HAMAS, GAZA E IL RICHIAMO DI GERUSALEMME – di Paola Caridi

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tratto da: https://www.invisiblearabs.com/2021/05/12/hamas-gaza-e-il-richiamo-di-gerusalemme/#more-8744

Il discorso pronunciato da Ismail Hanyeh da Gaza, ieri sera, ha confermato molto di quello che già era chiaro sin dall’ultimatum che Hamas ha lanciato lunedì, dopo l’attacco della polizia israeliana a suon di lacrimogeni, granate assordanti e proiettili rivestiti contro i palestinesi che si trovavano dentro la moschea di Al Aqsa.

Hamas interviene sulla protesta di Gerusalemme in un momento nel quale il panorama politico palestinese vive una delle sue crisi di rappresentanza e autorevolezza più profonde.

Hamas interviene in un momento di vuoto dell’Autorità Nazionale Palestinese, la cui voce si è udita debolissima, riguardo a quello che stava succedendo da giorni nella città che, negli accordi di Oslo, doveva essere la capitale di due Stati, Israele e Palestina.

Se Israele ha i suoi incredibili problemi di politica interna (un premier sotto processo per corruzione, un nuovo governo ancora da immaginare, coalizioni da costruire con molta fantasia, l’incubo di una quinta consultazione politica in due anni), la Palestina della politica non vive tempi migliori.

Soprattutto dopo l’ennesima speranza delusa: il rinvio sine die di elezioni politiche che faticosamente erano state messe in piedi. Invece di pretendere il sostegno internazionale sul diritto, per i palestinesi di Gerusalemme, di votare alle elezioni politiche, l’ANP ha preferito rinviare sine die le consultazioni quando Israele ha detto che non avrebbe permesso il voto dei gerosolimitani.

E così, i palestinesi continuano a non poter votare da 15 anni. Il potere dell’anziano Mahmoud Abbas continua a rimanere congelato a Ramallah. l’idea di una transizione al post-Abu Mazen, evidenziata dalla presentazione della lista in cui si è candidato dalla prigione Marwan Barghouti, è stata bloccata sul nascere.

Hamas, dal canto suo, ha deciso di guadagnare dalla protesta di Gerusalemme.

Di autoproclamarsi protettore e difensore di Gerusalemme e di Al Aqsa. Non è la prima volta che Hamas ricorda che Gerusalemme è una linea rossa per tutti i palestinesi, né la prima volta che entra in una protesta di cui non è stato né ispiratore né organizzatore, e ne sposta l’asse.

Era già successo esattamente venti anni fa proprio con la seconda intifada, l’intifada di Al Aqsa, quando Hamas cambiò la storia della rivolta imponendo la sua tragica forza della violenza degli attacchi suicidi contro civili israeliani.

Sta succedendo anche ora, con la risposta militare attraverso il lancio di razzi contro l’Israele centrale, l’area attorno a Tel Aviv.

Il messaggio di Haniyeh, ieri sera nel discorso teletrasmesso da un ufficio a Gaza, è stato allo stesso tempo tradizionale, intriso della retorica religiosa propria di chi è stato l’assistente di sheykh Ahmed Yassin, ma anche dichiaratamente politico.

Gerusalemme chiama, Gaza risponde, ha in sostanza detto l’uomo forte del regime di Hamas a Gaza, riappropriandosi della resistenza armata, della muqawwama, una parola e un concetto insiti nella stessa nascita e storia del movimento islamista palestinese.

Un guadagno politico, questo anche vuole Hamas dalla protesta di Gerusalemme.

E non importa che a sacrificarsi sia Gaza. Anzi, Gaza si sacrifica per Gerusalemme, come sempre.

