Gli investimenti trentini e italiani in Medio Oriente sono a rischio “Armageddon”?

Posted by: stefano fait March 22, 2014

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…nella cornice del protocollo d’intesa fra il Trentino e la Palestina: nello scambio scientifico attorno all’olio extravergine con l’Agraria di Riva del Garda, nell’impegno commerciale per la trasformazione del melograno (e di altri frutti) con la Dolomiti Fruits di Nanno, nel campo della formazione con la Cooperazione trentina, sempre nella formazione con la Fondazione Mach e l’Istituto Agrario di San Michele all’Adige con particolare attenzione alla ricerca nel settore oleario e vitivinicolo ma anche alle tecniche di conservazione dei prodotti. Il tutto nella logica della reciprocità…Penso al ruolo che potrebbe avere in questa direzione una realtà come “Trentino Sviluppo”…Ci vuole apertura al mondo, capacità di costruire relazioni e… fantasia. Un pezzo del programma per la prossima legislatura.

Michele Nardelli

Il 2014 sarà dedicato alla solidarietà con il popolo palestinese. Sarà un anno cruciale per giungere alla soluzione a due Stati, per porre fine all’occupazione cominciata nel 1967 e garantire uno Stato di Palestina indipendente e sovrano che viva in pace e sicurezza con Israele.

Ban Ki-moon, segretario generale dell’ONU

Gerusalemme, come città della fine, è quanto mai adatta a essere il centro del mondo per le volontà messianiche che se la contendono. Una parte dei cristiani evangelici, l’estremismo islamico e il sionismo israeliano rappresentano forme salvifiche e politiche differenti tra loro, ma unite dalla comune tensione verso Gerusalemme…I movimenti messianici realizzano qui e ora la Gerusalemme celeste, distruggendo la città dell’oggi in vista di quella di domani, che dovrebbe dare una visione accomunante e perfetta…Ogni trattativa su Gerusalemme potrà avere una qualche speranza di successo solo a patto che…si smetta di agire per realizzare progetti che prevedono la sparizione dell’altro.

Matteo Marconi, “L’israelizzazione di Gerusalemme: politica e strategie per la Città del domani”?

L’Israele sognato da Martin Buber era un nodo di una rete che avrebbe unificato il Mediterraneo, senza omologarlo.

Purtroppo, l’incubo della Shoah e il prevalere delle forze più “sbrigative”, ultranazionaliste e integraliste, hanno sconfitto la visione di Martin Buber e di tanti altri ebrei diasporici di uno stato binazionale pansemita, federale, neutrale, laico, cooperativo, anti-imperialista.

Invece il conflitto arabo-israeliano è diventato una ferita che non si rimargina, un fattore di costante destabilizzazione, che fa emergere gli istinti peggiori non solo dei contendenti, ma anche degli osservatori esterni.

Oggi la dirigenza israeliana non ha solamente escluso l’idea di uno stato binazionale e parla apertamente di “Stato Giudeo” o “Stato degli Ebrei” – un’etnocrazia del vecchio stampo, insomma, sebbene almeno un quinto della popolazione sia arabo –, ma prosegue con la costruzione di insediamenti in aree occupate illegalmente, stando al diritto internazionale (e alle Convenzioni di Ginevra).

Israele poteva essere una piccola America asiatica e mediterranea, un rifugio per i diseredati, un esempio di interculturalità e un volano per l’economia di quell’area e non solo. Invece ha stretto alleanze con i fondamentalisti sauditi, con le destre reazionarie americane, persino con il regime sudafricano dell’apartheid, al quale era pronto a offrire le sue armi atomiche.

Nei loro rapporti con i vicini palestinesi, abbandonando ogni retaggio universalista dell’ebraismo, i governi israeliani hanno inforcato delle lenti deformanti che mostrano una caricatura del mondo arabo e dell’Islam e li spingono a una lotta senza quartiere, una lotta per la sopravvivenza in cui ci possono essere solo vincitori e vinti e i vinti si devono togliere di mezzo. E, poiché non ci può essere nel Medio Oriente e nel mondo finché non ci sarà un ragionevole accordo tra israeliani e palestinesi, l’umanità assiste attonita all’inerzia che sta vanificando ogni possibilità di istituire uno stato palestinese che non sia una presa per i fondelli. Assiste alla creazione di città-ghetto che ricordano tempi atrocemente cupi, agli assalti alle imbarcazioni degli attivisti, a bombardamenti delle città dei paesi confinanti, alla persecuzione delle tribù beduine e a una miriade di violazioni del diritto internazionale che è nato proprio per cercare di prevenire eventi come la Shoah.

