Hamas e il Secondo Risveglio Arabo

admin | June 23rd, 2011 – 1:11 pm

Il 15 marzo del 2011 non è un “giorno della rabbia”, come lo è stato in altri paesi della regione, nei mesi del Secondo Risveglio Arabo. La giornata di manifestazioni indetta, anche in questo caso, attraverso il tam tam via internet, ha per i palestinesi un’altra caratura. Unità, fine delle divisioni, riconciliazione. In un concetto: ricostruzione della casa palestinese. La giornata è stata organizzata dai ragazzi palestinesi, né più né meno come le giornate del Cairo, di Tunisi, di Manama. Sono loro – i giovani tra i venti e i trentacinque anni – ad aver stilato documenti su documenti, concentrati non solo sulla richiesta di porre fine alle divisioni (come quella tra Fatah e Hamas), ma soprattutto sul concetto di identità palestinese, per nulla limitata ai confini di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est.

Non sono molti, i ragazzi che partecipano alla manifestazione del 15 marzo, a Ramallah e a Gaza. A piazza al Manara, a Ramallah, riempiono comunque il cuore della città cisgiordana. Attorno a loro, però, ci sono troppe bandiere nuove, portate dai giovani di Fatah, perché all’inizio sia il partito che fu di Yasser Arafat sia l’Autorità Nazionale Palestinese tentano di cavalcare la protesta giovanile per evitare di ricevere troppe pressioni. Anche Hamas, a Gaza, vive lo stesso imbarazzo: la manifestazione molto più consistente, dal punto di vista numerico – a cui partecipa peraltro Vittorio Arrigoni – segnala che i ragazzi della Striscia appartengono in tutto e per tutto a quelle generazioni arabe che hanno acceso la miccia delle rivoluzioni. Usano, peraltro, lo slogan mutuato da quelli usati in tutte le altre piazze: al sha’b yurid, il popolo chiede. Non, però, la “caduta del regime”, bensì “la fine della divisione”. Il popolo chiede, e dunque pretende di tornare a essere la fonte della legittimità del potere: una richiesta, questa, che le fazioni palestinesi sono costrette ad ascoltare.

La reazione, da parte del movimento islamista palestinese, è immediata. Il primo ministro del governo de facto, Ismail Haniyeh, invita lo stesso giorno in diretta televisiva Mahmoud Abbas a Gaza. “Invito il presidente, il fratello Abu Mazen, e Fatah a incontrarci subito qui a Gaza o in qualsiasi altro posto, per dare il via al dialogo nazionale per raggiungere la riconciliazione”, dice Haniyeh, con un ballon d’essai che fa comprendere quanto l’uscita allo scoperto dei ragazzi palestinesi abbia avuto un ruolo importante nell’accordo che Fatah, Hamas e tutte le altre fazioni hanno firmato solennemente il 4 maggio del 2011 al Cairo.

Sia Hamas sia Fatah hanno temuto, il 15 marzo, di essere travolti da un’ondata di rivolta dentro Cisgiordania e Gaza, anche se i numeri sarebbero stati sicuramente diversi, rispetto a quelli delle rivoluzioni in Tunisia o in Egitto. Entrambe le organizzazioni politiche palestinesi, infatti, erano e sono pienamente coscienti del deficit di consenso di cui soffrono, a partire dal colpo di mano di Hamas a Gaza del giugno 2007, che ha portato alle estreme conseguenze il loro scontro, e cristallizzato la divisione tra due entità politico-istituzionali. La riconciliazione, dunque, è il frutto del Secondo Risveglio Arabo, ed è soprattutto Hamas ad aver allo stesso tempo subito le rivoluzioni e, attraverso il pragmatismo che ha sempre contraddistinto la sua storia, compreso la necessità di un aggiustamento importante nella sua linea politica.

Nata e cresciuta all’interno della società palestinese, Hamas è sempre stata incredibilmente sensibile alle reazioni che la “strada” ha avuto rispetto alle sue strategie politiche. È quindi molto probabile che anche durante i primi mesi delle rivoluzioni arabe il movimento islamista abbia registrato e rielaborato dal punto di vista politico, attraverso le  sue molte antenne, le reazioni sia dentro Gaza e la Cisgiordania, sia nel mondo dei rifugiati, sia anche nei paesi coinvolti nel conflitto israelo-palestinese. Dentro la società palestinese, la stanchezza, la frustrazione  e la disaffezione verso le fazioni era evidente già da tempo. Il Secondo Risveglio arabo ha solo dato la spinta necessaria a una richiesta che, se non esaudita, sarebbe potuta esplodere in altro modo, in una nuova intifada contro gli israeliani piuttosto che in una sollevazione contro le èlite al potere in Cisgiordania e a  Gaza.

Il dato più interessante della pressione esercitata dai ragazzi palestinesi riguarda proprio il territorio controllato (seppure solo parzialmente, vista la stretta dell’occupazione israeliana) dall’Autorità Nazionale Palestinese. Le richieste del “15 marzo”, infatti, non si limitavano solo alla riconciliazione in senso stretto, ma prendevano in esame la stessa identità palestinese, che ritorna a essere una identità complessiva, senza confini. Un’identità che comprende i palestinesi di Israele, i palestinesi dei campi profughi fuori da Cisgiordania e Gaza, i palestinesi della diaspora, tanto da chiedere (un punto peraltro accettato nell’accordo di riconciliazione del 4 maggio) anche nuove elezioni del Consiglio Nazionale Palestinese, il parlamento dell’OLP. Nel momento in cui Hamas accetta nella sostanza una Palestina sui confini del 1967,  i ragazzi del 15 marzo chiedono allo stesso tempo che si rifletta di nuovo sulla rappresentazione politica dei palestinesi fuori dai confini incerti dell’ANP, di Cisgiordania e Gaza. Una richiesta per nulla semplice.