Si tratta di una risposta vecchia, anacronistica, tutta – ahimè – di muscoli militari, che sequestra la protesta pacifica di Gerusalemme. Una protesta fatta in gran parte di giovani, tutta concentrata sulla richiesta e affermazione dei propri diritti. Di esistenza, di preghiera, di cittadinanza, di dignità, di presenza a Gerusalemme. L’escalation militare, i bombardamenti israeliani che hanno colpiti e ucciso civili palestinesi nel cuore di Gaza. I razzi sparati dalle brigate al Qassam, l’ala militare di Hamas, e dalle altre fazioni armate, hanno già colpito i civili israeliani tra Holon e Rishon Letzion, aree molto popolari nella grande periferia sud di Tel Aviv.

Risultato: una guerra in corso.

E le telecamere si sono – giustamente  – spostate su Gaza, su Ashkelon, su Tel Aviv.

Nessun riflettore acceso su Gerusalemme, dove però continua a succedere quello che è successo negli ultimi giorni: l’uso sistematico della ‘violenza legale’ da parte della polizia israeliana nella parte occupata di Gerusalemme, ivi compresa la Città Vecchia che, ricordiamolo per amore di verità storica e politica, è a oriente della Linea Verde.

La polizia israeliana è di nuovo entrata sull’area sacra della Spianata delle Moschee, a poche ore dalla fine del Ramadan e dall’inizio della festa più importante del calendario islamico, lo Eid al Fitr.

Ma perché a Gaza interessa Gerusalemme?

Perché senza Gerusalemme non esiste la Palestina, ha detto Ismail Haniyeh stasera, ed è quello che dicono non solo gli islamisti, ma tutti i palestinesi, a qualsiasi background politico appartengano. Gerusalemme è una linea rossa, è un mito, è un brand politico e dell’immaginario.

Per comprenderlo meglio, ecco alcuni paragrafi che avevo dedicato al mito di Gerusalemme dentro Gaza, nel mio “Gerusalemme senza Dio” (Feltrinelli 2013)..

Al Aqsa Graffiti

Il vascello ha una sagoma larga, tanto larga da poter contenere la Cupola della Roccia, e per significato traslato Gerusalemme e con essa la Palestina storica. Attorno, i flutti del mare in burrasca mettono in pericolo la nave, che però prosegue il suo cammino verso la salvezza. I colori vivaci mascherano la povertà del muro di cinta su cui è stato dipinto il murale, uno dei tanti che definisce il mito di Gerusalemme nel cuore di Gaza City.

Gerusalemme è, per i palestinesi che vivono, soffrono e muoiono a Gaza, la mèta irraggiungibile. Il cuore dell’identità palestinese, da cui li separa il conflitto, il muro di cemento armato costruito dagli israeliani che chiude la Striscia, la pace che non c’è. Anche a Gaza, così come nei tanti luoghi in cui sono spezzettate le comunità palestinesi, Gerusalemme è l’icona dell’identità, e ancora una volta la Cupola della Roccia è il suo logo. Come la kefiah, la bandiera, e la chiave, la chiave della casa che hanno lasciato in fretta e/o da cui sono stati cacciati, la chiave che per i rifugiati significa il diritto al ritorno in Palestina. Tutti simboli  di una “nazione virtuale”[1] che la diaspora ha costruito nel corso dei decenni, e che ha tenuto viva anche attraverso una gestione visiva dei simboli. A Gaza City, nei campi profughi del Libano e di Siria, nella più vasta e liquida e-nazione, c’è difatti anche una Palestina elettronica e virtuale che si amalgama sul web anche attraverso la grafica, i collage fotografici, i logo. E attraverso poesia e musica, che si intersecano e che si amalgamano in testi ormai considerati classici, non solo per il nazionalismo palestinese, ma addirittura per il panarabismo tutto.

È però nella piccola Striscia di Gaza, un recinto di appena quattrocento chilometri quadrati, che il mito palestinese di Gerusalemme si mostra in tutta la sua complessità. A un tempo simbolo religioso, nazionalistico, identitario, intimo. Addirittura militare. La presenza di Gerusalemme – attraverso la rappresentazione della Cupola della Roccia, molto più della moschea di Al Aqsa – è pervasiva.

