Hamas e Israele respingono le parole di Obama


Leonard Berberi – 19 maggio 2011

Per una buona mezz’ora c’è stato il miracolo. Israele e Hamas, come mai s’era visto, dicevano la stessa cosa. Poi le posizioni si sono fatte via via più sfumate. Ma è rimasta la sostanza. No al piano di pace accennato dal presidente americano Obama. No al ritorno ai confini del 1967.

E pensare che il discorso del comandante in capo statunitense era atteso da giorni. Perché si rivolgeva al mondo arabo. E perché – aveva anticipato qualcuno – avrebbe cambiato le sorti dei conflitti in Libia, Siria e tra israeliani e palestinesi.

Ha detto Obama che l’impegno Usa per la sicurezza dello Stato ebraico «è fermo». E che, «proprio a causa della nostra amicizia è importante dire la verità: lo status quo è insostenibile e Israele deve agire per una pace duratura». «I confini fra Israele e Palestina devono essere basati su quelli sui quali ci si era accordati nel 1967, così che confini sicuri e riconoscibili siano creati per tutti e due gli stati», ha continuato il presidente. «I palestinesi devono avere il diritto di governarsi, di raggiungere il loro potenziale in uno stato sovrano».

Parole pesanti. Parole di pace. Parole di speranza. Poi ci hanno pensato Hamas, prima, e Gerusalemme, poi, a spegnere qualsiasi entusiasmo. La fazione islamica palestinese al potere nella Striscia di Gaza ha liquidato stasera come «un discorso schierato» dalla parte israeliana l’intervento del presidente Usa. I vertici di Hamas hanno escluso qualsiasi ipotesi d’un proprio riconoscimento di Israele. «Non c’è nulla di nuovo, è un discorso che ignora una volta di più i diritti dei palestinesi», hanno tagliato corto. «Obama ha adottato la posizione di Israele in preparazione della sua campagna elettorale», ha aggiunto Mahmoud Zahar, uno dei leader di Hamas.

A stretto giro è arrivata la replica israeliana. Con tutte le cautele del caso. Il premier Benjamin Netanyahu ha detto di aver apprezzato l’impegno per la pace espresso da Obama. Ma poi ha aggiunto che Israele non si ritira sui confini del 1967. Del resto – ha rivelato il capo del governo – «l’allora presidente americano, George W. Bush, ci aveva rassicurato in una lettera che gli Usa non avrebbero mai chiesto allo Stato ebraico di riconoscere le frontiere di quarantaquattro anni fa».

L’unica possibilista è sembrata essere l’Autorità nazionale palestinese (che governa in Cisgiordania). I vertici hanno giudicato positivamente il richiamo ai confini del 1967. Parole che, però, devono fare i conti con la realtà quotidiana. Come il progetto relativo alla costruzione di 1.550 nuovi alloggi all’interno degl’insediamenti ebraici situati in due sobborghi di Gerusalemme Est (a maggioranza palestinese), Pisgat Zeev e Har Homa, occupati da Israele proprio con la guerra del ’67. Territorio che, secondo Obama dovrebbe in realtà far parte del nuovo Stato palestinese.

(Nella seconda foto, nuove costruzioni nell’insediamento ebraico di Har Homa)

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