GOLDSTONE NON PUO’ ANNULLARE SUO RAPPORTO

Le indagini dell’esercito israeliano non possono valere per i crimini di guerra, Goldstone sa che le inchieste devono essere condotte da un organo indipendente, dato il conflitto inerente ad un potere militare che esamina il suo stesso ruolo.

ANALISI DI CHANTAL MELONI*

 

Roma, 06 aprile 2011, Nena News – L’articolo firmato dal giudice Richard Goldstone ed apparso sul Washington Post il 2 aprile scorso sta generando una enorme quantità di commenti, dubbi, critiche e prese di posizione. Una grande confusione si potrebbe dire.

Vi è addirittura chi – come il primo ministro israeliano – si spinge a dire che, alla luce di quanto recentemente dichiarato da Goldstone, l’omonimo rapporto dovrebbe essere cestinato. Che l’Onu dovrebbe ritirare le risoluzioni adottate con tanto di scuse ad Israele per l’onta a cui è stato sottoposto a causa delle dure conclusioni di tale documento.

Per chi non le ricordasse, le conclusioni della Missione nominata dall’ONU e guidata dal giudice Goldstone (tecnicamente una Fact Finding Mission, una sorta di commissione di indagine, quindi non un organo giudiziario), furono nel senso che “ciò che è avvenuto in poco più di tre settimane alla fine 2008, inizio 2009 [a Gaza] è stato un attacco deliberatamente sproporzionato organizzato per punire, umiliare e terrorizzare una popolazione civile, diminuire radicalmente la sua capacità economica sia di lavorare sia di provvedere a se stessa, e di imporle con la forza un senso di sempre crescente dipendenza e vulnerabilità” (si veda il UN Fact-Finding Mission Report).

Per sommi capi, i principali risultati della Missione guidata dal giudice Goldstone erano che:

a) Il blocco di Gaza è illegale e può integrare un crimine contro l’umanità (il crimine di ‘persecution’);

b) Numerosissimi incidenti integranti presunti crimini di guerra furono commessi da parte Israeliana (il Rapporto evidenzia un dettagliato, ma dichiaratamente non esaustivo, campione di 36 incidenti);

c) Il lancio di razzi da Gaza verso il sud di Israele, in quanto attacco indiscriminato, integra crimini di guerra e possibili crimini contro l’umanità;

d) Diverse violazioni dei diritti umani e presunti crimini furono commessi da parte palestinese nei confronti di palestinesi nel corso del conflitto interno tra le fazioni politiche rivali.

Quanto alle responsabilità israeliane nel corso dell’attacco contro la Striscia di Gaza (denominato ‘Operazione Piombo Fuso’), il Rapporto denunciava la violazione dei fondamentali principi di diritto internazionale dei conflitti armati, quali il principio di necessità, distinzione e proporzionalità, come evidenziato in particolare dall’elevatissimo numero di vittime civili, nonché i numerosi attacchi deliberati e intenzionali contro i civili (quindi non “effetti collaterali”), come le uccisioni di civili in fuga con la bandiera bianca.

Amnesty International, solo per citare una delle numerose fonti indipendenti, denunciò l’uccisione intenzionale di 940 civili tra cui 300 bambini e 115 donne. Tale spaventoso numero di vittime civili farebbe presumere, a parere della Missione, regole di ingaggio e ordini illegittimi, nel senso di aver concesso ai soldati una soglia troppo bassa per il ricorso alla forza letale.

Il Rapporto evidenziava inoltre la distruzione di palazzi ed edifici senza necessità militare, incluse moschee, scuole, ospedali, il Consiglio legislativo palestinese e la prigione. Persino scuole dell’Onu, dove si erano rifugiati migliaia di civili sfollati, furono colpite. La Missione trovava anche evidenza dell’uso improprio del fosforo bianco da parte dell’esercito israeliano e, in generale, riteneva che non fossero state prese le adeguate cautele per proteggere la popolazione civile palestinese prima degli attacchi.

La Missione avanzava raccomandava quindi: (1) di procedere con l’accertamento delle responsabilità;  (2) di riconoscere il risarcimento alle vittime;  (3) di eliminare il blocco di Gaza e permetterne la ricostruzione. Inoltre

“In vista della gravità delle violazioni di diritto umanitario internazionale e dei diritti umani riportate” si chiedeva la trasmissione del rapporto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu ed al Procuratore della Corte Penale Internazionale.

