Hamas e Fatah, matrimonio a metà

adminSito  lunedì 10 dicembre 2012 09:43

Appello congiunto di Meshaal e Abbas per la ripresa del processo di riconciliazione in un contesto interno e estero nuovo. Immediate le minacce israeliane.

di Emma Mancini

Betlemme, 10 dicembre 2012, Nena News – Un nuovo appello all’unità delle fazioni palestinesi è stato lanciato ieri dai leader di Hamas e Fatah: l’obiettivo, riprendere in mano il processo di riconciliazione nazionale, interrotto la scorsa primavera e tornato alla ribalta durante l’operazione militare israeliana “Colonna di Difesa” contro la Striscia di Gaza. Le bombe sganciate dagli F16 israeliani – che hanno ucciso oltre 170 palestinesi e distrutto case, uffici pubblici e banche – avevano rimescolato le carte in tavola: da una parte Hamas, forte di una nuova legittimità istituzionale sia all’estero che all’interno; dall’altra Fatah e l’Autorità Palestinese, bisognose di visibilità dopo il crollo del consenso palesato dalleelezioni amministrativedi fine ottobre in Cisgiordania.

Ieri il leader dell’ufficio politico di Hamas, Khaled Meshaal – in visita a Gaza dopo 45 anni di esilio per celebrare i 25 anni dalla fondazione del movimento – ha detto che è giunto il momento che le varie fazioni palestinesi concretizzino l’accordo firmato al Cairo nel 2011. “Vogliamo l’unita nazionale nel contesto della resistenza armata e popolare – ha detto Meshaal durante il discorso di ieri all’Università Islamica – Oggi vi chiedo di andare verso la riconciliazione e l’unità nazionale. La Palestina è troppo grande per un solo movimento. La Palestina è di tutti noi, siamo partner in questa nazionale. Hamas non può far nulla senza Fatah e Fatah non può fare nulla senza Hamas“.

Parole forti quelle del leader di Hamas, a cui ha fatto subito eco il presidente dell’ANP e leader di Fatah, Mahmoud Abbas. Abbas ha fatto appello alla ripresa del dialogo, aggiungendo che la chiave per risolvere definitivamente l’annosa questione è indire le elezioni nazionali, previste per lo scorso anno: “Senza quelle elezioni, non ci può essere riconciliazione”, ha detto Abbas durante il meeting della Lega Araba ieri a Doha.

Il processo di riconciliazione tra Hamas e Fatah si bloccò nel 2011 dopo l’accordo firmato al Cairo e che prevedeva la creazione di un governo ad interim, a cui avrebbero partecipato come ministri anche esponenti di Hamas. Un rimpasto dell’esecutivo che avrebbe avuto il compito di condurre i Territori Occupati alle elezioni di maggio del 2012, ma rimasto lettera morta per l’incapacità delle due fazioni di scegliere il premier di transizione.

All’accordo del Cairo ne seguì un secondo, firmato a Doha all’inizio del 2012, con il quale Meshaal e Abbas stabilivano di assegnare a quest’ultimo la poltrona di premier ad interim. Ne seguì il no dei leader di Hamas nella Striscia di Gaza, che accusarono Meshaal di prendere decisioni unilaterali senza discuterne all’interno del partito.

Oggi Fatah e Hamas ci riprovano. Il contesto nazionale ed internazionale è molto cambiato dalla scorsa primavera: la Palestina è stata riconosciuta come Stato non membro dalle Nazioni Unite e Hamas ha firmato una tregua con Israele con la quale tacitamente accetta la soluzione a due Stati, avvicinandosi alle posizioni di Fatah. Ma non troppo: Hamas non rinuncia alla resistenza armata, seppellita da Fatah con gli accordi di Oslo. Ieri Meshaal non ha fatto proposte concrete, ma ha sottolineato l’intenzione di Hamas di non riconoscere Israele nonostante la firma della tregua con Tel Aviv e il sostegno all’iniziativa di Abbas alle Nazioni Unite.

Se questo matrimonio si celebrerà, si porrebbe la parola fine alla divisione politica di Gaza e Cisgiordania, dal 2007 governate da due diverse entità. Una divisione che rende ancora più impraticabile la creazione di uno Stato di Palestina, se già non bastassero le rappresaglie israeliane del dopo-Onu. Tel Aviv ha avvertito Abbas: se il presidente dell’ANP non condanna subito le parole di Meshaal e prosegue sulla via della riconciliazione con Hamas, il processo di pace può dirsi concluso.

Resta da capire cosa intenda Israele per processo di pace, in particolare dopo l’avvio del piano di costruzione in area E1, tra Gerusalemme e Mar Morto, il cui unico obiettivo è spezzare definitivamente in due la Cisgiordania e i sogni di indipendenza del popolo palestinese. Nena News

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