Gli invasori nativi di Israele

REDAZIONE 15 LUGLIO 2013

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di Neve Gordon  e Nicola Perugini

12 luglio 2013

 

Il 24 giugno in “Piano Prawer per la sistemazione dell’insediamento beduino-palestinese nel Negev” ha superato la prima approvazione del parlamento israeliano. Se verrà realizzato, il Piano costituirà “il maggiore atto individuale di spostamento forzato di cittadini arabi da Israele fino dagli anni ’50,” dato che espellerà la cifra presunta di 40.000 Beduini palestinesi dalle loro attuali abitazioni.

L’obiettivo finale del piano è quello di rendere ebraico il Negev israeliano.  Per fare questo, tuttavia, devono essere spostati 70.000 (su 200.00) Beduini che attualmente vivono in villaggi classificati come ‘non riconosciuti’ dal governo israeliano. Il governo proibisce loro di collegarsi alla rete elettrica o al sistema  idrico e fognario. Anche le  norme per le costruzioni sono fatte rispettare in modo rigido, e nel solo  2011 circa 1000 case e recinti per animali di Beduini – che il governo definisce semplicemente  “strutture” – erano state demolite. Non ci sono strade asfaltate e i segnali che dalla strada principale indicano i villaggi,  sono stati rimossi dalle autorità governative. I villaggi non vengono mostrati sulle carte geografiche dato che, per la geografia ufficiale, i luoghi abitati da questi cittadini di Israele di seconda categoria, non esistono.

Per anni il governo ha sostenuto che, dato che questa gente vive in piccoli villaggi sparsi su un’area relativamente grande, non può fornire loro i servizi e quindi il suo obiettivo è stato di concentrarli in pochi insediamenti. Di conseguenza, nel 2009, il Primo ministro Benjamin Netanyahu ha incaricato il suo capo della politica della pianificazione, Ehud Prawer, di liberare la “terra ebraica.” Il compito principale di Prawer era quello di trasferire questi 70.000 Beduini che si erano rifiutati di cedere  i loro diritti di proprietà allo stato e che hanno continuato a vivere nei loro “villaggi non riconosciuti.”

La logica che impronta il piano è in realtà espressa al meglio in due rapporti: Silent Conquest [Conquista silenziosa] e  and There is a Solution [C’è una soluzione], pubblicati da una ONG di coloni  che si chiama Regavim (Fondo per la protezione della terra nazionale), che ha lavorato insieme a varie agenzie governative. La ONG sostiene che gli abitanti beduini del Negev “rubano” agli ebrei “la terra di Israele” “molto tranquillamente, senza il frastuono della battaglia e il chiasso della guerra.” “Su questo campo di battaglia”, continua a dire l’organizzazione:

le betoniere hanno sostituito i carri armati, gli aratri sostituiscono i cannoni,

e civili dall’aria innocente sostituiscono i soldati in uniforme…Acro dopo

acro, casa dopo casa, comprando, occupando, coltivando illegalmente il

suolo che non è loro, a volte con furbizia, altre volte con violenza, con enormi

somme di denaro e fermamente appoggiati da organizzazioni anti-sioniste

Israele sta perdendo il possesso delle terre del popolo ebreo.”

Regavim dichiara ulteriormente che Israele fino adesso ha offerto ai Beduini le ‘carote’ ma mai un ‘bastone’, sostenendo che per mezzo della loro “attività criminale” questi beduini stano colonizzando le terra e quindi minacciando di “porre fine al futuro ebraico nella zona meridionale del paese.”

Citando la famosa dichiarazione di David Ben Gurion che “Il Negev è il test della nazione in Israele,” Regavim offre una soluzione in quattro fasi per reagire a questa minaccia, che comprende: frenare le costruzioni illegali dei Beduini,” preparare la popolazione per il trasferimento, evacuando tutte le “popolazioni illegali” e trasferirle poi negli insediamenti legali. Infine il governo deve prepararsi per il “giorno dopo” e non deve permettere che “le cose ritornino al loro stato originale.” La “stato originale” si riferisce alla situazione esistente,  che, secondo Ragavim è caratterizzata dall’invasione dello spazio ebraico dalle “popolazioni illegali”  palestinesi. Secondo questa versione, lo spazio è, per definizione, ebreo e quindi la presenza non ebrea è una forma di contaminazione – la posta in gioco del test di Ben Gurion.

La trasformazione dell’indigeno in invasore o in “colono palestinese” – per prendere a prestito l’espressione usata di recente dal vice ministro della Difesa Danny Danon (del partito Likud)  – è la chiave per capire non soltanto il Piano Prawler, ma anche proprio la logica dello Stato di Israele. In un contesto in cui i palestinesi sono stati sistematicamente isolati ed eliminati dalla storia e dalla geografia, rappresentare il  nativo palestinese come soggetto illegale o invasore straniero, serve come condizione per la  possibilità di giudaizzare la terra. L’ethos in cui tutto questo si sta portando a termine è basato sull’impegno del etnocratico di Israele di spossessare i non-ebrei, che viene cinicamente innalzato ad atto di autodifesa e, essenzialmente, di giustizia.

Una versione di questo articolo è stata in precedenza pubblicata su Al Jazeera.

Neve Gordon è membro dell’Institute for Advanced Study di Princeton, ed è autore di OccupationIsrael’s (L’occupazione di Israele). Lo potete contattare sul suo sito web: http://www.israelsoccupation.info.

Nicola Perugini è membro dell’Institute for Advanced Study di Princeton, e insegna antropologia al College Al Quds BARD Honors, a Gerusalemme.

 

Nella fotoUna casa demolita nel villaggio beduino di Al Araqib

 

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/Israel-s-indigenous-invaders-by-neve-gordon

Originale: Neve Gordon’s ZSpace Page

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2013  ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC  BY – NC-SA  3.0

 

 

http://znetitaly.altervista.org/art/11648

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