La logica hybristica della forza prevaricatrice che ripudia il diritto, il compromesso, la giustizia, il limite e il confronto civile per inseguire un impossibile ideale di totale sicurezza e appagamento (senza dare nulla in cambio) ha messo all’angolo i moderati di entrambe le parti e ha introdotto i radicali negli ambienti che contano, quelli dove si prendono le decisioni.

Due popoli e un pianeta sono ora prigionieri di questo ingranaggio infernale che innesca improvvise e rapide escalation sempre più difficili da arrestare e riassorbire.

Un futuro molto cupo

Appare chiaro che l’attuale governo israeliano e forse l’establishment israeliano al gran completo, tranne poche eccezioni, non sentono il dovere di rinunciare ai Territori Occupati. Le statistiche infatti mostrano che la costruzione di nuovi insediamenti ha subito una fortissima accelerazione, come il numero di coloni (da 360mila a 375mila in un anno). Il cosiddetto “processo di pace” è perciò la foglia di fico di Israele, che intende tenersi gli acquiferi cisgiordani e Gerusalemme Est a titolo esclusivo, disattendendo la risoluzione ONU 181 sulla “Città Santa”.

Obama ha ammesso che “se i palestinesi si renderanno conto che un loro stato sovrano non è più nell’ordine delle possibilità, la capacità americana di controllare le ripercussioni internazionali sarà limitata”

In Jugoslavia le bande criminali sapevano con un certo anticipo cosa sarebbe successo di lì a qualche mese (guerra civile) e si riposizionarono per trarne vantaggio. In Israele, dalla seconda metà del 2013, si assiste all’espatrio delle organizzazione delinquenziali, una vera e propria mini-diaspora:

Anche i miliardari si trasferiscono altrove e giovani professionisti in cerca di ambienti meno soffocanti e pericolosi. Il 13% della popolazione israeliana risiede già all’estero e quasi il 40% sta seriamente prendendo in considerazione l’idea di andarsene e raggiungere quella maggioranza di ebrei nel mondo che ha scelto di non acquisire la cittadinanza israeliana.

L’immigrazione (aliyah) è in calo da 10 anni.

Questi sono segnali che gli investitori non dovrebbero sottovalutare.

Ce ne sono altri.

La rottura definitiva tra Arabia Saudita e Qatar e l’avvicinamento di quest’ultimo all’Iran.

Hamid Karzai ha dichiarato che il voto in Crimea è valido e invita a rispettare la scelta della maggioranza di tornare con la Russia.

Che il presidente di un paese liberato/occupato militarmente dall’Occidente si permetta di “sputare nel piatto in cui mangia” (dal punto di vista americano) ci mostra quanto sia fragile lo status americano e quanto sia esuberante l’ascesa dei BRICS.

Cina e India si sono schierate con la Russia sulla questione Ucraina e il Giappone ha fatto capire di non avere alcuna intenzione di guastare i suoi amichevoli rapporto con Mosca. Il Brasile è pronto ad approfittare della rottura tra Occidente e Russia, facendo affari con quest’ultima.

Sempre più voci di dissenso si levano perché molti insider (es. Donald Trump) sanno che siamo in prossimità di una svolta epocale e si dissociano dalla prese di posizione della “comunità internazionale” (l’Occidente).

L’ultimatum di Al-Nusra (Al Qaeda) allo “Stato Islamico dell’Iraq e della Siria” (una confraternita che vuole istituire un califfato fondamentalista nel Medio Oriente), che conferma il caos e le guerre intestine che contrappongono gli oppositori di Assad.

boicottagi anti-sionisti che cominciano a fare la differenza in tutto il mondo.

L’accordo siglato tra Iran e Russia per la costruzione di due reattori nucleari in Iran.

Israele ha minacciato, per l’ennesima volta negli ultimi 10-20 anni, di colpire i siti nucleari iraniani se il resto del mondo non farà qualcosa per fermare il programma atomico iraniano – un annuncio che in genere anticipa nuove espansioni degli insediamenti in Palestina.

Israele avrebbe voluto bombardare i siti iraniani già nel 2008, ma non lo può fare senza gli Stati Uniti.

Obama ha informato Israele e Arabia Saudita che la Casa Bianca non solo non intende entrare in guerra con l’Iran ma sta cercando un riavvicinamento che strappi la nazione persiana alla sfera d’influenza russa.