Nei graffiti, anzitutto, che riempiono i muri scrostrati lungo i  marciapiedi di Gaza city, oppure lungo che strade che collegano campi profughi, quartieri, cittadine. È una presenza altrettanto costante  nell’iconografia del martirio, sequenza incessante di fotografie enormi o graffiti che mostrano lo shahid, il martire morto in un attacco israeliano, che spesso imbraccia un  mitra, ha nelle mani una copia del Corano e alle spalle, assieme ai miti politici (Yasser Arafat oppure lo sheykh Ahmed Yassin), l’onnipresente Cupola della Roccia. Persino i graffiti che inneggiano all’ala armata di Hamas, le Brigate Izzedin al Qassam, ritraggono la Cupola della Roccia come logo di Gerusalemme, spesso all’interno di una Palestina dai contorni evidenti, quelli della Palestina storica precedente al 1948.

Gerusalemme è lontana un centinaio di chilometri, più o meno, ma appare ultraterrena quanto lo sarebbe la Gerusalemme celeste. A dividere le povere e polverose strade di Gaza City, di Rafah, di Jabalya dalla Città Santa non è solo il muro di cemento armato costruito dagli israeliani, e l’embargo stretto al quale la Striscia è sottoposta soprattutto da un decennio. È anche una storia che è andata ognuna per conto proprio, non solo a Gaza, non solo in Cisgiordania, non solo nella parte di Israele dove più numerosa è la folta comunità dei palestinesi rimasti nei confini pre-1948. Ma anche a Gerusalemme. Gaza e Gerusalemme sono lontane perché hanno vissuto separate per così tanti anni, da segnare una distanza nella stessa identità.

Il risultato è che Gerusalemme – così come succede nel mondo diasporico dei rifugiati palestinesi in Libano, in Siria, in Giordania – è un mito e non più una realtà. È il simbolo della propria identità, religiosa e nazionale, più che una città, una capitale richiesta nei negoziati di pace, un luogo fisico. Soprattutto per le generazioni più giovani, che mai hanno avuto, ottenuto o anche soltanto chiesto un permesso alle autorità israeliane per visitare Gerusalemme, la città è quella che appare nell’iconografia di Gaza. Le fotografie, i graffiti, i murales, gli oggetti. Ed è soprattutto nella storia orale: il racconto di genitori, nonni, avi, che descrivono una Gerusalemme ormai inesistente, quella del periodo precedente al 1948. Una città piccola, non una realtà urbana da ottocentomila abitanti. Nelle narrazioni familiari, Gerusalemme non è niente di più di un luogo d’origine raccontato alla maniera in cui gli emigranti (in questo caso profughi, forzati a lasciare le proprie case) raccontano con nostalgia struggente. Gerusalemme è la Cupola della Roccia ricamata a punto croce dalle donne, e appesa sopra il divano buono. È la Moschea di Al Aqsa riprodotta su un grande piatto di ceramica. È il poster che riproduce tutta la Spianata e inneggia al giorno in cui ritornerà nelle mani dei palestinesi. È la Moschea di Omar sul tappetino da preghiera poggiato sulla spalla del fedele mentre si reca a recitare la salah, o lasciato sulla sedia, in attesa di essere usato. Gerusalemme è l’enorme fotografia che troneggia negli uffici pubblici, o dietro la scrivania di un leader di Hamas, assieme alla bandiera palestinese. È la riproduzione della Cupola della Roccia sulla targa di una onorificenza, o su un gadget di legno un po’ kitsch da esporre in bella vista su un tavolino da salotto.

[1] Laleh Khalili, Virtual Nation: Palestinian Cyberculture in Lebanese Camps, in Rebecca L. Stein e Ted Swedenburg (a cura di), Palestine, Israel, and the Politics of Popular Culture, Durham & London, Duke University Press, 2005, pp.126-149.

 

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