Grazie, Wikileaks

  • 8 settembre 2011  ore 17.50
  • Amira Hass – È una giornalista israeliana. Vive a Ramallah, in Cisgiordania, scrive per il quotidiano Ha’aretz e ha una rubrica su Internazionale.
    Tutti i palestinesi di Gaza sanno qualcosa che noi israeliani non abbiamo potuto leggere e scrivere fino a venerdì scorso: nelle missioni omicide dell’esercito sono impiegati i droni. Ora le cose sono cambiate. Grazie, Wikileaks.
    Spesso mi chiedono qual è stato il momento peggiore della mia vita di giornalista. Forse quando ho raccontato la storia della famiglia Samouni. Il 4 gennaio 2009, durante l’operazione Piombo fuso, i soldati israeliani hanno radunato i membri del numeroso clan Samouni e li hanno costretti a trasferirsi in una casa di proprietà di uno di loro a Gaza. Nell’edificio c’erano circa cento persone, tra cui anziani e bambini.
    Il 5 gennaio alcuni membri della famiglia sono andati a cercare un po’ di legna per il fuoco. Non potevano sapere che in quel momento un comandante di brigata stava osservando le foto scattate dai droni in volo sulla Striscia. In una delle foto si vedevano persone che trasportavano oggetti dalla forma allungata. Il comandante ha deciso che erano lanciarazzi e ha ordinato di bombardare la casa. Sono morte 21 persone.
    Il 2 settembre Wikileaks ha pubblicato un dispaccio diplomatico in cui l’avvocato generale dell’esercito israeliano aggiornava l’ambasciatore statunitense sullo stato delle indagini sull’omicidio dei civili, accennando ai missili lanciati dai droni. Qualche tempo fa ho chiamato uno dei Samouni per chiedergli come andavano le cose. “Guardiamo le foto di famiglia e invidiamo i morti”, mi ha risposto.
    Traduzione di Andrea Sparacino.
    Internazionale, numero 914, 9 settembre 2011

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