È proprio questo atteggiamento (dottrina Brzezinski: una guerra con l’Iran è una scelta molto peggiore di un Iran che diventa una potenza atomica)

Che spingerà Israele a fare il passo più lungo della gamba in Medio Oriente, con effetti cataclismici su una vasta area asiatica e mediterranea (fallout radioattivo), sull’economia globale e quindi sulla pace nel mondo. Nell’intervista Brzezinski spiega che Israele sa di non poter distruggere gli impianti iraniani e cheil suo obiettivo sarebbe quello di indurre gli iraniani a una rappresaglia contro gli americani, in modo da non trovarsi soli a combattere contro l’Iran e il mondo arabo.

Quanto alla questione palestinese, Zbig osserva giustamente che, senza una mediazione esterna, non ci potrà mai essere un esito equanime, perché i palestinesi sono troppo deboli: “Ciò che entrambe le parti dimenticano è che se non ci sarà pace, al suo posto ci sarà un destino orribile per i palestinesi in un prossimo futuro e un destino estremamente pericoloso per Israele un po’ più tardi, a misura che la potenza americana si allontana dal Medio Oriente”.

Lo statuto del Likud, il maggior partito della destra israeliana e un polo di attrazione per gli ebrei ultra-ortodossi, al governo quasi ininterrottamente dal 1996, avoca a sé la prerogativa di far trionfare gli ideali sionisti, esclude la formazione di uno stato palestinese e considera non-negoziabile la questione degli insediamenti. Per il Likud i confini naturali dello “Stato dei Giudei” sono il Giordano e il Mediterraneo e comprendono Gaza e Gerusalemme Est. La realizzazione del progetto del Likud statuirebbe un nuovo apartheid, questa volta in Asia.

In cambio Hamas esclude che si possa porre fine alla jihad anti-sionista e anti-ebraica finché Gerusalemme Est non sarà capitale dello stato palestinese e i rifugiati palestinesi non potranno tornare in Palestina, uno scenario virtualmente inconcepibile, al momento attuale.

Non esistono margini di riconciliazione pacifica ed esistono invece tutti i presupposti per atti di pulizia etnica che rischiano di portare alla distruzione entrambi i popoli, costretti come sono in un fazzoletto di terra più piccolo di Piemonte e Liguria, e la contaminazione radioattiva o comunque chimica di una vastissima area circostante. L’opzione Sansone è fondamentalmente suicida, perché le radiazioni non riconoscono confini, amici e nemici e lo stesso arsenale nucleare clandestino appare sempre più come una Spada di Damocle sul capo di Israele, lo strumento di un secondo olocausto.

Molta gente non si è ancora resa conto che i tre messianismi monoteisti, armati di testate atomiche, sono perfettamente in grado di vetrificare e contaminare un’area che si estenda dal Pachistan a Cipro, dalla Turchia al deserto libico.

Pensate a Fukushima e moltiplicatelo per n volte.

Inspiegabilmente la Germania ha fornito a prezzo agevolato a Israele – una nazione che non ha sottoscritto la Convenzione sulle armi chimiche e il Trattato di non proliferazione nucleare ma che intende restare, costi quel che costi, l’unica potenza atomica della regione – dei sottomarini che ora pattugliano il Mediterraneo, il Mar Rosso e il Golfo Persico, coi loro missili nucleari Harpoon forniti dagli Stati Uniti.

L’unica maniera per evitare il peggio sarebbe un Medio Oriente denuclearizzato in cui siano altresì bandite le armi chimiche. Ma quante sono le probabilità che si arrivi a un tale trionfo del buon senso e della buona volontà sulla paranoia, l’egoismo e l’avidità, in quell’area?

Realisticamente parlando, sono prossime allo zero.

Purtroppo una nuova intifada è sempre più probabile, principalmente a causa dell’inettitudine e viltà della leadership palestinese e dell’inesorabilità dei piani di colonizzazione del Likud.

La prossima guerra mondiale non inizierà in Crimea, ma a Gerusalemme.

Moshe Yaalon, il ministro della difesa israeliano, ha umiliato il segretario di stato americano John Kerry, accusando gli Stati Uniti di essersi comportati come dei quaquaraqua incapaci di farsi valere sui teatri internazionali.

Kerry sarà obbligato ad annunciare che, come sempre, non si è fatto alcun progresso nel processo di pace. L’ira e il disprezzo di milioni di ebrei nei confronti di Netanyahu non servirà a metterli al riparo dalle conseguenze delle azioni di Israele.

Gli investimenti trentini e italiani in Medio Oriente sono a rischio “Armageddon”?

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