Gli ultras (d’Egitto) e la giustizia

admin | January 26th, 2013 – 6:18 pm

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Le avvisaglie correvano sul web da giorni. Gli ultras dello Ahly avevano gli occhi puntati sul tribunale che il 26 gennaio doveva emettere la prima sentenza sui sanguinosi scontri del I febbraio 2012 aPort Said. Una brutta storia: 72 ultras di uno delle due squadre del Cairo – lo Ahly appunto – erano stati uccisi il I febbraio 2012 aPort Said. Erano andati in trasferta, per seguire la loro squadra affrontare il Masry. A ripensarci dopo, a molti di loro, Port Said era sembrata una trappola perfettamente organizzata proprio per mettere in un cul de sac gli ahlawy.

Un po’ di dietrologia ci sta tutta, in questa storia. Ma poi mica tanto. Perché gli ahlawy, assieme ai fan dello Zamalek, l’altra seguitissima squadra di calcio della capitale, era ormai famosi per aver partecipato alla rivoluzione. Non per sostenere il regime di Hosni Mubarak. Al contrario, proprio per appoggiare, anzi, difendere in piazza la rivoluzione. Lo avevano fatto – ma in pochi, nelle cronache internazionali, ci avevano fatto caso – durante i 18 giorni epici di Piazza Tahrir, tra gennaio e febbraio 2011, quando i beltagy, i provocatori armati e finanziati dai servizi di sicurezza di Mubarak avevano tentato più volte di riprendere il controllo della piazza. In soccorso dei ragazzi, piuttosto sguarniti sul piano del servizio d’ordine, erano arrivati diversi gruppi. Il servizio d’ordine dei Fratelli Musulmani, a quando sembra dal tipo di persone che difendevano la piazza e che furono filmati. E poi, dicono parecchie fonti, gli ultras, che già l’anno precedente alla rivoluzione si erano scontrati con la polizia.

Gli ultras, e soprattutto i diavoli rossi che sostengono lo Ahly, erano arrivati sotto i riflettori nel novembre del 2011, quando difesero una delle strade che portano a piazza Tahrir, via Mohammed Mahmoud, e pagarono un prezzo alto. Morti, feriti, avvelenati da gas lacrimogeni forti, accecati…

La brutta storia di Port Said non dista molto, dal punto di vista temporale, dalla battaglia di via Mohammed Mahmoud. Per gli ultras, ma non solo per loro, il messaggio è chiaro. Il massacro di Port Said è una vendetta per quello che gli ahlawy avevano fatto al Cairo. La dovevano pagare. E siccome, come ben sappiamo in Italia, la capacità di pressione dei tifosi del calcio va al di là della loro rappresentanza politica, e sta nei numeri, gli ultras non hanno mai smesso di far pressione. Tanto che, alla vigilia della sentenza, si sono fatti di nuovo sentire, con gli scontri al Cairo degli scorsi giorni.

Il tribunale ha deciso che 21, tra gli imputati, dovranno morire. Sentenza durissima, che non significa ancora la fine del processo. Le altre decine di imputati devono attendere il 9 marzo per  conoscere il proprio destino. Intanto, però, la prima sentenza ha già scatenato reazioni pericolose.

La sentenza di oggi, infatti, soddisfa gli ahlawy, ma ha scatenato reazioni molto violente a Port Said. Dove i morti alla fine del pomeriggio sono già trenta, i feriti molti, molti di più. E tra loro feriti gravi.  Il bilancio è dunque parziale, e non potrà non scatenare altra violenza. Mala tempora, insomma. Mentre, tra i protagonisti di Piazza Tahrir, la domanda è una: ma non si tratta di una giustizia a due velocità? Rapidissima quella che ha sentenziato 21 condanne a morte. Mentre per gli esecutori e i mandanti delle vittime di Piazza Tahrir e del massacro di Maspero bisogna ancora attendere, oppure bisognerebbe accontentarsi di pene molto più lievi. Soprattutto quando sul banco degli imputati ci sono ufficiali di polizia.

La foto, scattata da Qasr el Eini al Cairo, è presa da twitter (Lina el Wardani).

 

Playlist. Brano difficile, oggi. Ripropongo quello che consiglia durante la battaglia di via Mohammed Mahmoud. Dancing in the Dark,  del vecchio Bruce Springsteen. Assieme, e la scelta è banale tanto quanto obbligata, Long Road (Eddie Vedder e Neil Young) dalla colonna sonora di Dead Man Walking

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