Alla luce delle recenti esternazioni del giudice Goldstone e del dibattito che ne sta seguendo, è necessario dunque chiedersi se qualcosa è cambiato rispetto alla validità del Rapporto della Fact Finding Mission e del suo seguito nelle appropriate sedi internazionali. Prescindendo dalle reali intenzioni di Goldstone, a noi ovviamente imperscrutabili, non si può non rilevare che l’attuale dibattito sui media – tendente a ridimensionare l’importanza del Rapporto in questione – appare decisamente mal-posto e fuori fuoco.

Certo, interesserebbe sapere quali siano le informazioni sulla base delle quali Goldstone afferma sul Washington Post che “se avessi saputo quello che so oggi, il Rapporto Goldstone sarebbe stato un documento diverso”. L’articolo tuttavia non dà elementi che sostanzino tale affermazione. Goldstone dichiara che le indagini dell’esercito israeliano dimostrerebbero la validità di singoli incidenti messi in luce dal Rapporto, e la relativa responsabilità individuale di alcuni soldati, ma indicherebbero altresì che “i civili non furono attaccati intenzionalmente come policy”.

Stupisce sommamente tale conclusione. Stupisce perchè, come si spiegherà di seguito, le serie denunce di gravissimi crimini sono rimaste assolutamente senza seguito, non solo da parte delle autorità di Gaza (come Goldstone fa giustamente notare), ma anche da parte di quelle israeliane.

Occorre fare un passo indietro e ricordare alcuni passaggi fondamentali che sono seguiti alla presentazione e votazione del Rapporto Goldstone in sede Onu. In particolare, con la Risoluzione 64/10 del 5 Novembre 2009 l’Assemblea Generale dell’ONU ha accolto le conclusioni del Rapporto e ha raccomandato di istituire:

“Indagini che siano indipendenti credibili e in conformità con gli standard internazionali, sulle gravi violazioni del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani riportate dalla Fact Finding Mission, al fine di assicurare giustizia”.

Tali indagini avrebbero dovuto essere svolte da entrambe le parti(israelina e palestinese) entro un breve periodo, inizialmente fissato in tre mesi e successivamente esteso di altri cinque mesi (con  una successiva risoluzione sempre della Assemblea Generale dell’Onu)

Parallelamente il Consiglio dei  Diritti Umani dell’Onu nominava un Comitato di Esperti Indipendenti (presieduto dal Professor Christian Tomuschat, emerito di diritto internazionale presso l’Università Humboldt di Berlino) con il mandato di “monitorare e valutare ogni procedimento legale a livello domestico sia da parte israeliana che palestinese (…) inclusa la loro indipendenza, effettività, genuinità e la loro conformità con gli standard internazionali”.

Il Rapporto del Comitato di Esperti, presentato a Ginevra il 27 Settembre 2010 al Consiglio dei Diritti Umani, evidenziava gravi limiti del sistema giudiziario israeliano nel condurre le indagini relative all’operazione “Piombo Fuso” a Gaza; allo stesso tempo metteva in luce inazione (da parte delle autorità di Gaza) e parziali insufficienze (da parte delle autorità di Ramallah) del sistema giudiziario palestinese (si veda il Rapporto  del UN Committee of Independent Experts).

In merito alle indagini israeliane il Rapporto dava atto dell’apertura di diverse indagini militari, ma esprimeva forti preoccupazioni in merito a diversi aspetti di tali indagini ed in particolare:

–      sotto il profilo della mancanza di indipendenza delle indagini a causa del ruolo bicefalo del Military Advocate General (consulente giuridico dell’esercito nella fase di pianificazione delle operazioni militari e colui che, in seguito, decide se aprire o meno l’indagine);

–      per la  mancanza di trasparenza di tali indagini (le vittime infatti non sono di regola informate)

–      sulla mancata tempestività delle indagini.

È significativo notare che l’unica condanna penale è stata per il furto di una carta di credito. Recentemente si è aggiunta un’altra condanna, a tre mesi con pena sospesa, nei confronti di due soldati per l’uso di un bambino come scudo umano. A ciò si possono aggiungere un piccolissimo numero (si contano sulle dita di una mano) di soldati incriminati relativamente ad incidenti isolati e spesso “minori”. Le conclusioni sono sotto gli occhi di tutti: non è degna di questo nome una giustizia tanto debole che appare più volta a nascondere responsabilità che ad accertarle.

