GUY DAVID: CON IL MURO PRESA TERRA PALESTINESE

Parla il giovane regista di Tel Aviv ospite del Middle East Film Festival autore assieme al palestinese Emad Burnat di “5 Broken Cameras”. E punta indice contro vecchi e nuovi leader israeliani

GABRIELE RIZZA*

Roma, 18 aprile 2012, Nena News (nella foto Emad Burnat e Guy David) – «Quello che sta succedendo in questi giorni con il divieto preventivo di recarsi in Palestina orchestrato dal governo di Tel Aviv dimostra una sola cosa: che Israele sta diventando un paese sempre meno democratico perché non c’è nessuna logica politica o giustificazione protettiva in questo modo di agire che è solo la spia di un sentimento crescente di odio e paura. Gli scheletri nell’armadio aumentano, le autorità lo sanno e fanno di tutto per impedire che vengano fuori». Fuori, da Firenze dove è ospite del Middle East Film Festival numero 3, il giovane regista Guy Davidi (33 anni di Tel Aviv, la passione del cinema condivisa con la letteratura: «ho sempre voluto raccontare delle storie») non si trincera dietro mezze parole. Lui che i territori occupati li conosce bene per averci girato insieme al collega palestinese Emad Burnat 5 Broken Cameras, fra i titoli di punta della rassegna fiorentina (premiato al Sundance) che in cinque giorni ha sfornato 30 fra lunghi, corti, fiction e docu inediti in Italia, provenienti dai vari paesi dell’area mediorientale.

A questi si aggiungono due telluriche carrellate fotografiche, gli scatti di Kate Brooks, americana di origini italiane fotoreporter di guerra che batte l’Afganistan e le piazze delle recenti primavere arabe, e di Newsha Tavakolian di Teheran che incarna alcune celebri cantanti iraniane che non hanno voce, impedite dai guardiani della rivoluzione di esibirsi da sole in pubblico né di incidere dischi. «Sono dieci anni esatti dalla costruzione del famigerato muro voluto da Ariel Sharon – prosegue Davidi – come barriera difensiva tra lo stato ebraico e i territori palestinesi. Erano gli anni della seconda intifada, il muro avrebbe dovuto proteggere la popolazione dai terroristi kamikaze provenienti dalla Cisgiordania. Ma di fatto è servito solo a confiscare ampie porzioni di territorio palestinese. Se qualcuno sceglie la violenza, non basta un muro a fermarlo. Guardate cosa succede con Gaza: il confine è sigillato, ma questo non impedisce continui attacchi e lanci di ordigni, Il fatto che negli ultimi anni il numero di attentati perpetrati da palestinesi della Cisgiordania sia drasticamente diminuito dipende solo da un cambiamento culturale degli abitanti dei territori, che in questo momento non credono nella resistenza violenta. Ma il vento potrebbe cambiare». Il villaggio di Bil’in, 2000 abitanti, a ridosso della Green Line, è diventato un simbolo di resistenza: i suoi abitanti manifestano da anni, tutti i venerdì, contro questa barriera, sostenuti anche da attivisti israeliani e internazionali.

È qui che Davidi ha incontrato Burnat. Era il 2005 e Burnat era il «l’uomo con la cinepresa», il cameramen del villaggio, il testimone di quanto stava avvenendo, l’impatto che quella barriera di cemento avrebbe avuto sulla vita della gente. «Emad era l’unico cittadino di Bil’in ad avere una telecamera, e che ce l’aveva sempre in funzione al momento giusto. Girava come un forsennato, era il suo modo di sconfiggere il pericolo quotidiano, una sorta di esorcismo contro il timore di non farcela, di rassegnarsi. Io sono stato al suo servizio, l’ho sostenuto, gli ho dato voce, l’ho aiutato nel montaggio, un anno e mezzo di lavoro e lui che continuava a girare. Il film uscirà a luglio al festival di Gerusalemme e passerà su una rete televisiva israeliana che ha sostenuto il progetto. Per il momento Emad non vuole che sia proiettato in Palestina, teme che non venga capito, che sia visto come una cosa troppo personale, in qualche modo inutile alla causa. Ma forse con gli ultimi fatti cambierà idea». Le immagini iniziali sono emblematiche della storia personale di Burnat e della condizione «precaria» in cui versa il popolo palestinese: un uomo fissa immobile una fila di telecamere appoggiate su un tavolo di lamiera. Due sono state sfondate, altre due crivellate di colpi, e l’ultima resa inservibile da un bagno nei gas nocivi delle granate israeliane. Emad aveva deciso di usarle per filmare la nascita del suo quarto figlio, ma durante gli ultimi sei anni le ha trasformate in uno strumento per documentare il moltiplicarsi dei coloni israeliani e l’occupazione definitiva del suo paese. Broken Cameras evita la pesante ricostruzione della storia politica e filtra il conflitto attraverso una prospettiva unica, un resoconto personale della crisi degli insediamenti israeliani tramite filmati girati in maniera amatoriale. I palestinesi mettono in scena l’intera gamma delle loro fantasiose azioni non violente, alle quali gli israeliani rispondono inviando un’orda di militari. Il ciclo di azione e reazione è ripetuto così lungamente che diventa una specie di scherzo macabro. «Continuo a credere che il cinema possa essere uno strumento di conoscenza e di pacificazione, un passaporto di idee e di discussione» conclude Davidi che ha un sogno nel cassetto: un film sui sodati israeliani, lui che ha lottato e si è ribellato con tutte le sue forza contro questa «pratica di morte e di violenza». Nena News

*Giornalista. Questo articolo e’ stato pubblicato il 18 aprile 2012 dal quotidiano Il Manifesto

http://nena-news.globalist.it/?p=18723

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