 14, 2011. (Ryan Rodrick Beiler/Activestills.org)

Volunteers organized by various solidarity groups join local residents in harvesting olives in groves in the village of Walajeh, West Bank, October 14, 2011. (Ryan Rodrick Beiler/Activestills.org)

“Imagine a farmer whose plot is 50 meters from his home, but the gate to allow him through the fence is located five kilometers away. He needs to travel the five kilometers to reach the fence, and then another five kilometers until he reaches his land. He wastes two hours walking just to make it there. There are additional problems, such as how to bring the olives to the village. The best olive oil makes it to the press within four hours. Because of the permit policy, there are farmers who cannot finish harvesting themselves. We come and help them. In these cases we do not need the approval of the army, since as opposed to Palestinians, the trapped land is open to Israelis.
Why do you need volunteers? Why doesn’t the army play a bigger role in protecting the harvest?
“They claim that the army allocates a very large number of soldiers for the harvest. It makes sense: they cannot be at every village and every grove — that is why we go out. The army does not want the settlers’ provocations, but according to government policy soldiers cannot touch the settlers, which renders them helpless. Take issues such as vandalism, arson, uprooting trees, or massive theft of olives. The army, because of the political power of the settlers, does nothing. I do not know of a single case of theft that was brought to court.
Does one need to know how to harvest in order to participate?
You learn quick. There is a sense of a family event. You interact with the farmers’ family, you eat together and hear stories. We have family harvests where children are welcome.

This article was first published in Hebrew on Local Call. Read it here.

 

 

Gli attivisti israeliani aiutano a proteggere la raccolta delle olive palestinesi – di Orly Noy

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