Il punto fondamentale  del Rapporto del  Comitato di Esperti affermava chiaramente che “Israele non ha condotto alcuna indagine sulle decisioni prese ai massimi livelli riguardo alla progettazione e esecuzione dell’operazione a Gaza. Una delle denunce centrali della Fact Finding Mission era che la sistematica e deliberata natura della distruzione a Gaza ha lasciato la Missione senza dubbi sul fatto che ‘la responsabilità risiede in primo luogo a livello di coloro che hanno progettato, pianificato, ordinato e supervisionato l’operazione’. Tali presunte gravi violazioni vanno oltre la responsabilità individuale dei soldati e persino  dei comandanti, e includono accuse rivolte a coloro che hanno preso le decisioni ai gradi più alti della catena di comando”. (Par. 64)

E sul fatto che indagini militari non siano lo strumento appropriato per indagare crimini di tale natura e portata, il Comitato affermava che “L’indagine deve essere condotta da un organo davvero indipendente, dato l’intrinseco conflitto inerente ad un potere militare che esamina il suo stesso ruolo nel progettare ed eseguire ‘Operazione Piombo Fuso”. (Par. 64)

Che il sistema giudiziario israeliano non garantisca la conduzione di effettive indagini nei confronti dei presunti gravi crimini commessi dall’esercito è stato del resto già molte volte denunciato tanto a livello di organizzazioni internazionali indipendenti (si vedano tra gli altri i report di Amnesty International e Human Rights Watch) che di organizzazioni peri diritti umani israeliane (cfr il report di B’Tselem) e palestinesi (cfr il report del Palestinian Centre for Human Rights).

Lo stesso Rapporto Goldstone prevedeva che, in caso di fallimento delle indagini a livello domestico, si facesse ricorso ai meccanismi della giustizia penale internazionale.

A oltre due anni dai fatti l’intervento della Corte Penale Internazionale è necessario e urgente. La Corte dell’Aia è senza dubbio il foro adeguato per indagare ed eventualmente processare i responsabili dei presunti crimini commessi da entrambe le parti del conflitto, come evidenziato dal Rapporto Goldstone.

Va in questa direzione la recentissima risoluzione del Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu, che il 21 marzo scorso ha richiesto che l’Assemblea Generale investa il Consiglio di Sicurezza dell’Onu della questione (cfr. UNHRC Resolution). Ai fini della giurisdizione della Corte è auspicabile che sia il Consiglio di Sicurezza a deferire la questione al Procuratore della Corte dell’Aia, mediante una risoluzione adottata in forza del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite (come recentemente avvenuto nel caso della Libia).

Spetta alla comunità internazionale far sì che il rapporto Goldstone non venga ora sotterrato. Le parole di Richard Goldstone sul Washington Post non possono e non devono distogliere l’attenzione dalla sostanza dei fatti. Le troppe vittime di questo conflitto attendono ancora – da oltre due anni – di vedere un barlume di giustizia. Non solo non è stata svolta alcuna indagine adeguata, ma neanche alcun risarcimento è stato accordato, nemmeno in quei casi ove, per stessa ammissione dell’esercito israeliano, errori sono stati commessi: civili innocenti feriti e uccisi, le loro case, scuole, ospedali, fabbriche, le loro vite distrutte.

A tal proposito, ci piace richiamare le efficaci parole che lo stesso giudice Goldstone ha pronunciato nel settembre del 2009, in occasione della presentazione all’Onu del Rapporto che porta il suo nome:

“Una cultura dell’impunità è esistita troppo a lungo nella regione. La mancanza di accertamento delle responsabilità per crimini  di guerra e possibili crimini contro l’umanità ha raggiunto il suo punto di crisi; la perdurante mancanza di giustizia sta mettendo a repentaglio ogni speranza di riuscita di un processo di pace e sta rinforzando un clima di violenza”(Justice Richard Goldstone, at the United Nations Human Rights Council, 2009). Nena News

*Ricercatrice di diritto penale presso l’Università degli Studi di Milano

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