Accanto alla dimensione interna, poi, bisogna considerare con eguale attenzione anche il ruolo degli sconvolgimenti regionali, che hanno ‘costretto’ Hamas a rivedere sia la propria tattica verso il conflitto israelo-palestinese, sia il proprio assetto interno. Non sono stati solo i palestinesi, infatti, a indire una “giornata” di manifestazioni, il 15 marzo. Anche in Siria è stato scelto lo stesso giorno, per dare inizio a una rivolta ben più pesante e complessa. E l’instabilità siriana non poteva non scuotere anche la leadership di Hamas, ospitata a Damasco da oltre un decennio. Fedele a una scelta strategica che ha avuto il suo inizio addirittura prima che il movimento fosse formalmente fondato, Hamas non ha mai voluto ingerirsi negli affari interni degli Stati con i quali ha avuto rapporti. Al contrario della linea seguita da Fatah e dalle altre fazioni, che nella guerra civile libanese e nella cacciata dell’OLP da Beirut a opera dell’esercito israeliano ha avuto la sua epifania. Persino la lunga stagione del terrorismo firmato da Hamas non ha mai travalicato i confini israeliani. Anche nel caso della rivolta siriana, dunque, Hamas ha avuto una posizione inizialmente neutrale, nonostante il movimento nazionale dei Fratelli Musulmani sia illegale a Damasco e abbia subito una durissima repressione. La Siria, d’altro canto, ha fatto parte a pieno titolo del processo di riconciliazione che ha prodotto l’accordo del  4 maggio.

Allo stesso tempo, però, l’imbarazzo di Hamas nei confronti del regime di Bashar el Assad comincia a essere sempre più evidente, come dimostrano le voci sempre più frequenti riguardanti un possibile spostamento del quartier generale del bureau politico in altri paesi. Tra le ipotesi più accreditate, c’è quella di una divisione in tre tronconi della leadership all’estero, che si dovrebbe dividere tra Cairo, Doha e Ankara. A prescindere dal possibile spostamento dell’ufficio politico, è comunque la posizione di Hamas rispetto alle rivoluzioni il dato più interessante. Nonostante la gestione del territorio a Gaza dal parte del governo di Ismail Haniyeh, le cui forze di sicurezza hanno più volte impedito le manifestazioni dell’opposizione e delle voci contrarie in genere, Hamas ha subito riconosciuto la potenza delle rivoluzioni arabe. Lo ha fatto Moussa Abu Marzouq, per esempio, considerando sia il movimento dei giovani palestinesi del 15 marzo sia la rivoluzione egiziana come alcune delle cause della riconciliazione palestinese. Lo stesso numero due dell’ufficio politico dello Harakat al Muqawwama al Islamiyya è andato ancora oltre, in un commento pubblicato sul Guardian del 24 maggio, indicando nell’islam politico una delle componenti delle rivoluzioni arabe. “I venti dello storico, pacifico cambiamento che stanno scuotendo il Medio Oriente raggiungeranno, prima o poi, le spiagge dell’Occidente – ha scritto Abu Marzouq -. E i suoi governi non potranno più marginalizzare, screditare o ignorare i movimenti islamisti, popolari e democratici, della regione. Incluso Hamas”.  Khaled Meshaal stesso è andato a incontrare i diversi organismi che, dopo i 18 giorni della rivoluzione di Piazza Tahrir, si sono formati per rappresentare la “gioventù rivoluzionaria” egiziana. Riconoscendo, dunque, ai ragazzi il ruolo di nuovi attori del panorama politico regionale.

Hamas, dunque, sembra aver ben compreso il peso della tempesta rivoluzionaria in corso in tutto il Medio Oriente. Lo stesso accordo di riconciliazione, mediato soprattutto dal gruppo delle personalità indipendenti palestinesi che per anni hanno compiuto una nascosta quanto fondamentale spola tra i contendenti di Fatah e Hamas, è un riconoscimento chiaro dei cambiamenti in atto. E, nell’immediato, di una diversa debolezza  di Hamas. Il movimento radicale è,  da un lato, premuto a Gaza dalle richieste sempre più forti dei giovani. È, in sostanza, esso stesso regime, perché detiene il potere e controlla un territorio, seppur sottoposto a embargo. Hamas, dall’altro lato, è anche imbrigliato tra  Damasco e il Cairo dagli stravolgimenti subiti dai regimi siriano ed egiziano. Se l’instabilità di Damasco ha messo a rischio lo stesso rapporto di patronato tra il regime di Bashar el Assad e Hamas, la caduta di Hosni Mubarak ha cambiato di 180 gradi il ruolo dell’Egitto nel conflitto israelo-palestinese. Il Cairo guarda diversamente a Gaza, che pure continua a rappresentare un problema importante sul confine del Sinai. E guarda diversamente anche ai palestinesi, come dimostra il ruolo tutto sommato neutrale assunto dal ministro degli esteri Nabil el Arabi, molto diverso dalla posizione schiacciata su Fatah, sull’ANP, da un lato, e molto vicina ai desiderata israeliani, avuta dal vecchio capo dei servizi di sicurezza del regime Mubarak, Omar Suleiman, per anni il deus ex machina della fallita riconciliazione interpalestinese.

Nella foto, i due negoziatori della riconciliazione, gli unici due che hanno trattato per anni:  Moussa Abu Marzouq, numero due di Hamas e stratega del movimennto islamista, e Azzam el Ahmed per Fatah.

http://invisiblearabs.com/?p=3273

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